HESTHER BOURNE.
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IN ATTESA DELLA VENDETTA.
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Titolo originale: IN THE EVENT OF MY DEATH.
1975. Industrie Grafiche Cino del Duca, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
       http:\\www.galiano.it
   ad esclusivo uso dei privi della vista.
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IN ATTESA DELLA VENDETTA...
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Capitolo Primo.
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Quella fu una strana estate, fatta di un seguito di
giornate grigie, oppresse da una cappa di calore
soffocante.
In banca i clienti dicevano che sarebbe venuto
un temporale. Speravano che piovesse... l'acqua avrebbe
ripulito l'aria, dicevano. Arriv anche la pioggia,
ma il cielo rimase basso, e le nuvole erano pesanti,
come di bambagia umida sfilacciata.
Jacky ed io ci incontravamo quasi tutte le sere
nel locale di Joe. Dopo, quando non era giornata festiva,
io tornavo a casa e scrivevo. La domenica sera
invece Jacky e io andavamo a passeggiare lungo
i vialetti di Kew Gardens, l sotto gli alberi, dove
l'erba cresceva pi alta. Preferivamo i sentieri meno
battuti, la zona pi selvatica, sino a Richmond, dove
ci sedevamo sul prato, accovacciati sull'erba.
La domenica, pi di qualche volta, Jacky mi aveva
invitato a mangiare a casa dei suoi. Ma, dopo le
prime volte, non accettai pi i suoi inviti. Forse ero
un po' troppo all'erta, avevo paura di lasciarmi coinvolgere
nella routine domenicale delle famiglie dei
sobborghi.
Jacky probabilmente l'aveva capito... lei sapeva
tante cose sul mio conto. Ma pareva che in fondo
non gliene importasse troppo. O forse la verit era
che lei voleva qualsiasi cosa che a me andasse bene.
Non aveva altri desideri che non fossero i miei.
Spesso il sabato o la domenica le leggevo ci che
avevo scritto durante la settimana. Una volta Jacky
mi chiese perch non scrivevo le cose e i fatti che
conoscevo per esperienza diretta, che avevo visto
con i miei occhi, che erano accaduti intorno a me.
 E che cosa vuoi che abbia visto... a vent'anni?
Lavoro in una banca, io! le dissi.
 Un bel po' di cose, immagino, rispose, sorridendo.
 Perch, vedi, David, quello di cui scrivi
non ha il sapore della verit, non  ambientato nel
mondo reale. Cerca di raccontare qualcosa di cui tu
sia veramente al corrente.
Le sue parole mi fecero arrabbiare. Le risposi
malamente, con voce carica di sarcasmo. Lei non
ribatt subito. Non lo faceva mai, non si scaldava
quando io inveivo.
 Provaci, comunque, riprese poi, con tono
accomodante.
 A fare che?
 Provaci a scrivere su qualcosa che conosci
davvero. Magari a mie spese. Scrivi di me... quello
che ti pare, ma che sia vero.
 Jacky... cominciai. Ma non proseguii quella
frase. Sei troppo buona con me, dissi, dopo
un momento.
 S, disse Jacky. Lo penso anch'io.  questo
il mio problema... Parlava seriamente, come
ci avesse ragionato su. Solo, concluse, non
farci proprio un conto. Non per sempre, comunque.
Stava scherzando? Non ne ero proprio sicuro.
Scrissi un pezzo, allora, su Jacky e su me... su
quello che provavo per lei, di come ci andavano le
cose. Descrissi la mia paura di giovane maschio di
venire incastrato, di ritrovarmi senza nemmeno
accorgermene a far parte di quella schiera di uomini
tutti uguali, anzi, di mariti: casetta uguale a tutte
le altre a destra e a sinistra lungo la strada, bombetta,
ombrello sotto il braccio, passeggino del piccolo
nell'atrio, odor di cavolo proveniente dalla cucina.
Non era un bel pezzo... non gentile, capite?
Glielo lessi la domenica successiva. Faceva caldo
quella sera. Eravamo distesi sull'erba, proprio sull'orlo
di un mare di campanule prossime a morire.
Jacky era distesa sulla schiena, con le braccia incrociate
sotto la testa. Indossava un abitino di cotone,
verde a margheritine stampate. Se l'era fatto da
sola. Aveva le gambe nude, e dei sandali ai piedi. I
capelli biondi, che portava lunghi sino alle spalle,
erano allargati a ventaglio sull'erba, dietro la sua
testa. Pallide goccioline di sudore le imperlavano il
labbro superiore.
Io le stavo steso al fianco, a faccia in gi. Jacky
rimase ferma, immobile, per tutto il tempo della mia
lettura. Se il mio racconto l'aveva offesa, non lo diede
a vedere. Non disse nulla quando smisi di leggere.
E parl soltanto quando ci alzammo in piedi per andar
via. Allora mi si piant di fronte e mi guard
in faccia.
  la cosa migliore che tu abbia scritto sinora,
 disse, ...davvero la pi bella.
La baciai allora. E lei rispose al mio bacio. Mi
circond la vita con le braccia e rimase stretta contro
di me, la guancia posata sulla mia camicia. Non
dissi niente. Jacky mi allontan dolcemente.
 Non fai sul serio, vero? disse, alzando la
faccia a guardarmi, sorridendo. Oh... ma non importa.
Andiamo a casa...
Nella mia unica stanzetta sotto i tetti l'aria era
soffocante; pareva di star chiusi in una scatola col
coperchio ben serrato. Pensai a Jacky e a me. L'amavo...
ma non abbastanza.
Inutile illudersi. La verit era che come aspettavo
che capitasse qualcosa da mettere nei miei racconti,
qualcosa di reale, cos aspettavo di provare
un sentimento pi profondo di quello che nutrivo
per Jacky per innamorarmi sul serio, per legare per
sempre la mia esistenza a quella di una donna.
Il giorno dopo faceva pi caldo che mai. La foschia
sottile del primo mattino, azzurrognola come
per il fumo di sigarette, lasci il posto ad un sole
accecante, cocente. In banca si sentiva odore di muffa,
come in una chiesa da troppo tempo chiusa al
pubblico.
 Allora, come sta il Grande Autore, oggi? -
mi salut Jenkins, come faceva sempre.
I primi tempi ero stato cos sciocco da dire a
Jenkins che scrivevo, o che mi sarebbe piaciuto farlo.
Ormai avevo capito che avrei fatto bene a tenere
la bocca chiusa, ma con Jenkins era troppo tardi.
 Oh, bene... si campa, risposi.
Ribattei con dei monosillabi alle sue sei successive
domande, sempre le stesse, giorno dopo giorno.
Alla fine si stanc lui.
Non cerano molti clienti, cos di buon'ora. Io
dissi ci che dovevo dire, feci ci che dovevo fare,
automaticamente, continuando come al solito a seguire
i miei pensieri.
Dovevano essere circa le dieci e mezzo quando
la porta girevole si apr. Non so che cosa mi fece
alzare la testa, ma sollevai lo sguardo. Nella colonna
di luce che s'infiltr nel locale in penombra della
banca, man mano che la porta girava, vidi una donna
avanzare lentamente sul pavimento a mattonelle
bianche e nere, a scacchi.
La prima cosa che pensai fu: Che aspetto fresco
ha!
Mi faceva venire in mente un lago, con l'acqua
verde pallido e grandi foglie di ninfea, d'un bianco
magnolia, che fluttuavano dolcemente sulla sua superficie.
Mi parve di sentire l'odore di quella verde
frescura, di toccare le morbide rugiadose foglie della
ninfea.
Era alta e snella. Indossava un abito grigio d'una
stoffa molto trasparente... ne avrebbe voluto uno cos
anche Jacky, me l'aveva anche fatto vedere esposto
nella vetrina di un negozio.
La morbidezza della stoffa del suo abito aiutava
a darmi l'impressione che la donna fluttuasse nell'aria
piuttosto che camminare... non avevo mai visto
nessuno muoversi in maniera cos aggraziata.
Aveva gli occhi chiari, grigio-verdi; i capelli d'un
bruno morbido; la pelle bianca, d'avorio.
Mentre la guardavo si ferm, di colpo, improvvisamente.
Poi si port una mano davanti agli occhi
e sulla fronte, sollevandosi sulla testa il cappellino
nero. Vidi allora che sulla sommit della testa, una
striscia dei suoi capelli era dorata... mche si chiamava,
vero? Strinse con le dita l'orlo del cappello,
poi il braccio le ricadde lungo il fianco. Le dita si
aprirono e il cappello cadde a terra.
La donna chiuse gli occhi e le folte ciglia nere,
dritte, risaltarono contro il pallore delle sue guance.
Si port una mano al petto, e mi parve che barcollasse.
 Per favore... disse, e aveva la voce fresca,
profonda come l'oscurit.
Mi resi conto allora di quello che stava accadendo.
Rialzai con violenza la ribalta del bancone e le
corsi vicino.
 Mi faccia sedere, lei disse.
C'era una panchina di legno lucido, con un bracciolo
di legno arrotolato ai due lati, un bracciolo che
assomigliava ad un panino lavorato. L'aiutai ad arrivare
sino alla panca, sostenendola per il braccio,
e tenendola per mano. Attraverso la stoffa sottile
dell'abito sentivo la sua carne, sorprendentemente
fresca.
 Mi lasci stare tranquilla, lei disse. Non
faccia niente delle solite cose... come farmi piegare
la testa e... Mi fa star peggio...
Cercava di ridere. Ma pronunciava a fatica le parole,
come se se le tirasse fuori a forza dalla gola,
e respirava bevendo l'aria a profonde boccate. Teneva
la testa appena chinata, come se fosse obbligata
in quella posizione dal peso del liscio chignon
di capelli raccolto sulla nuca.
 Vado a prenderle un po' d'acqua, dissi.
 No, la prego, rimanga con me.
Le tenevo ancora una mano. Involontariamente,
le mie dita si strinsero intorno alle sue. La sua mano
fresca ricambi, debolmente, la mia stretta, poi si
ritir.
 Non si preoccupi, ogni tanto mi capita una
cosa del genere, disse.
  per il caldo? chiesi.
Fece come una pausa, poi con un mezzo sorriso
disse:
 Molto probabilmente, s.
Jenkins comparve sulla soglia della porta dietro
il banco.
 Va' a prendere un bicchiere d'acqua, gli
dissi, con tono perentorio.
E Jenkins and.
 Ha qualcosa da... prendere? chiesi.
Lei alz gli occhi e mi sorrise.
 A che cosa sta pensando... a dei sali? Ma le
donne usano ancora portarseli appresso? Aveva
la voce ancora debole, ma gi capace di fare dell'umorismo.
Io veramente non avevo pensato ai sali, ma a
delle pillole, magari delle capsule. Forse le teneva
in borsa, in una scatolina... di argento, magari.
 Suppongo che adesso non usi pi, dissi vagamente.
 Ma posso andare a prendere...
 No, non  niente. Mi sento meglio, adesso.
Davvero...
Jenkins arriv con l'acqua.
 Si sente bene, signora Fawcett? disse, con
tono ossequioso. Vuole magari riposarsi un poco
nell'ufficio del direttore?
 No, no... replic lei. La porta girevole si
era aperta nuovamente e nel locale della banca entrarono
un uomo e una donna. Vi prego, non fate
caso a me, prosegu. Non preoccupatevi. Lasciatemi
qui seduta, un poco, e star benissimo.
Jenkins torn dietro il bancone. Io rimasi con lei.
 Vada anche lei, disse, ma mi guard sorridendo.
Io non mi allontanai, non subito.
Dopo un poco si alz in piedi, e io le raccolsi da
terra il cappello. Lei allung una mano e si riprese
il copricapo. I suoi occhi incontrarono fuggevolmente
i miei, poi guardarono altrove.
Era come se stesse prendendo in giro se stessa,
o me... o tutti e due noi, forse. Non capivo bene.
 Ma che piccolo dramma ho combinato! disse.
 Sono stata proprio sciocca. No... m'interruppe
mentre stavo per parlare, non chiami un
tass. Torner a casa a piedi. L'aria mi far bene.
Lei  stato cos gentile... veramente gentile.
La guardai, allora. La guardai in fondo agli occhi
e mi parve che ricambiasse il mio sguardo con
uguale intensit. Pass tra noi due come un violento
segnale luminoso, una veloce silenziosa esplosione
di sentimento.
Lei abbass gli occhi, velati ora da quelle sue
lunghe ciglia. Rialzai la testa di scatto, era stato come
un segno di congedo da parte sua.
 La ringrazio di tutto. E arrivederla, disse.
Le tenni aperta la porta. Lei mi pass di fianco.
Lasciai andare la porta, che and avanti e indietro
per un poco, poi si ferm.
E questo fu tutto.
Dopo, non provai altro che una sensazione di frescura,
o il ricordo di quella frescura. A lungo... Quando
alzai nuovamente gli occhi a guardare l'orologio
vidi che era passata mezz'ora da quando se n'era
andata. In banca, adesso, c'era da fare e in qualche
modo mi diedi a sbrigare il mio lavoro.
 Chi era quella? chiesi a Jenkins dopo un
poco.
 Chi era chi? egli disse.
 La donna che  svenuta.
  svenuta? Ah... La signora Fawcett... la moglie
del dottore.
 L'ha... l'ha gi fatto altre volte?
 Fatto che?
 Di svenire.
 Non che io lo sappia. Dovrei saperlo, scusa?
Mi guardava incuriosito, anche un poco insolente.
Decisi di ignorare quella espressione.
 Me lo chiedevo... Mi pareva che... non stesse
bene. Ma probabilmente  solo il caldo.
 Ah... probabile.
Jenkins aveva dei corti baffetti color zafferano.
Quando era sopra pensiero o incuriosito da qualcosa,
si stringeva il mento tra l'indice e il pollice e con
il mignolo si toccava i baffi. Lo fece anche ora.
All'intervallo di mezzogiorno andai subito fuori
in una cabina telefonica e sfogliai l'elenco degli abbonati.
Trovai subito l'indirizzo dei Fawcett... dottor
Howard Fawcett. Abitavano in una di quelle grandi
case lungo la strada principale, che guardavano sul
Parco.
Percorsi la strada infuocata e arrivai sul posto.
Era una casa grossa, brutta... per quanto mi era dato
di vedere. Ci correva intorno una siepe alta, e su
un lato si apriva un solido cancello con una targa
di ottone sulla colonnina.
Il cancello non era molto alto, a livello dei miei
occhi, ma oltre quello il vialetto s'incurvava togliendo
la vista di ci che vi era all'interno.
Poco dopo si ferm davanti alla casa una macchina
e io mi feci da parte quando ne usc un uomo
che entr da quel cancello.
Mi diede una rapida occhiata assente. Era l'occhiata
di un uomo avvezzo all'osservazione; e avvezzo
anche a rifiutare ci che, una volta osservato, risultasse
privo di importanza.
Immaginavo fosse il dottor Fawcett. Non ebbi il
tempo di osservarlo nei particolari. Era magro, quasi
esile. Non era facile dargli un'et. Mentre mi passava
davanti, diretto verso il cancello, si tolse il cappello.
Gli vidi i capelli, biondi, sottili, pettinati all'indietro
a lasciar scoperta la fronte. Forse aveva
anche un principio di calvizie prematura. Mi diede
l'impressione di essere un uomo sospettoso, freddo,
e dotato di un ferreo autocontrollo.
Tornai in banca e in qualche modo feci passare
il pomeriggio. Quando Jenkins se ne fu andato esaminai
la posizione dei Fawcett. C'erano due conti
distinti. Dottor Howard Fawcett. Signora Madeleine
Fawcett.
Madeleine... Cos si chiamava, dunque.
Jacky ed io avremmo dovuto vederci, quella sera.
Le telefonai che non potevo andare. Quando la
banca chiuse tornai subito davanti a quella casa.
Attraversai la strada e sul marciapiede di fronte
mi fermai. Il cuore mi batteva furiosamente e mi
sentivo la faccia in fiamme. Attenzione, mi dissi.
Vuoi che la gente ti veda che stai qui a... a guardare?
E chi aspetti? Lui? O lei?
Il cancello dei Fawcett era quasi esattamente di
fronte alla cancellata del parco. Entrai nel vialetto
del parco, senza quasi rendermi conto dei miei movimenti
e mi obbligai ad allontanarmi, lungo il fiume.
Rimasi l a lungo.
Poi tornai di nuovo sui miei passi. Rimasi ad osservare
la casa per dieci minuti buoni dal marciapiede
di fronte, cercando di decidere se passare attraverso
quel cancello, bussare alla porta e chiedere
di lei. Chiedere come stava. Be', potevo chiederlo,
no? Che c'era di male?
Non fare lo stupido, mormorai a me stesso. E
che cosa stai facendo qui, ad ogni modo?
Mi obbligai ad allontanarmi. Andai a casa e mi
misi a sedere davanti alla mia macchina per scrivere.
Quando l'orologio della chiesa batt le undici abbassai
gli occhi al foglio inserito nel carrello. Una sola
parola mi guardava da quella superficie bianca: fresca.
Jacky ed io ci vedemmo come al solito la sera
successiva. Indossava un abitino a righe bianche e
nere, col colletto bianco. I capelli legati sulla nuca
erano tenuti fermi da un nastro nero. Mi sembrava
cambiata, e io questo non lo volevo. Era come se
tutto il suo morbido giovane corpo avesse i contorni
sfocati.
Improvvisamente sentii di detestare quel posto,
il locale di Joe, dove andavamo per risparmiare soldi.
I tavoli ricoperti di cristallo appiccicoso dopo
che il cameriere ci aveva passato sopra lo strofinaccio
umido, le tazzine di plastica, il cartello che ammoniva:
I clienti sono pregati di non schiacciare
le cicche sul piatto, e la gente. Jacky e me.
Quasi sempre Jacky mi raccontava quello che aveva
fatto durante la giornata... aveva questo dono,
di saper raccontare le cose in fretta, con facilit.
Quasi sempre anch'io le raccontavo qualcosa di come
avevo trascorso la giornata. Ma quel giorno non
riuscivo a dirle niente.
 Sei molto silenzioso, lei disse.
 S, sto pensando.
 Cose di lavoro?
 S, mentii.
Jacky mi guard,  sorrise.
 Va' a casa a lavorare, disse gentilmente.
Le obbedii, grato.
Nella mia stanza sotto il tetto si soffocava. Guardai
la tavola di legno nuda, macchiata, la sedia, la
macchina per scrivere; guardai la lettiera di ferro
nero, il cassettone giallo, lo specchio offuscato e la
finestra. Ma, oltre queste cose reali, con la mia immaginazione
spaziai tra scoppi di colore e di fiori,
tripudio di vita nei giardini rigogliosi.
Ogni giorno adesso, quando la banca chiudeva,
andavo ai Kew Gardens. Non vedevo pi Jacky. Di
solito, prima, avevamo fissato i nostri appuntamenti
di giorno in giorno, Domani? Stessa ora? Stesso
posto?, dicevamo. Era come un gioco, tra noi due.
L'ultima volta non avevamo fissato nessun appuntamento.
Sapevo che avrei dovuto telefonarle, fissare un
nuovo appuntamento con lei, o almeno addurre qualche
scusa. Ma non ne ero capace.
Ogni giorno andavo diretto sino alla casa, e ci
passavo davanti senza fermarmi, attraversavo la strada,
poi mi fermavo, sempre con la stessa emozione
nel petto, fatta met di speranza e met di paura.
Appesa a una colonna del cancello del parco c'era
una carta topografica della zona. E io stavo l ritto,
fermo, a consultarla... in fondo avevo una occupazione
legittima. Forse, lei mi sarebbe anche passata
di fianco, se era diretta per questo viale. Allora mi
sarei girato. Lei mi avrebbe visto...
Ma i minuti passavano lenti e lei non veniva mai.
Rimanevo sempre nella zona del parco vicina alla
casa, prendevo il sentiero che correva parallelo
allo stradone principale. Era una parte che non conoscevo.
Gli alberi scuri erano alti... qui non c'erano
aiuole ben disegnate, o arbusti fioriti, non c'erano
azalee o rododendri. Solo quegli alberi scuri.
C'era una casetta chiusa vicino al cancello... una
sorta di museo, penso. Era in posizione elevata rispetto
al sentiero, sorgeva sull'argine, ed era circondata
da un porticato, con tanti fiori intorno e dei
mosaici marmorei.
Un giorno salii la breve rampa di scalini che immetteva
sul porticato. C'era una panchina di ferro
sistemata lungo una parete della casa e mi ci sedetti.
Rimasi fermo, in attesa.
E fu qui che la vidi nuovamente.
Mi pass davanti, senza vedermi. Sentii il viso
farmisi di fuoco, poi il sangue si ritir di colpo. Tremavo.
Ero quasi contento che se ne fosse andata...
non so, come sollevato. Eppure senza pensare a ci
che stavo per fare mi alzai e cominciai a seguirla.
Era uscita dal sentiero e camminava adesso tra l'erba.
La stoffa grigia del suo abito era parte della giornata
grigia, della nebbia che si sollevava dal terreno,
delle ombre.
Di tanto in tanto si fermava e dava l'impressione
di leggere i cartellini che indicavano il nome di un
arbusto o di un albero.
Ma io non credevo che lei leggesse niente. Era come
se, con quella sua azione, cercasse soltanto di
tornare alla realt, al presente.
Quando si ferm un'altra volta decisi di approfittare
dell'opportunit che mi veniva offerta. Affrettai
il passo e accorciai la distanza che ci separava;
alla sua prossima fermata la raggiunsi.
Si gir a guardarmi, sopra la spalla; e mi sorrise.
Mi si doveva leggere in faccia ci che provavo, lo sapevo
bene. Era inutile simulare sorpresa, n un facile
compiacimento convenzionale.
Rimasi immobile a guardarla. Non parlai. Se lei
lo sapeva che l'avevo seguita... se sapeva che l'avevo
aspettata al varco, che mi ero appostato davanti alla
casa dove abitava... oramai non potevo farci pi
niente.
Ma se anche lo sapeva o l'aveva indovinato, non
si fece affatto capire.
 Mi fa piacere rivederla, disse. Desideravo
rivederla. Per ringraziarla...
Lo disse cos, semplicemente... E proprio come
quella prima volta la sua freschezza mi aveva irrorato,
cos ora lei mi avvolse, delicatamente, come in
un mantello, con la sua tranquillit.
 Sta... bene? dissi. Sta meglio adesso?
Scroll lievemente una spalla e atteggi la bocca
a quel piccolo sorrisetto con cui prendeva in giro
se stessa.
 Oh... sto abbastanza bene.
Attesi che dicesse qualcos'altro, ma non lo fece.
 Che caldo! io dissi.
 S?
 Eppure lei ha un aspetto fresco. Cos fresco!
 Davvero?
Ero esitante. Non sapevo che fare. Lasciarla, riprendere
a camminare con lei, parlare, rimanere.
Parve indovinare i miei dubbi.
 Cammini un poco con me, disse. Vuole?
Se non ha da fare. Non ha fretta, vero?
Cominciai a camminarle al fianco.
 Non ho da fare, dissi.
Non mi guard mentre camminavamo. Io potevo
osservarla con comodo, cos. Teneva gli occhi fissi
davanti a s, su qualcosa posto a distanza illimitata.
Il volto era disteso, immobile. Non avevo mai conosciuto
nessuno che possedesse in tanta misura, una
cos profonda tranquillit... e anche una certa tristezza.
 Viene spesso qui? chiesi, tanto per dire
qualcosa.
 Qualche volta, disse.
Mi rivolse una breve occhiata, per met tenera,
per met incuriosita, come se sapesse che cosa mi
aveva spinto a farle quella domanda.
Io arrossii.
 Qualche volta, disse in fretta, voglio andare...
via. Staccarmi da... da tutto. E questo  il posto
ideale, per me. La gente pensa ai giardini come
ad un luogo grazioso, pulito. Simpatico. Accogliente.
Io, sa, li vedo in modo diverso...
 Davvero? dissi.
 Ad un tiro di schioppo da qui, lei disse, -
... c' un mondo pieno di aria, di luce.  spazioso.
Qui invece...  cos chiuso. Quando  cos, disse
ancora, ...afoso e umido e soffocante...  come
una giungla.
 S, dissi. Davvero.
 Io qui... mi sento come a casa.
Le scoccai una rapida occhiata, senza interromperla.
 Sono gli alberi, penso. C' una sorta di... violenza,
nel modo in cui sono cresciuti. Sono alberi da
foresta, suppongo. E si avverte fisicamente, qui, la
loro spinta in alto, in fuori, per farsi largo. Largo
verso la luce e il cielo. Lottano tra loro, per conquistarsi
il proprio posto al sole.
 S, dissi.
 E qualche volta... la violenza, la vita, il crescere
stesso, sono... un antidoto. Come succede quando
si pesta con violenza su un dente dolorante, disse.
E si mise a ridere.
 Quella che viene considerata la zona selvatica
di questo parco, prosegu dopo una pausa,
  invece tranquilla, sicura. Domata. Jacky l'aveva
chiamata selvaggia, ricordai.
Camminammo in silenzio per un bel po'.
 Ma sta davvero bene? dissi all'improvviso.
  cos pallida. No, non  questo. Sembra che...
 S? lei disse.
 Sembra che lei, le parr assurdo, ma che lei
stia sognando. Che cammini nel sonno.
Rise.
 Sono in un sogno brutto o bello?
Non risposi a questa sua domanda.
 Mi racconti qualcosa di lei, disse, con tono
leggero. Quando l'ho vista, quel giorno alla
banca, mi sono chiesta che tipo era...
 Davvero? dissi.
 S. Mi pareva che... quello non fosse il suo
posto.
Cos allora potevo dirle che la banca era un mezzo
per raggiungere il mio fine! Dirle che mettevo da
parte soldo su soldo per potermi comprare, uno di
questi giorni, la mia libert. Dirle che desideravo
scrivere.
 Tanti scrittori hanno cominciato facendo un
mestiere che loro non si addiceva, le dissi. -
Maugham facendo il medico, per esempio. Wells il
tappezziere... Io faccio l'impiegato di banca... il che
fa ridere, immagino. Poi senza volerlo ripetei quello che spesso mi diceva Jacky. Comunque, bisogna
ben mangiare anche scrivendo...
 Lei non potrebbe mai far ridere, disse. Lo
disse cos quietamente, con sicurezza, e tanto dolcemente.
Mi sentii liberato dal senso di assurdit che spesso
mi intralciava, non pi inceppato dalla timidezza
giovanile. Mi sentivo adesso perfettamente a mio
agio.
 Lei otterr ci che desidera, disse. E
pochi di noi ci riescono.
 Ma lei, sicuramente... dissi.
Mi guard col viso vuoto di espressione.
 Io, disse, sicuramente... che cosa?
Era come se mi avesse sbattuto una porta in faccia.
Quietamente e gentilmente, ma senza ombra di
dubbio.
Avevamo fatto un largo giro ed eravamo di ritorno
ora, vicino al cancello del parco. Mi sentii dilaniato
dall'imbarazzo. Dovevo andarmene ora? Potevo
rimanere? Ci eravamo fermati.
 Non voglio trattenerla, dissi.
 Ma no! lei rise. Sono io che non voglio
trattenere lei! Ha un appuntamento con una ragazza?
Deve andar via subito?
 No. Ma...
 Rimanga, allora. Mi fa piacere se lei si trattiene
con me.
Ci voltammo e riprendemmo la nostra passeggiata.
 Questo ... un momento di solitudine per me,
 disse lei.
 Si sente sola? chiesi.
Si strinse nelle spalle.
 Oh, cos... va e viene. Si volt a sorridermi.
 Capita anche a lei?
 S, le risposi. Era facile dire questo quando
me lo chiedeva in quel modo... quasi per scherzo.
 Molte persone si sentono sole, immagino, -
dissi. La maggior parte dei giovani.
Lei rise.
 Pensa che sia questione di et? disse. -
Quando si  giovani... si tratta di una specie di solitudine,
come dire? giusta. Una solitudine che ci si
aspetta di provare. Logica.  la solitudine che viene
pi tardi quella che fa male.
S'interruppe, di colpo. Come rendendosi conto,
forse, di aver detto troppo, di aver rivelato troppo
di se stessa, sorrise, e volt la testa da un'altra parte.
Ricordai l'uomo che avevo visto entrare dal cancello
con la targa di ottone... quell'uomo biondo,
freddo, controllato.
Mi obbligai a non parlare per un poco. Eravamo
nuovamente tornati vicino alla casa con il porticato
intorno, l da dove l'avevo vista, poco prima.
 Vogliamo sederci? dissi.
 S. Sono... stanca, rispose.
 Qui si sta bene.  all'ombra. Fresco.
Salimmo insieme i gradini bassi, e ci sedemmo
di lato alla casa. Non c'era nessuno l intorno. Dal
tetto della casa pendevano dei rampicanti, come delle
tende, che ci tenevano al riparo.
Sedevamo di fianco l'uno all'altra e io non la
guardavo. Non avevo nessun bisogno di guardarla.
Conoscevo gi il suo viso, come un viso noto, che
ricorre nei sogni.
Lei si tolse il cappello. Allora io mi girai. Nell'aria
grigia del porticato, la mche dorata dei suoi
capelli sembrava quasi bianca.
Sar cos, pensai, quando diventer vecchia. Un
poco pi magra, forse, e quella sua bella pelle liscia
avr qualche venatura sottile, come una carta velina
appena stropicciata. Sar bella quando sar vecchia.
Ma lo stesso non potevo sopportare di pensarla lontana
dall'et che doveva avere adesso.
 Quando ero bambina, mi disse all'improvviso,
 vivevamo a Ceylon. Avevamo una piantagione
di t. Mia madre mor quando io venni al mondo.
Mio padre lavorava con suo fratello. Io fui allevata
da mia zia, insieme a mia cugina. Un giorno io uscii
dal giardino... era un giardino ordinato, all'inglese...
e m'inoltrai nella giungla. Non ho mai saputo come
fu che accadde... c'era sempre una domestica, qualcuno
che ci teneva d'occhio quando eravamo piccine.
Immagino che per un istante mi abbia trascurato,
si sia voltata altrove.
Fece una breve pausa... come esitasse; evidentemente
era per rendere pi chiara la scena nella sua
mente. Poi continu:
 M'inoltrai nella giungla, che con la sua vegetazione
selvaggia e violenta cresceva quasi a ridosso
della nostra casa. Era come se quella strana vita verde
cupo mi chiamasse. Ricordo magnifici uccelli che
mi volavano intorno, lanciando il loro richiamo. E
io continuavo ad andare. Soltanto pochi passi in pi,
immagino, e mi sarei perduta... ma mi ritrovarono.
Piansi quando mi trovarono. Mi ero sentita bene a
mio agio, l dentro, come mai prima in vita mia.
Fece una lunga pausa.
 Immagino, sembrava parlasse pi per se
stessa che altro, che quando ci si allontana molto
dalla propria famiglia... quando ci si sposa in un paese
straniero, ci si sente soli. Affamati, forse, di affetto,
quell'affetto che ci davano gli amici della nostra
famiglia. S'interruppe bruscamente. Io non ne
avevo per, di amici. Non gli amici intimi che si hanno,
comunque, quando si vive in una cittadina di
provincia o in un paese. Mia cugina ed io eravamo...
come sorelle. Ma non avevo un'amica. Si pu bramare
ci che non si  mai perduto... nel senso che
non lo si  mai posseduto?
Si pos una mano sugli occhi.
 Mi perdoni, disse.
 Ma lei sta piangendo!
 Non  niente.
 Lei... non sta bene!
 Oh, non  questo che importa...
 Non vuole... non pu dirmi che cosa...?
 Non credo.
 Alle volte serve.
 Nessuno pu aiutarmi.
Dopo un poco cominci a parlare, come se io non
fossi pi stato l. Adesso un pallido sole acquoso filtrava
tra i rampicanti e le rifletteva sul viso uno strano
esile disegno di foglie e di viticci. Non so come,
quelle ombre lievi mi parvero trasformarsi in alghe,
e il viso di lei divenne la faccia di una donna annegata.
Provai... che cosa fu che provai? Un colpo al
cuore, penso. Una sorta di cupa apprensione.
 Non  la solitudine, lei disse con voce calma.
 ... l'essere sola. Il senso di essere sola in un
mondo pieno di gente, e non essere capace di toccarla,
questa gente, comunicare con le altre persone.
 la sensazione che sto per svegliarmi da un brutto
sogno. Solo che non lo far mai, perch quel sogno
 la realt.  il... terrore, disse ora.  la paura...
Non sapevo che cosa dire. Vidi quella casa circondata
dall'alta siepe, cercai di immaginarmela come
era all'interno, senza riuscirci. Cercai di vedere
lei dentro quella casa, e non ne fui capace.
Cercai di pensare a Howard Fawcett... sorridente,
forse tenero. Tutto quello che riuscii a vedere fu
quella sua espressione attenta, di uomo avvezzo ad
osservare, e avvezzo a scegliere che cosa o chi osservare.
Per quattro cinque volte tentai di dire qualcosa;
non mi venne nessuna parola. Non mi venne sulle
labbra niente che non fosse... goffo, impacciato. O
impertinente. Gi sentivo, e la cosa mi dava una strana
disperazione, che non potevo... non dovevo... perderla.
Rimanemmo l seduti a lungo. Ad un certo momento
lei si gir a guardarmi. I begli occhi chiari
avevano un'espressione cupa; ma quando sorrise si
illuminarono.
 Lei mi  stato di aiuto, disse. Fa bene
parlare a qualcuno che...  estraneo a... Che non fa
parte...
Si alz in piedi.
 Devo andare, disse.
Le camminai accanto per un poco, ancora incapace
di dire niente. La guidai sull'erba descrivendo
un ampio cerchio, nella speranza di prolungare in
quel modo il nostro tempo insieme.
Eravamo vicino alla Pagoda, ora. Davanti a noi
si apriva un lungo viale, fiancheggiato di alberelli, un
viale che si perdeva nella distanza. Qui lei si ferm.
 Non venga oltre, disse.
 Ma non posso lasciarla andar via cos! esplosi.
Lei sorrise.
 Ma io... sono preoccupato per lei, dissi.
 Davvero? chiese, prendendomi gentilmente
in giro. Poi riprese: No... non venga oltre.
Cominci a percorrere il viale, allontanandosi da
me. La stoffa grigia del suo vestito si confuse con la
nebbiolina che alitava sull'erba, divenne parte dell'aria,
della distanza.
Io rimasi stupidamente fermo, immobile, a lasciarla
andar via.
Il tempo cess di essere una realt per me. Camminavo
per le strade, e non mi rendevo conto della
mia mta... e quando me n'accorgevo era sempre
uno choc; da qualunque parte mi dirigessi finivo
sempre per aggirarmi intorno alla casa di lei.
Percorrevo i viali del parco, cercando di ingannare
me stesso: non  lei che cerco qui, mi dicevo.
Ma non riuscivo a farmela. Lo sapevo fin troppo bene
che tra l'erba alta speravo di intravedere la sua
figura snella. Il pensiero di lei era diventato una fissazione,
per me; e l'assenza di lei era un sordo dolore
che mi rodeva il cuore.
Circa tre giorni dopo... avrebbero potuto essere
anche di pi, o di meno di tre giorni, mi telefon
Jacky, una mattina di buon'ora, prima che uscissi
per andare in banca.
 Dave, mi disse, lo sai che giorno  oggi?
Le risposi impaziente, con la mia riluttanza di
essere riportato al presente.
 Che giorno ?
 Mi dovevi portare al ballo del Tennis Club
questa sera. Te l'eri dimenticato?
L'avevo proprio dimenticato, infatti. Ma non volevo
ammetterlo.
 Devi lavorare? prosegu Jacky. Perch
se non puoi per via del lavoro posso facilmente trovare
qualche altro cavaliere. Avevo pensato gi da
principio di chiederlo a Joe Mount, ma... temo che
Joe interpreti in modo sbagliato le mie intenzioni.
Tu invece no. Perci...
 Ma oramai  fissato, dissi. Non fare la
sciocca. Ti porto io.
 Bene, d'accordo, allora. Se sei sicuro...
 A che ora comincia?
 Alle sette in punto.
 Ti passo a prendere, allora. Alle otto, diciamo?
Un quarto alle otto?
 Be'... sette e mezzo, direi, disse quietamente
Jacky, e poi aggiunse, ridendo: Se andiamo,
almeno arriviamo in orario, o quasi!
Andai a prenderla in perfetto orario.
Jacky era pronta, e mi aspettava. Indossava un
sottile abito giallo, dalla gonna ampia, con delle righe
scozzesi marrone, e una sciarpa marrone di stoffa
morbida... lana mohaire penso. Il giallo le accendeva
gli occhi, e le donava riflessi morbidi ai capelli
di seta.
 Oh, Jacky...  bello rivederti! dissi, e lo era
sul serio. Solo che io per met non ero l, con lei. -
Come stai bene!
  stato infernale, fare quest'abito, rispose
Jacky. Non mi voleva venir bene. Ho dovuto farlo e disfarlo un sacco di volte.
 Non sembrerebbe.
 Era questo che volevo, Jacky disse, sorridendo.
Non parlammo lungo la strada. Camminavamo a
passo, vicini, in silenzio. Quando arrivammo davanti
al cancello del club e io posai la mano sulla maniglia,
Jacky alz gli occhi e incroci il mio sguardo.
Gli occhi di Jacky danzavano di vita.
 Dave, non soffrire troppo, disse.
 Ehi, Jacky! Risi. Sono solo... preoccupato.
 Lo sei sempre. Se fosse solo per quello... ci
sarei avvezza. La cosa non mi disturba.
 Tu non ti lasci mai disturbare molto da niente!
 dissi, con una certa ammirazione e anche, credo,
un po' d'invidia.
 S,  cos. Bene, disse Jacky, non aspettarti
diciassette violini e candelabri di cristallo, mi
raccomando. Siamo al Tennis-Club, non nel palazzo
del Re!
Mentre attraversavamo la radura erbosa, ci giunse
il suono della musica... forte, non esattamente da
mandare in visibilio.
  il miglior complesso che siamo riusciti a
trovare, disse lei. Quelli veramente buoni erano
gi tutti impegnati.
All'interno del padiglione le decorazioni erano
contrastanti; cineserie di carta d'alluminio intorno
ai lampadari, catene di carta colorata alle pareti.
Anche dal lato fiori non andava bene, erbetta falsa,
e sempreverdi polverosi.
Non dissi niente, ma Jacky dovette cogliere l'espressione
della mia faccia.
 Senti, Dave... cominci.
 Balliamo? io dissi.
 Be'... va bene.
Jacky ballava cos bene che per un poco non dovetti
nemmeno ricordarmi di quanto male ballassi
io, invece.
 Scusa se sono un elefante, le dissi, dopo
averle pestato i piedi per la seconda volta.
 Potresti anche imparare!
 Non c' tempo! Non c' abbastanza tempo
per fare tutto.
 Occorre fare una scelta di come trascorrerlo.
Gi la serata si era messa sulla strada sbagliata,
e io non avevo abbastanza buonsenso... non ero sufficientemente
preveggente... per evitarlo.
Mentre uscivamo dalla pista da ballo, e ci spostavamo
al bar, dove io comprai qualcosa da bere
a Jacky, un giovanotto che ci stava osservando dall'altra
parte del locale, parve prendere una improvvisa
decisione e ci venne incontro.
Era un tipo sportivo, coi capelli a spazzola, il viso
aperto, il torace largo, dotato di un genere di approccio
violento, tipo bulldozer. Non doveva fare
molta differenza, per lui, andare alla carica per fare
goal o per ottenere l'attenzione di Jacky.
 Salve, Jacky, disse.
 Questo  Joe Mount, disse lei. David
Gibbon.
Gli dissi salute e lui ricambi, con cipiglio. La
musica cominci ed egli chiese a Jacky di ballare.
Mi appoggiai al bar e rimasi a guardarli. Se avessi
avuto l'estro giusto, avrei anche potuto ammirarli,per come ballavano bene.
Di tanto in tanto egli chinava la testa per dirle
qualcosa e Jacky rialzava la sua per rispondergli
con quel suo franco sorriso attraente.
Jacky non aveva la malizia necessaria, penso, per
fingere qualcosa che non provava. Non fingeva di essere
incantata da Joe, nemmeno per darmi una lezione.
Quando la musica cess tornarono al bar, e quando
l'orchestra attacc un altro pezzo, chiesi a Jacky
di ballare con me. Al prossimo turno Joe Mount si
fece ritrovare, pronto, al suo fianco, in attesa.
Per quella volta lasciai perdere, ma quando me
la ritrovai tra le braccia, le dissi:
 Jacky, cos' questa storia? Mandalo a farsi
friggere.
 Perch non balli anche tu con qualche altra
ragazza? lei rispose. Guarda che io, comunque,
intendo cambiare partner ogni tanto. Capito?
 Capisco, dissi, improvvisamente seccato.
 Mi hai portato qui giusto perch ti facessi da accompagnatore?
Jacky non rispose, ma quando la musica riprese
disse con un tono caldamente intimo:
 Stiamo seduti questo ballo. E mi guid attraverso
la pista verso un tavolo dal quale due coppie
di sposini li descrissi a me stesso con quell'appellativo,
pur provando un'acuta antipatia per
loro e per il termine avevano richiamata la sua
attenzione sventolando le mani.
Salutarono Jacky con disinvoltura affettuosa. Nei
miei confronti furono vagamente cortesi. Poi ripresero
a discutere, con sincero entusiasmo, le rispettive
virt di due diverse marche di lavatrici.
 Lei non  uno di noi, vero? Sposato, voglio
dire... disse uno degli uomini. Si annoier, penso,
solo che una volta che uno c' dentro sapesse come
lo trova interessante!
Le altre due donne si misero a ridere e Jacky
disse:
 Be'... siccome si dice che fare gli sposati  un
lavoro, parlar di robe di casa  come parlar di lavoro,
e tutti sanno che questo genere di discorsi interessa
sempre.
Sarebbe stato il mio turno di dire qualcosa. Ma
non lo feci. Improvvisamente fu come se non fossi
pi l, ma fuori, a camminare per la strada buia, a
guardare la casa di Madeleine. Cercai di tornare nel
padiglione del ballo, ma senza sforzarmici troppo,
suppongo. Fu come se l'orchestra, le due coppie di
sposini, Jacky stessa, non esistessero pi per me.
Alla fine, quando tornammo a ballare, le dissi:
 Jacky... non possiamo andar fuori di qui?
Il locale era impregnato di fumo di sigarette. Faceva
molto caldo e stavo sudando. Ma avrei dovuto
dirle:
Ascolta, Jacky,  inutile. Questa sera non ce la
faccio, scusami.
Jacky si ferm di colpo, in mezzo alla pista. Sollev
il mento, battagliera.
 Non ho voglia di andarmene, io, mi disse.
 Vai pure, tu, se credi. So che Joe sar ben lieto
di prendere il tuo posto, e di riaccompagnarmi a casa.
No, non aspettarmi.
La musica si ferm in quel momento e lei mi lasci
l dove mi trovavo, poi and a mettersi di fianco
a Joe. Non guard pi dalla mia parte. Io feci
quello che lei mi aveva detto. Uscii immediatamente
dal locale, camminai in mezzo all'erba, pesante di
rugiada, ora, e mi ritrovai sulla strada.
Mentre camminavo riprovai la medesima sensazione
di quella prima volta, alla banca. La prima
volta che avevo visto Madeleine Fawcett.
Pensai al lago, dall'acqua verde pallido, con le
foglie bianche delle ninfee che galleggiavano sulla
sua superficie. Provai il desiderio di lasciarmi andare
sotto la verde frescura dell'acqua, di annegare...
Mi accorsi di trovarmi davanti alla casa di lei...
Di tanto in tanto tornavo sul marciapiede di fronte
alla casa dove lei viveva, tornavo a consultare la
carta topografica sul cancello del parco, e salivo sul
porticato della casetta-museo.
Lei non venne mai.
Io sapevo che non aveva senso quel mio sentimento.
Era pura pazzia. Eppure non c'era niente da fare,
impossibile fermarlo... non potevo nemmeno formulare
il desiderio di fermarlo.
Giorno dopo giorno tornavo a sedermi sotto il
portico, sulla panchina di ferro; aspettavo e guardavo
se arrivava, e dopo un poco non guardavo nemmeno,
aspettavo soltanto. E la terza settimana la
rividi.
Era sotto il portico un pomeriggio sul tardi, la
vidi mentre mi stavo dirigendo verso la casa-museo.
Questa volta era senza cappello e indossava un semplice
abitino estivo, stropicciato. Aveva qualcosa di
strano, di selvaggio, nell'espressione.
Sedeva immobile, con lo sguardo fisso in avanti.
Non mi vide nemmeno, solo quando parlai si accorse
di me. Allora alz il viso. Mi parve che quel giorno
la sua pelle, gi bianca come l'avorio, fosse ancor
pi pallida del solito. Gli occhi cupi le foravano
il viso bianco, simili a carboni ardenti. Tremava.
 Signora Fawcett! dissi. Non... si sente
bene? Che cosa  successo?
Lei aveva voltato la testa da un'altra parte, e non
mi rispose. Questa volta senza che lei mi avesse invitato
a farlo, mi sedetti al suo fianco. Le presi una
mano.
 Lei... non sta bene. Suo marito lo sa? le
chiesi brutalmente.
 No. Scosse la testa, mi parve penosamente.
 No. E non deve saperlo.
 Ma  ridicolo!
 No. Parlava pi quietamente adesso.
 No...  solo ragionevole. Io gliel'ho detto che questa
 l'unica cosa che Howard non deve sapere.
 L'ha detto a chi?
 Al socio di Howard... il mio medico.
 Non capisco, dissi.
Lei ebbe un mezzo sorriso.
 No, naturale. E io non dovrei dirle niente. Ma
non ho nessun altro con cui parlare... ed  un sollievo
per me il farlo, invece. Bene. Dunque, ho detto al
dottor Walters che non desideravo che Howard ne
venisse informato. Non sopporto l'idea che rimanga
con me per compassione...
Non avevo ancora colto il punto del suo ragionamento,
ma aspettavo.
Si pass una mano sulla fronte.
 Ah... le sembro ancora assurda. Lui... Howard...
ama lei, capisce? Mia cugina Joanna. Tutti
amano lei. Joanna mi ha rubato... tante cose. E allora,
dirgli che sono malata di cuore, quando non
sappiamo... perch non lo sappiamo di sicuro, capisce?
No. Se Howard rimane con me deve essere...
non per questa causa, insomma. Non perch ha piet
di me. Ma perch cos ha scelto di fare. Ho chiesto
al dottor Walters di rimandare l'elettrocardiogramma.
Solo di una settimana, diciamo due. Allora
sapr di sicuro come stanno le cose... con Howard e
con il mio cuore.
Emise un piccolo suono dalla bocca che era quasi
una risata.
 E ho promesso al dottor Walters che quando
sapr quello che mio marito avr deciso, allora lascer
che i medici facciano la loro diagnosi sicura.
 da tanto che sono in cura dal dottor Walters e
Howard non lo sa. Ma non pu trattarsi di una cosa
tanto seria, no? mi chiese, scioccamente, perch
come potevo darle io una risposta valida? Se
il dottor Walters  d'accordo di lasciarmi aspettare...
Stava ancora tremando.
 Ma lei  ammalata, le dissi, ansiosamente.
 Lo vedo. Deve dirlo a suo marito.
 No, replic. E improvvisamente fu pi calma.
 Ma... aggiunse, non lo capisce? Non posso
ricattarlo in questo modo. Certo, glielo direi se
Howard fosse lei. Un tipo come lei.
Si alz in piedi, sospirando. Si gir a met, pronta
ad andar via, e fu come se l'altra met di lei, quella
che io conoscevo gi, la donna calma, controllata,
avesse preso possesso della sua persona, della sua
voce, dei suoi gesti. Gi la sentivo remota.
 Non posso lasciarla andar via cos, le dissi,
mentre scendeva i gradini del porticato e io la
seguivo.
 Lei  cos caro, disse con tono tenero, ma
assente.
 Ci deve pur essere qualcosa che posso fare.
Mi permetta di farlo, dissi, mettendomi al suo
fianco. Forse le sembrer assurdo. Sono parole
che si leggono nei libri. Ma... ma se potessi esserle
d'aiuto. In qualsiasi modo, in qualsiasi occasione...
Che strano piccolo fugace sorriso mi rivolse allora!
Me lo sentii ricadere sul viso, simile al tocco
leggero di una mano... simile ad una carezza.
 Il solo servizio che lei potr mai farmi, disse,
mentre si allontanava da me, sar... nel caso
che io muoia.
Dieci giorni dopo mor. Me lo disse Jenkins, alla
banca. Stava contando cinque sterline in monete d'argento.
Contava con otto dita abili e agili. Man mano
che le muoveva, le monete producevano un suono
frusciante sul legno lucido del bancone.
 Ricordi quella donna, la signora Fawcett, che
 svenuta qui in banca... saranno tre settimane fa...
poco pi?
 S? dissi.
  morta.
Lo vidi prendere la piccola paletta di ottone e
raccogliere le monete; poi non vidi pi niente. Pi
tardi ricordo che pensai: allora  vera, quella frase
che si legge... E tutto divenne buio. Tutto divenne
buio, infatti, nero, vuoto. Poi, lentamente, il nero
impallid nel grigio e, sia pure prive di colori, tornai
a vedere cose e persone che mi circondavano.
 Non pu essere morta! dissi. ... cos
giovane.
 Era, precis Jenkins. Probabilmente al
di sotto dei trenta. Che brutta faccenda, poveraccia.
A quanto pare era malata di cuore. Magari quella
volta, qui in banca, non fu uno svenimento. Ma un
attacco.
 Ma mi disse che non... stava male. Non molto
male, mi corressi.
Jenkins si strinse nelle spalle.
  quello che si dice probabilmente, agli estranei.
Particolarmente quando si  ammalati sul serio,
immagino.
 Non pu essere morta! ripetei.
Jenkins non rispose.
 Quando  il funerale? chiesi.
Jenkins si accarezz i baffi.
 E a te che te ne importa, ragazzo mio?
 Quando  il funerale? ripetei.
Sollev un sopracciglio.
 Dopodomani, ho sentito dire. A mezzogiorno.
Per un lungo periodo di tempo non sentii niente.
Dopo la chiusura della banca tornai nella mia camera
e mi obbligai a mettermi seduto. Cercai anche di
lavorare, di concentrarmi.
Per i risultati che ottenni avrei anche potuto risparmiarmi
gli sforzi. Quando si fece buio le cose
andarono un po' meglio, ma non troppo.
Poco prima di mezzanotte uscii. Andai diretto alla
casa, ci passai davanti senza fermarmi, attraversai
la strada. Ma questa volta agivo senza fretta,
senza ansia.
La casa era tutta al buio. Dopo un poco riattraversai
la strada, e rimasi fermo di fianco all'alta
siepe, per essere in questo modo un poco pi vicino
a lei.
Era come se la stessi vegliando, come se cercassi
di accettare in qualche modo la sua morte. Ma
non ci riuscivo.
Gli alberi sull'altro lato della strada, quelli che
facevano parte della zona selvaggia del parco, gli
alberi che le avevano evocato la giungla, stormivano
debolmente.
Nell'aria parve levarsi come il soffio di un sospiro,
ed era la mia voce che bisbigliava.
 Via...  andata via...
Arriv l'alba prima che andassi a casa.
Mi spettava un giorno di licenza. Me lo presi per
essere libero il giorno del funerale. Non era il momento
adatto, nessuno mi disse bravo, ma io me lo
presi lo stesso. Sarei rimasto ugualmente a casa, anche
se ci avesse voluto dire farmi licenziare.
Il giorno del funerale pioveva. Rimasi a guardare
la casa mentre il corteo andava formandosi. Rimasi
al mio posto, immobile, anche quando venne portata
fuori la bara. Era coperta di fiori.
Il dottor Fawcett usc dalla casa in compagnia
di un altro uomo piuttosto giovane, bello, dall'andatura
solenne, esageratamente solenne pensai, e sal
sulla prima automobile.
Una donna di mezza et e una ragazza, mi parvero
delle domestiche, salirono sulla seconda. Non
c'era nessun altro.
Non andai in chiesa. Andai direttamente al cimitero.
Mi aggirai tra le tombe, nella pioggia, sino a
quando trovai una fossa, scavata di fresco. Su una
delle tombe vicine era stato sistemato il monumento
di un pesante angelo di pietra. Mi misi dietro all'angelo
e aspettai.
Dopo un poco arrivarono. Le poche persone che
avevano seguito fin l il feretro si misero intorno alla
fossa. Quando finalmente la bara vi fu calata dentro,
e qualcuno gett una manciata di terra sul legno
lucido, non riuscii pi a trattenermi. Mi avvicinai
anch'io. Avrei voluto mettermi ad urlare, fermare
quella gente.
Il dottor Fawcett alz gli occhi e mi vide. I nostri
sguardi si incrociarono. Il suo viso non rifletteva
assolutamente nessuna emozione... n dolore, n
sorpresa. Soltanto quell'espressione che avevo gi
vista prima. L'espressione di un uomo che  allenato
ad osservare.
Tre giorni pi tardi mi arriv la lettera. Veniva
da uno studio legale. Breve, schematica. Acclusa alla
presente comunicazione, mi si diceva, c'era una
busta sigillata che mi veniva inviata per desiderio
della loro cliente, signora Madeleine Fawcett, defunta.
Quando aprii la busta sigillata ne volarono fuori
dieci banconote da cinque sterline l'una.
Quando lei legger questo mio biglietto, c'era
scritto nel foglio io sar morta. Non ci sar nessuna
ragione per supporre che la mia non sia stata
una morte naturale. Non esister nessun sospetto,
nessuna causa di sospetto, nessun appiglio.
Ma un giorno lei mi ha offerto il suo aiuto, si
 detto ansioso di rendermi qualche servizio. Ebbene,
io la prego, sia lei, proprio lei, a farlo. Lei
solo, per. Non vada alla polizia. Non richieda l'aiuto
di nessuno. Non dica a nessuno ci che io le ho
detto. Ma la imploro: scopra la causa della mia
morte.


Capitolo Secondo.

Non sapevo da che parte cominciare. Non avevo nemmeno
il minimo appiglio per farmi una prima idea.
Tutto quello che sapevo era che dovevo farlo. Si era
rivolta a me, dopo avermi visto soltanto tre volte in
vita sua. Non aveva avuto evidentemente nessun altro
cui rivolgersi.
 Nessuno pu aiutarmi, aveva detto.
Per tre notti non chiusi occhio. Mi tenni sveglio,
continuando a riandare con la memoria al nostro
primo incontro, al secondo, al terzo, cercando di
trovare qualcosa che potesse fornirmi un'indicazione,
qualcosa che al momento avevo trascurato, o
dimenticato.
Non trovai niente.
Il quarto giorno telefonai a Jacky.
 Puoi venire a prendere il t con me questa
sera, Jacky?
 S, certo, lei disse, con tono di sorpresa.
E, dopo una minima pausa, aggiunse: Stessa ora?
Stesso posto?
Jacky mi stava aspettando. Non so che faccia
aveva, che aspetto, quasi non la vidi.
 Che cosa  successo? mi chiese subito.
 Qualcuno ... morto.
 Oh, caro! disse Jacky, gentilmente.
 Non voglio dire nient'altro.
 No, naturale... capisco... se non vuoi...
Una lieve ombra di perplessit le sfior il viso.
 Avevo pensato che fosse per quella festa, e
Joe Mount, disse.
 Mi sono comportato piuttosto male, dissi
seccamente, dopo una breve pausa.
 Male? Con chi?
 Con te.
 Con me? disse Jacky. Perch?
 Avrei dovuto telefonarti, farti sapere qualcosa.
 Ma avevi da lavorare, no?... Per un momento,
mi parve seccata. Dave, disse dopo un poco,
perfettamente calma, non devi assolutamente
fartene un obbligo. Di vedermi, di stare con me, voglio
dire. Ricordalo.
 No, lo so. Volevo solo dirtelo, Jacky.
 Bene, ora l'hai fatto.
Mi prese la tazza e me la riemp di t.
 Dave... disse. Non sto dicendo niente di
nuovo a nessuno di noi due quando affermo che tu
non mi ami. Non mi hai mai amato, e non hai mai
finto di farlo.
 Oh, Jacky. Io... lo sai che ti sono terribilmente
affezionato.
Jacky mi guard.
 Jacky, vado via per un po' di tempo, dissi.
 Ah, s? disse Jacky, senza lasciar trasparire
nulla. Dove?
 Non voglio dire... che vado via da Londra. Non
mi sposto geograficamente parlando, capisci?
Fece per parlare, poi si ferm. Incurv la bocca
in un mezzo sorriso. Poi sospir.
 Va' via, allora, disse. Rimani lontano da
me, se devi farlo. E quando... se vorrai tornare... torna,
Dave. Solo... Dave...
 S? dissi.
 Non fare niente di sciocco.
Si alz e usc dal locale, lasciandomi solo, l seduto,
senza dire nient'altro. Io rimasi stupidamente
incollato alla mia sedia, a guardarla andar via.
Camminai per la strada finch venne buio, e poi
ancora a lungo. Poco prima di mezzanotte, improvvisamente
spossato dalla fatica, mi trascinai a casa
e caddi a letto. Un attimo prima di sprofondare nel
sonno, vidi quella targhetta di ottone sul cancello
che si apriva nell'alta inferriata intorno alla casa.
Quando mi svegliai la vidi di nuovo, con su impresso
l'orario di visita del dottor Fawcett. In qualit
di paziente, potevo entrare in quella casa...
Fu una strana sensazione, aprire il cancello che
avevo spalancato tante volte nella mia immaginazione;
ma in maniera diversa.
Percorsi il vialetto a curva ricoperto di ghiaia.
Suonai il campanello. La ragazza che avevo visto al
funerale apr la porta. Non era una cameriera, non
indossava un'uniforme da domestica. Aveva un camice
bianco come quello di un chirurgo, o di una
cuoca. Era bruna. Aveva lucidi occhi marroni... occhi
esperti, pensai assente. Quando sorrideva,
metteva in mostra piccoli denti aguzzi e bianchi.
 Buona sera, disse, con un debole ma inconfondibile
accento straniero. C'era qualcosa nel suo
sorriso, nelle sue parole o, meglio, nell'intonazione
della sua voce, qualcosa di troppo. Qualcosa di pi
di quanto la situazione richiedesse.
 Da questa parte, disse. Aveva una bella figuretta,
e camminava come se ne fosse perfettamente
conscia.
La seguii attraverso l'atrio. Sulla mia destra vidi
uno di quegli attaccapanni all'antica, con lo specchio
in mezzo ai soprabiti appesi. Sotto lo specchio
c'era una mensola, e su di essa era posato un guanto
di fine capretto grigio. Era un poco rigonfio, come
ancora caldo per il tocco di una mano.
Era di Madeleine Fawcett, pensai, e provai uno
strano colpo al cuore.
La ragazza mi stava osservando. Continu a farlo,
mentre mi diceva:
 Da questa parte.
Apr la porta che dava nella sala d'aspetto. Quando
le passai davanti i nostri sguardi si incrociarono
e lei mi sorrise di nuovo.
Quando l'ultimo cliente fu uscito pensai: la prossima
volta tocca a me! Con la mano mi allentai il
colletto. Mi ripetei nella mente quello che dovevo
dire: le notti insonni mi avevano aiutato a mettere
in mostra una faccia che non era esattamente il ritratto
della salute. Per sapevo che dovevo lo stesso
fare attenzione.
Finalmente la porta che dava nello studio fu aperta.
Mi alzai ed entrai nel locale mentre il dottor
Fawcett tornava a sedersi dietro la sua scrivania,
dando la schiena alla luce.
 Venga avanti. Si accomodi, disse.
Feci come mi chiedeva. La luce mi cadde in pieno
viso.
  la prima volta che viene da me, penso, -
cominci lui. Di nuovo colsi nel suo sguardo quell'espressione
dell'uomo avvezzo ad osservare, e anche
qualcos'altro. C'era un'ombra di sorpresa nei
suoi occhi, appena un accenno di perplessit, come
se egli ricordasse, ma non fosse ben sicuro di quanto
e di che cosa ricordava. Rimasi tranquillo sotto
la sua ispezione. E quell'espressione scomparve.
 Sono nuovo di qui, risposi. Cio... non
 molto che abito in questa citt. Non ho nessun medico.
Sinora non ho avuto bisogno di consultarne
alcuno.
 Capisco. E come mai ha scelto proprio me?
Alzai gli occhi, a guardarlo in faccia.
 Ho... ho visto il suo nome sul cancello, raccontai.
Meglio attenersi alla verit finch mi era possibile.
Sorrise fugacemente. Era pi giovane di quanto
mi fosse parso, probabilmente aveva poco pi di
trent'anni.
 Capisco, disse. Mi ha scelto, diciamo,
a caso.
Mi fece le domande consuete... nome, et, indirizzo,
professione.
 Che cosa si sente?
 Insonnia, gli dissi. Difficolt di digestione.
 Quando sono cominciati questi disturbi? -
chiese, dopo aver annuito.
 Da quattro o cinque settimane, mentii.
 Non c' nessuna ragione per questi suoi disturbi?
 Nessuna che io sappia.
  preoccupato per il suo lavoro?
Scossi negativamente la testa.
 Soldi?
Mi strinsi nelle spalle.
 Non pi di tanti altri.
 Questioni d'amore, allora?
Scossi nuovamente la testa, questa volta permettendomi
un sorrisetto.
 Bene. Capisco...
Intrecci le mani sulla scrivania, e parve intento
ad esaminarle. Erano belle mani... forti, quadrate,
con le dita a spatola.
 Insonnia... cattiva digestione... disse, sono
entrambi disturbi che mettono i bastoni tra le
ruote del medico generico. Investigare come si deve
le cause di ciascuno di essi richiederebbe pi tempo
di quanto io ne abbia o di quanto, probabilmente,
lei gradirebbe dedicare agli esami necessari. Comunque...
le posso prescrivere del tonico, un po' di pillole.
Probabilmente le serviranno.
Attir a s un ricettario e cominci a scrivere.
Io mi guardai sveltamente in giro nella stanza.
Era lo studio convenzionale di un medico generico...
il lettino, un paravento, l'armadietto con la portina
di cristallo e gli strumenti all'interno, gli scaffali con
i testi di medicina.
Assente qualsiasi tocco personale, ma forse non
era cos strano: questa era la sua parte di casa, del
dottor Fawcett, la parte dedicata al lavoro.
Eppure non riuscivo ad immaginarmi Madeleine
vivere l dentro. Soltanto il guanto... perch era il
suo guanto, ne ero certo... mi rendeva possibile credere
nella sua presenza.
 Ecco qua, disse lui, e mi resi conto che mi
stava osservando. Mi tese la ricetta. Se non dovesse
averne nessun beneficio torni a farsi vedere e
proveremo qualcos'altro. Mi parve alquanto sconcertante:
un medico non molto diplomatico con i
pazienti.
 S, grazie, gli dissi.
Mi apr la porta che dava sull'atrio, ed ebbi l'impressione
che mi valutasse, con un'occhiata complessiva
durata un istante, prima di dirmi:
 Sa trovare la strada da solo, vero?
La porta si chiuse alle mie spalle.
Io rimasi immobile. Poi cominciai ad attraversare
l'atrio dirigendomi verso l'attaccapanni. Un attimo
ancora e sarei riuscito a prendere il guanto.
 Si  perso? disse una voce.
Mi girai. Era la ragazza in camice bianco. Era
stata ad aspettarmi, lo capii subito. Forse anch'io,
sebbene inconsciamente, avevo aspettato lei. Era
l'unica persona che avesse conosciuto Madeleine
Fawcett.
Non risposi alla sua domanda.
 Salve! dissi.
Lei sorrise, un sorriso da bimba, che le creava
due fossette alle guance.
La ringhiera si incurvava in fondo alle scale. Lei
vi si appoggi. Contro il legno lucido e scuro della
ringhiera di mogano spiccava maggiormente, come
senza dubbio era sua intenzione, il bianco del camice
che le fasciava la vita sottile.
 Se fa caldo! disse.
Le risposi che era proprio caldo, afoso.
 Cosa darei per una boccata d'aria! Far pi
fresco, forse, al parco...
 S, io dissi.
 Lei...  pratico del parco?
 Piuttosto...
  cos... bello, l in mezzo agli alberi.
 Pi tardi penso di fare una passeggiata, le
dissi. Se lei  libera, magari...
 Prima devo pensare al pranzo. Mi ci vorr
un'ora. Dopo potrei venire... Si diede una piccola
spinta, staccandosi dalla ringhiera di mogano. Mi
accompagn sino alla porta, l'apr, poi si gir a guardarmi
al di sopra della spalla; ancora quell'espressione
da bimba maliziosa, un po' audace, un po' eccitata,
ancora incerta...
 Tra un'ora circa, allora? le dissi.
Lei sorrise e fece segno di s, con la testa.
 Sar ad aspettarla accanto al cancello del
parco.
Andai a bere un cafF, poi tornai sui miei passi.
Mi appostai di fianco al cancello del parco. Dopo un
poco arriv anche lei. Aveva delle scarpe bianche,
indossava una gonna bianca di lino e un golfino di
filo bianco, troppo stretto.
Mi parve di notare in lei qualcosa di familiare,
come se l'avessi gi conosciuta altrove, incontrata
qualche altra volta.
Entrammo nel parco e la guidai direttamente al
laghetto e verso la casa.
 Come si chiama? lei chiese.
Le dissi il mio nome.
 E lei? m'informai.
 Io sono Ren Dessieurs. Mi sillab il suo
nome lentamente. Ebbi l'impressione che, se avesse
voluto, avrebbe parlato in inglese con meno accento
straniero di quanto faceva.
  molto che vive qui a Londra? le chiesi.
 Non molto. E adesso poi non ci rimarr ancora
per tanto. Fece quasi il broncio. Non stava
guardando me, ma fisso davanti a s.
 Adesso... come? la spronai a parlare.
 Adesso che lei se n' andata.
Assunse improvvisamente un'espressione solenne,
molto seria. Io rimasi in attesa.
  triste una casa dove  morto qualcuno, -
disse, per la prima volta senza alcun artificio. La
guardai interrogativo.
 Era per lei che rimanevo. Era la mia amica.
Me lo diceva spesso che ero sua amica. Lui, il dottore,
non mi piace. E lei  morta.
Attesi ancora. Ci mettemmo a sedere su una corta
scaletta di pietra che scendeva al lago. Capii improvvisamente
cos'era che avevo riconosciuto in lei.
Quei lisci capelli neri, annodati sulla nuca. Quella
pelle olivastra cos volutamente priva di trucco; oppure
si trattava di trucco che non voleva apparire
come tale? Era come se una bambina si fosse mascherata
da donna, per voler apparire come quella
donna...
La ragazza stava cercando di somigliare a Madeleine
Fawcett. Cercava, senza riuscirvi.
 Era... cos giovane per morire, sospir Ren
senza accorgersi, a quanto pareva, delle mie reazioni.
 Era ammalata?
 E da parecchio tempo, a quanto pare... ma
noi non lo sapevamo. Non voleva che noi sapessimo,
 spieg Ren. Nascondeva la sua malattia.
 E come mai? chiesi.
La ragazza si strinse nelle spalle. La sua faccia
liscia pareva ancor pi liscia, ora. Liscia come una
lastra di metallo.
 Quando si sa che al proprio marito non importa
affatto che sua moglie stia male... allora lo si
tiene nascosto! disse.
Rimasi un attimo in silenzio, poi incalzai:
 E perch a suo marito non avrebbe dovuto
importare niente?
 C'era quell'altra, disse Ren. E ancora io
rimasi in attesa. Da principio non potevo crederci.
Non mi pareva il tipo. Ma sono proprio quelle,
le acque chete, che strisciano, come serpi nell'erba.
Lei non voleva nemmeno pensarlo... in un primo momento.
Ma dopo un po', come poteva fare a non capire?
Certo non  facile convincersi che  tua cugina
che ti ruba il marito!
 Come  successo? dissi.
 Provava compassione per la cugina, credo, da
principio. La cugina non era bella. Non era chic, o
spiritosa. Non aveva una vita sua. Viveva annoiata
in un appartamentino di un solo locale camera-salotto...
Mi guardai le mani e dissi, quietamente, con
grande disinvoltura:
 Un appartamentino... dove?
 Ensor Gardens. Nel quartiere di Richmond.
 Non aveva attribuito alcun significato alla mia
domanda. Cos vanno le cose... Da principio anche
lui doveva essere solo dispiaciuto per quella donna
sola. Ma io capii quando tutto cominci a cambiare.
Era per via di un nomignolo che lui le aveva
affibbiato. Quando cominci ad usarlo, capii che cosa
c'era tra loro. Dolcezza, la chiamava...
S'interruppe e io rimasi ancora in silenzio. Poi
Ren riprese a parlare.
 Lei si chiama Joanna. Il dottore diceva che
Joanna  un nome troppo duro, pesante, per una
personcina dolce e fragile come lei. Dolce, la credeva!
E invece  dura come l'acciaio, sotto sotto. Dolcezza...
in principio fu soltanto un modo divertente
di chiamarla... poi non fu pi per divertimento.
 Dov' adesso? chiesi.
Ren si volt a guardarmi.
 Chi?
 La... la cugina. Joanna. Come ha detto che si
chiama?
 Joanna Lang, rispose Ren, senza accorgersi
del mio interrogatorio. Dov'... questo non lo so.
 Non era... non  venuta al funerale? lo dissi
apertamente, guardandola in faccia.
Ma lei non not nulla.
 Non era al funerale... no.
 Strano, vero? Visto che era sua cugina... Non
aveva altri parenti?
 No, mi pare di no. Se mai, credo, ne aveva a
Ceylon. E la cugina... non si  fatta vedere, al funerale.
Le convenienze, capisce?  tipo da farci caso,
per non macchiarsi la rispettabilit. E lui anche.
Non si  fatta vedere in casa Fawcett, non ha scritto...
oh, s, oramai la riconosco la sua calligrafia. Ma
lei  morta e... un'ombra di dolore le oscur il
volto, seguita immediatamente da una smorfia di
disgusto e di frustante antipatia, ...e oramai non
avranno molto da aspettare.
Poi si strinse le ginocchia tra le mani, gir la testa
e mi guard.
 Ma perch parliamo di loro? disse, sorridendomi
negli occhi. La sua voce prese un tono infantile.
 Mi parli di lei.
Non osai chiedere altro per il momento. Avevo
l'indirizzo dell'abitazione di Joanna Lang... per lo
meno, quasi l'indirizzo. Cos parlai a Ren di me. Le
dissi qualche piccola cosa, insomma, anche della
mia famiglia.
Lei mi raccont della sua vita. Aveva avuto un
uomo che l'amava. Ma era vecchio... e lei cos giovane!
Voleva sposarsi solo per amore, mi disse. E voleva
rimanere in quel paesino dove tutti la conoscevano,
ma c'era lui che era cos insistente, che la importunava...
Per questo aveva deciso di venire all'estero,
e aveva accettato questo posto.
Stetti al suo gioco; come, dopo tutto, lei era stata
al mio. Perch ognuno di noi due voleva qualcosa
dall'altro, anche se io allora non sapevo che cosa.
Poco dopo suon la campanella che era il segnale
di uscita del pubblico dai viali del Parco, e ci avviammo
verso il cancello.
Lei mi tese la mano per salutarmi; prima, camminando,
quella mano aveva spesso sfiorato la mia,
come per isbaglio.
 Dobbiamo rivederci, dissi.
 S, disse Ren. Ogni sera io sono libera
a quest'ora.
 Domani? chiesi. Dissi che sarei venuto ad
aspettarla e la guardai mentre attraversava la strada;
e si voltava a salutarmi agitando la mano.
Poi entr nel cancello della villa.
La sera dopo prendemmo l'autobus e la portai
in un bar di Richmond a prendere un caff. Conoscevo
il locale adatto: luci schermate, molto in penombra,
per non dire al buio; molte piante esotiche
e canne di bamb.
Ren apparve ingenuamente compiaciuta per la
mia scelta, ma a me rimorse un poco la coscienza
quando improvvisamente rividi nel ricordo il locale
di Joe, con le tazzine di plastica, il t riscaldato...
quel posto che giudicavo fosse sufficiente per Jacky...
 Ti senti bene, Ren? dissi, mentre le porgevo
una sigaretta. Avevamo deciso di darci del tu.
 Bene?
 Mi sembravi... molto turbata ieri sera.
 S, lo ero proprio! Le tesi un fiammifero
acceso. Ho il cuore troppo tenero, io!
Aspir una boccata di fumo, con fare inesperto.
 Si capisce...  stato uno choc, per te, scoprire
una cosa del genere, dissi. Perch non me ne
parli? Alle volte aiuta, sfogarsi...
Mi interruppi bruscamente perch le mie parole
erano state l'eco di quelle che avevo rivolte non tanto
tempo prima a Madeleine Fawcett. Ren si gir
a guardarmi, poi distolse rapidamente lo sguardo.
Aveva avvertito qualcosa di stonato in me, senza
capire di che cosa si trattasse.
 Ho il cuore troppo tenero, ripet.
 S? dissi.
 Sono stata io a trovarla, capisci...
Aspettai in silenzio, teso.
 Non lo dimenticher mai. Si copr gli occhi
con una mano, poi stacc la mano. Era scesa
la sera prima... con il vassoio delle bibite. Era sempre
cos gentile, attenta. Cercava sempre di risparmiarti
il minimo fastidio. Non mi sento molto bene,
disse, Miss Lang tra poco va a casa e subito
dopo io mi metto a letto e cercher di dormire. Lasciami
tranquilla sino a domattina. Miss Lang infatti
and via... la sentii scendere da basso, usc da
sola. Poi la mattina...
 S? La mattina?
 Le portai il t. Aprii la porta, posai il vassoio
e attraversai la stanza per tirare le tende. Non era a
letto. Il letto non era neanche sfatto. Mi guardai intorno.
Era seduta... davanti alla toletta, pronta per
la notte, in vestaglia. La testa le posava sul ripiano
di cristallo della tavola. Per un momento pensai che
si fosse addormentata in quella posizione. Pensai che
si sentisse male. Non so nemmeno bene io che cosa
pensai...
 Era morta? dissi.
 Era morta in quel modo...
 In quale modo era morta? le chiesi sottovoce.
 Quell'altra aveva promesso di andar via. Me
l'aveva detto lei, capisci? Prima che portasse di sopra
il vassoio con le bibite mi aveva detto: Credo
che andr tutto bene, Ren. Lo spero. Quell'altra,
Joanna, aveva promesso di andarsene... Aveva promesso
di lasciarli stare. Cos, per questo, lei si era
seduta davanti al suo specchio, per farsi bella...
 Ma come poteva farsi bella? Lo era gi, bella!
Mi sarei morso la lingua, per aver detto quella
frase. Ma potevo fare a meno di preoccuparmi. Ren
non l'aveva nemmeno sentita, non aveva notato niente,
era troppo presa dalla sua preoccupazione, troppo
emozionata.
 Tu non sai come, disse. Un uomo non
capisce come si vede una donna che non  amata:
brutta, trascurata. Quando questa faccenda era agli
inizi, lei cerc di fare tante cose. Abiti diversi, creme
per la faccia, e profumi nuovi. E poi perfino una
mche dorata sui capelli.
 La mche dorata?
 Se la faceva fare dalla sua parrucchiera, capisci?
Si ossigenava una striscia di capelli. Quella
sera l'aveva fatto da sola... aveva ritoccato la mche,
insomma. Sul tavolo della toletta c'erano ancora la
spazzola, il pettine, la bottiglia di acqua ossigenata,
e il tamponcino di cotone idrofilo. Per questo ti dico
che si era preparata, si era fatta bella, per lui...
per farsi trovare da lui pronta, quando fosse tornato
a casa, e invece  morta...
 Lui era via? chiesi.
 Era andato a un convegno medico.
 Un convegno? Dove?
 Cheltenham, mi pare. Lui sapeva che lei stava
male, che era preoccupata, ma non gliene importava
niente. E lei era contenta che andasse via.  meglio
che vada via, che stia un poco lontano da casa,
mi aveva detto. Quando torner, chiss... forse potremo
ricominciare da capo la nostra vita insieme.
Lei lo sperava tanto, capisci...?
Schiacci la sigaretta sul posacenere. Gliene porsi
un'altra e gliela accesi.
 Ma perch ti annoio con questi discorsi? -
disse lei, cambiando tono e alzando gli occhi verso
i miei.
 Non mi annoi, dissi.
 Ma tu non la conoscevi.
 La conoscevo, invece, risposi. Cercai di dare
un tono rassicurante alla mia voce. Mi guard un
poco perplessa, ma appena un poco. Era come se non
volesse appurare, non pienamente almeno, le mie
intenzioni.
 La conoscevo; ma non bene. Non come la conoscevi
tu, dissi sottovoce.
Emise un piccolo sospiro di sollievo adesso che
le avevo chiarito la mia posizione. Adesso che mi ero
dichiarato inferiore a lei nella mia conoscenza di
Madeleine.
 Anche se la conoscevi soltanto cos... Tese
in avanti il pollice e l'indice, staccati di due centimetri.
 Conoscerla voleva dire volerle bene... Io
le volevo bene. Amavo tutto di lei. Tutto ci che era
suo. Persino i suoi abiti.
 Che cosa? dissi.
 Cos belli... erano cos belli i suoi abiti!
S, avevo capito bene. Aveva detto proprio abiti.
 Erano parte di lei, disse Ren. Tutti i
suoi indumenti. Le giacche, le gonne. Anche se non
erano... alla moda. No, non lo erano, ma...
 ...ma erano al di sopra della moda? finii io
per lei. Qualcosa di pi che degli indumenti alla
moda, vero?
I nostri occhi si cercarono di nuovo.
 S. Tu l'hai vista, perci capisci. Lo sai. I suoi
abiti le stavano bene, come i petali stanno bene ad
un fiore.
Provai un moto sproporzionato di irritazione...
non tanto perch la frase era enfatica, ma proprio
perch, in fondo, era appropriata.
 A Parigi, spieg Ren, non usiamo molto
comprare gli abiti gi confezionati. Nemmeno lei,
lo faceva. Voleva tutto giusto, perfetto. L'abito cucito
a mano, la bella stoffa. Eppure qualsiasi cosa
lei scegliesse, lui non ci faceva neanche caso...
Con la punta della sigaretta raccolse la cenere in
piccole montagnole sul posacenere. Poi schiacci anche
quella seconda sigaretta.
 Lo dir sempre che  stato lui ad ucciderla!
 esclam.
Cominci a tremarmi la mano, quella che teneva
la sigaretta. La posai sul ginocchio, sotto il tavolo,
in modo che non si potesse notare il tremito.
 Ma non hai detto che era viva?
 L'aveva uccisa prima di quella sera. L'aveva
fatta morire di crepacuore. Di affanno.
Avrei avuto voglia di darle uno schiaffo. Ma mi
trattenni.
 Soltanto tu la capivi, vero? dissi. La capivi
e... cercavi di aiutarla?
 S, disse Ren. L'aiutavo. Lei si confidava
con me. Tra noi due non era il solito rapporto
tra padrona e cameriera. Io, d'altra parte, non ero
la cameriera, sono una ragazza alla pari, ma certe
signore ci considerano proprio cos: cameriere e
nulla di pi. Ma lei no. Lei si confidava con me...
 Tu sei stata una buona amica, le dissi. Era
facile dire cos... era lei in fondo a mettermi le parole
in bocca, a me bastava pronunciarle.
 Era sempre cos dolce, prosegu Ren, dopo
aver sorriso. Cos dolce e cos gaia, anche quando
era triste. Alle volte mi si spezzava il cuore a vederla
cos dolce quando lui invece era cos freddo.
Freddo come il ghiaccio, disse. Freddo come
un serpe.
Esplose in una breve risatina, e fu come se si
fosse ricordata improvvisamente chi era, dov'era.
 Dobbiamo andare, adesso, disse. Sar
tardi.
 Non molto tardi, dissi. Devi proprio
andare?
Lei annu, rispondendo con fare contegnoso:
 Fintanto che vivo qui devo rispettare le regole
di quella casa.
Sotto un lampione, mentre la salutavo, mi lasciai
andare a mormorare quasi obbedendo ad un impulso:
 Hai dei capelli cos belli!
Ren mi sorrise graziosamente.
 Vai dalla stessa parrucchiera?
 La stessa parrucchiera?
 Quella dove andava lei.
 Ah... vuoi dire da Marianne? Rise, passandosi
amorosamente una mano sulla testa. No, me
li lavo e metto in piega da sola.
 Come sei brava, dissi. Sono molto belli.
Affascinanti...
Avevo un secondo punto di approdo, adesso. Il
negozio di Marianne.
Presi un appuntamento con Ren per la sera successiva.
Ma questa volta era in ritardo. Aveva cominciato
a piovere, e la pioggerellina dei primi momenti
stava trasformandosi in diluvio. Ero sul punto di
andar via quando vidi aprirsi il cancello della casa
e uscirne una donna.
Era una donna di mezza et, robusta, con un cappello
senza fronzoli calcato in testa; un soprabito
anonimo l'avvolgeva tutta, ai piedi portava un paio
di scarpe comode e resistenti, e si riparava dalla
pioggia sotto un ombrello da uomo. La vidi attraversare
la strada e venirmi incontro. Avevo gi visto
anche lei... doveva essere la cuoca... quel giorno
al funerale.
  lei il giovanotto che sta aspettando Ren?
 chiese con un forte accento del nord.
Le dissi di s.
 Be'... non pu venire. Mi ha pregato di dirglielo.
Non mi andava di uscire, ma visto che sta
diluviando... non potevo mica lasciarla qui fuori a
prendersi una polmonite, no? concluse.
 Ren non sta male, vero?
 No. Dice che ha l'emicrania. Lei e la padrona
sono uguali. Butt l quell'ultima frase come se
avesse parlato a se stessa. Ma io mi misi all'erta.
 Lei e la padrona? dissi. In che modo?
 Stia a sentire, giovanotto, lei ribatt, pronta.
 Non star cercando di farmi parlare, vero?
Scossi la testa.
 Ma no.  solo che... sono preoccupato per
Ren.
 Non c' niente da preoccuparsi, direi.
 Deve essere turbata anche lei, immagino, -
dissi.
 Perch? rispose seccamente.
 Deve averla sconvolta...
 Che cosa dovrebbe avermi sconvolto?
Avevo avuto intenzione di dire... ...una morte
cos improvvisa, in casa. Ma quella donna non era
mica stupida. Cos cercai di svicolare.
 Ren mi ha detto...
La donna mi guard dritto in faccia, prima di
dire, non senza una punta di buonumore:
 Non vorr credere a tutto quello che le dice
la nostra Ren! Poi aggiunse seccamente, ma ancora
sorridendo maliziosa: E che cosa deve importare
a lei, comunque, se sono turbata?
 Niente del tutto, dissi.  solo che mi
dispiace.
 Le dispiace per me? Si risparmi. Pensi piuttosto
a Ren. Senta, mi dia il suo indirizzo. Ren
non  sicura di star meglio domani sera e di poterla
vedere. Se non potr venire, le scriver.
Notai, con un certo divertimento, che Ren era
stata sicura che ci sarebbe stato un prossimo appuntamento.
Le scrissi comunque il mio indirizzo
sul retro di una busta.
 Bene, ecco fatto, disse la donna, e intasc
la busta senza sorridere.
Mi gir le spalle e si diresse, a passi decisi, verso
la casa.
Il giorno dopo faceva pi fresco. La pioggia era
servita a qualcosa. Per un poco, almeno. Poi comparve
il sole, le strade fumarono per l'umidit che
evaporava, e fu pi caldo che mai.
Quando tornai a casa dopo l'ufficio, c'era una
lettera di Ren che mi aspettava. C'era scritto Personale
accanto all'indirizzo, e Consegnata a mano.
Mi scriveva che preferiva non uscire sino all'indomani.
Trovai anche una lettera di Jacky.
Caro Dave, diceva, tre settimane fa mi era
stata fatta in ufficio la proposta di svolgere un lavoro
in una delle nostre filiali. Allora avevo detto
di no. Ma la ragazza che ha accettato quel posto
si  ammalata, cos ho detto che l'avrei sostituita
io. Perci quando tu leggerai questa mia, sar gi
partita.
Se rimango qui, va a finire che un giorno o l'altro
ci incontriamo, e questo tu non lo vuoi... e non
lo voglio nemmeno io.
Ti prego, perdonami. Non  ragionevole quello
che ho deciso di fare, penso, e probabilmente non
 nemmeno gentile il modo in cui te l'ho detto.
Ma  ci che sento in questo momento, e ho creduto
che fosse meglio fartelo sapere.
Aveva fatto precedere la sua firma, Jacky, da:
Con affetto. Rimasi a lungo a guardare quella
lettera. Non era un modello di stile, ma era spontanea,
scritta come si parla. Passai il resto della serata
a cercare di risponderle, e man mano che le
scrivevo strappavo i fogli. Alla fine ci rinunciai. Le
avrei scritto quando avessi saputo che cosa dirle...
pi tardi, dunque. In seguito.
Il giorno dopo cercai l'indirizzo del negozio di
Marianne nell'elenco telefonico e alla chiusura della
banca andai a Richmond alla ricerca del parrucchiere.
Era un negozietto nuovo, dipinto di fresco, in
una via laterale. Passai davanti al negozio, poi tornai
sui miei passi. Una discreta lista con i prezzi,
incorniciata, dava anche l'orario di apertura e chiusura.
Quella era la giornata che il negozio rimaneva
aperto sino a tardi. Mi allontanai, tanto per ammazzare
il tempo sino a quando l'ultima cliente se ne
fosse andata.
Vidi finalmente la saracinesca che veniva abbassata
sulla vetrina, e subito dopo due ragazzine, due
apprendiste immagino, uscirono sulla strada ridacchiando
tra loro, e si allontanarono trotterellando
sui tacchi a spillo. Poi venne avanti un'altra ragazza,
meno giovane delle prime due. Quindi, un bel
po' di tempo dopo, una donna, che chiuse la porta
a chiave dopo essere uscita. Era sui trentacinque,
trentasei anni, con una testa ben acconciata di capelli
espertamente schiariti. Indossava un bel tailleur
nero e le unghie delle mani erano d'un rosso
porpora, lucide. Gliele vidi bene perch teneva in
mano i guanti. Appariva stanca, ma soddisfatta.
La donna cominci a camminare e cos feci io.
Si volt, mi rivolse un'occhiata con un mezzo sorriso,
e continu a camminare. Io le tenni dietro. Dopo
un momento si ferm.
 Senta, mi disse. Mi sta forse seguendo?
Era detto senza rancore; tutt'altro.
 Lei  Marianne? le chiesi.
La donna si strinse nelle spalle.
 Quel nome vale un altro.
 Posso chiederle... Era una sua cliente... la signora
Madeleine Fawcett?
 S. E con ci?
 Posso offrirle qualcosa da bere?
Dopo una breve pausa si mise a ridere.
 Bene, e perch no? Eravamo sbucati sulla
strada principale, e stavamo giusto passando davanti
ad un bar. Qui? lei disse, e mi precedette
attraverso la porta girevole. Io prendo un gin...
gin e acqua tonica.
Mi avvicinai al banco e ordinai due gin. Era un
locale, volutamente all'antica, con gli specchi dietro
il banco, come quelli che ornavano le altre pareti,
con gli orli disegnati a foglie, fiori, e frutta.
L'immagine della donna, riflessa nello specchio
di fronte a noi, mi osservava divertita.
 Che bel tempo abbiamo, vero? lei disse.
Io non risposi.
 Per ha fatto un caldo... Nel negozio pareva
di stare in un forno, oggi.
Cominci a sorseggiare la sua bibita, poi la bevve
pi in fretta, osservando il bicchiere tra un sorso
e l'altro, alzandolo verso la luce come se si fosse
trattato di un oggetto interessante.
Quando lo ebbe scolato, riportai il suo bicchiere
al banco per farlo nuovamente riempire; ma non
toccai il mio... che era ancora pieno a met. Le riportai
la bibita. Lei mi guard.
 Senta un po'... che vuol dire tutto questo? -
chiese.
Alzai il mio bicchiere. Lei alz il suo. Bevemmo
entrambi. Io posai il mio bicchiere sul tavolo.
 Lo sapeva che  morta? chiesi.
 Morta? Chi?
 La signora Fawcett.
 No. Davvero? Non appariva molto sorpresa.
 Quando? chiese.
Glielo dissi.
 Ah, adesso capisco, disse. Questo spiega
tutto.
 Spiega che cosa?
Fece una breve pausa.
 Be'... era un po' di tempo che non si faceva
vedere, e avevo pensato... avevo creduto che... Adesso
stava parlando pi che altro a se stessa. Prese
un guanto di capretto nero lungo sino al gomito
dal ripiano del tavolo e se lo infil nella mano sinistra,
allargando le dita; poi lasci ricadere la mano
guantata in grembo, insieme a quella nuda. Strano,
 disse. Non  d'accordo? Non mi pareva
una di quelle che muoiono giovani.
 Non lo so, dissi.
 Che cos' che sa esattamente?
 Non molto.
 Che cosa vuole sapere?
 Quanto pi  possibile sul suo conto. C' qualcosa
che pu dirmi?
Parve considerare quanto le avevo chiesto.
 Penso proprio che potrei, come del resto per
la maggior parte delle mie clienti. Noi parrucchiere
siamo al corrente di tante cose... ne sentiamo di
chiacchiere! Ce ne sono poche di signore che non
ci raccontano la storia della loro vita. Lei, per, non
parlava...
 Era una delle poche che non raccontano...
  cos. No, lei... ascoltava. Ti faceva parlare.
Era simpatico, da principio, almeno. Ti scaldava il
cuore. Poi per, a dire il vero, avevo pensato...
S'interruppe, poi riprese.
 Era strano. Riusciva a far parlare me: come
funzionava un dato apparecchio, come facevo ad applicare
quella tintura. Pareva proprio interessata. Ma
adesso era parecchio che non si faceva vedere. Per
quanto ne sapevo, avrebbe potuto essersi trovata
un altro parrucchiere: ma avevo l'impressione che
tutte quelle domande che prima mi faceva sul mio
lavoro non fossero state dettate dall'interesse sul
mio conto. Era solo probabilmente perch voleva
sapere come si faceva, a schiarire, mettere in piega,
cos via. E quando non la vidi pi, pensai: ecco, ha
imparato, adesso si pettina da sola.
Si sfil il guanto nero.
 Vede, pensar male dei morti? Mi ero sbagliata,
dunque. Eppure, non era che fosse tirchia. Dava
sempre la mancia alle ragazze e cos via. Ma sa come
fa la gente ricca? Sempre attenta al soldo... 
cos che diventano ricchi, immagino. Sa una volta
che cosa mi chiese? Se sapevo indicarle una brava
sartina che non avesse prezzi alti. A dire il vero, io
il nome di una sarta come voleva lei ce l'avevo pronto.
Maybelle, si chiama, Maybelle Maggs. Una vecchietta
all'antica, signorina, che lavorava nel negozio
che io poi ho trasformato in negozio da parrucchiere.
Le ho dato il nome e l'indirizzo della vecchia
Miss Maggs anche se nello stesso tempo pensavo
che cosa se ne faceva lei di una sartina a buon mercato,
quando avrebbe potuto permettersi... Comunque,
erano affari suoi, e se ci serviva a far entrare
qualche sterlina in tasca alla vecchia Maggs...
Provai un sordo antagonismo per quella donna.
 Lei ne parla, come se la signora Fawcett fosse...
avara. Secondo la mia esperienza era ben diversa,
invece! esclamai infuriato.
La donna sollev un sopracciglio.
 Mamma mia! E qual  stata la sua esperienza?
Pensai alle cinquanta sterline che Madeleine Fawcett
mi aveva mandato, sapendo che non avevo troppi
soldi da spendere, e sapendo anche che se non me
le avesse date, io avrei speso fino ai miei ultimi spiccioli
per portare a termine il compito che mi aveva
assegnato. Cercai di dire qualcosa.
 L'ho sempre trovata molto generosa.
Lei abbass lo sguardo.
 Be', pu anche darsi che fossi un po' troppo
sospettosa nel giudicarla... capita quando si ha negozio,
sa? Si pensa sempre che gli altri vogliano
fartela... e per la maggior parte  proprio cos fece ruotare il bicchiere tra le dita; lo alz
contro la luce, lo mise gi sul tavolo. Non si rendeva
pi conto che ci fossi io, l davanti a lei.
 Lo sapeva che la signora Fawcett era malata?
 chiesi.
 No.
 Le faceva l'impressione di essere... infelice?
 No. Non parlava, e cos non rivelava niente
di se stessa. Se vuol proprio saperlo, era una delle
donne pi chiuse e controllate che abbia mai incontrato.
Non mi disse niente sul suo conto, niente. E
io avrei detto che era... S'interruppe. Be'... non
avrei mai immaginato che sarebbe morta cos presto...
cos giovane. Rabbrivid un poco. Sono
cose che ti fanno pensare, eh? Per, senta, ragazzo,
che gioco  mai questo? A guardie e ladri? Lei  un
poliziotto ?
 Ero un suo amico, dissi.
L'occhiata che mi rivolse era leggermente derisiva.
 Ah, cos? No, non voglio pi bere... Mi ero
alzato e avevo preso il suo bicchiere dal tavolo.
 Era infelice? dissi, rimettendomi a sedere.
 No, per quanto io ne sappia. Ne ho viste di
donne pi infelici di lei! Che cosa le fa pensare che
lo fosse?
 Si era fatta schiarire una mche tra i capelli.
 E allora? Le donne amano cambiare di colore
ai capelli. Lo fanno spesso. A dire il vero, se vuole
proprio saperlo, io avevo pensato che quella striscia
dorata fosse...
 S... Che cosa?
 Be'... un particolare sofisticato. Che non le si
addiceva. Quella mche, secondo me, non le dava
nessun tocco nuovo, non...
 Non aveva bisogno di nessun tocco nuovo, -
la interruppi bruscamente. Stava... Non volli
dire altro, ma Marianne si mise a ridere, solo con
la bocca, inclinando la testa da un lato.
 Stia a sentire, ragazzo mio, guardi che io al
suo gioco non ci sto. E va bene, mi vada a prendere
un altro gin, me lo merito. E dopo, non sprechi pi
il mio tempo. Ne' il suo, disse con fare amabile.
Le portai al tavolo il bicchiere di liquore e lei lo
ingoll tutto d'un fiato, esclamando subito dopo:
 Se vuole ascoltare il mio consiglio, torni subito
a casa dalla mamma.
Si alz in piedi e usc dal locale, lasciandosi sbattere
alle spalle la porta a pannelli di vetro.
Io rimasi seduto ancora un poco. Poi andai al
banco e ordinai un bicchierino. Poi un altro ancora.
Ricordai di un quadro visto tanto tempo fa, in una
galleria d'arte, di una giovane donna annegata, con
la faccia pallida, gli occhi spalancati, i fiori nei capelli
senza vita. Al viso del quadro sovrapposi il viso
di Madeleine Fawcett... non pi come era in vita,
ma sfuocato, confuso...
Andai a piedi a casa, conscio di provare uno strano
amaro rimpianto per Jacky. Una voglia di stare
con lei. Ma decisi di ignorarlo.
Domani era un sabato, il mio sabato di libert.
E decisi di dedicarlo alla ricerca di Joanna Lang.
Ensor Gardens era una strada senza uscita, una
via secondaria nei pressi della collina di Richmond.
Mi avvicinai al luogo con un misto di riluttanza e di
eccitazione, come se qualcosa dentro di me continuasse
a dirmi: Adesso! Ecco... ora saprai... Probabilmente
mi aspettavo di trovare una viuzza stretta
fitta di costruzioni scure, con i muri spelacchiati,
gli androni bui... Si annoiava, aveva detto press'a poco
Ren, nel suo appartamentino di un solo
locale.
Ma qui era molto diverso. Era una strada corta,
di villette a due piani, con il tetto spiovente sopra
la mansarda, le porte d'entrata dipinte di fresco a
vivaci colori, il giardinetto intorno ben tenuto.
Davanti a quasi ogni villetta c'era il suo bravo
albero in fiore, e sui davanzali delle finestre facevano
bella mostra di s vasi e cassette con foglie
e fiori.
Siccome non avevo idea del numero che cercavo,
provai al numero 1. Venne ad aprirmi la porta una
donna dall'aspetto un po' vago, con dei capelli grigi,
insaccata in un grembiule macchiato di vernice.
 Miss Lang? dissi con decisione, come fossi
stato sicuro di trovarla a quell'indirizzo.
 No.
 Ma questo... mi  stato dato questo numero
di Ensor Gardens.
 Mi dispiace, ma non sono io.
 Miss Joanna Lang? ripetei, fingendo sorpresa
e delusione.
Lei sorrise.
 Ah... vuol dire quella ragazza di Ceylon? Allora
deve andare dai Blenkinsop, al numero 15.
La sua osservazione mi sorprese un poco. Il fatto
che la conoscessero in tutta la strada non andava
molto d'accordo con la descrizione che ne aveva fatto
Ren: una di quelle acque chete... Comunque,
adesso sapevo il numero giusto.
 Grazie mille, dissi cortesemente, e mi allontanai.
La villetta del numero 15 aveva un aspetto vivace,
moderno. Mentre stavo per bussare, la porta si
apr e una giovane donna, palesemente incinta, con
una camicetta stampata tipo pelle di leopardo e una
gonna nera, spinse fuori con una mano un passeggino.
Sotto l'altro braccio teneva un bambino piccolo.
Fiss il freno del passeggino con un piede e si
gir il bambino sulla spalla. Aveva dei capelli tagliati
molto corti, ricci, e due grandi occhi azzurri
che incrociarono i miei pieni di allegria.
 Che posso fare per lei? disse, con tono abbastanza
cordiale ma un poco assente.
 La signora Blenkinsop? dissi. Era stata
una fortuna conoscere il suo nome, pensai. Sto
cercando una certa signorina Joanna Lang.
Alz la testa a guardarmi con un sorrisetto.
 Anche lei! disse. Siete in tanti che la
cercate.
Ebbi un piccolo scatto nervoso.
 Miss Lang abita qui, no? chiesi.
 Abitava, disse lei, prima di cominciare a
battere sulla schiena del bambino che aveva il singhiozzo.
 Cio... insomma, aveva in affitto l'ultimo
piano. Una mansarda. Ma l'aveva arredata cos bene!
Pensi che ero indecisa quando me la chiese in
affitto! Non era ancora finita. Non importa, mi
disse, ci penso io a dare gli ultimi tocchi. E cos
ha fatto... e, devo dire, molto meglio di quanto
probabilmente avrei fatto io.
 L'ultimo piano? dissi.
 S... non lo sapeva?
 Avevo capito che si trattasse di un unico locale.
Ma a quanto pare non sono soltanto io a... come
ha accennato prima... a non essere del tutto al
corrente su Miss Lang.
 No,  vero. La giovane donna guard al di
sopra della mia testa. Con Jo si aveva sempre la
sensazione che ci fosse qualcos'altro. Dick diceva
che questo faceva parte del suo fascino. Dick, mio
marito, ora stava guardando me, la trovava
molto attraente. E tanti altri erano del suo parere,
sa? Fin dai primi tempi ha sempre avuto tanti uomini
che venivano a trovarla. Allora, di, ti decidi?
 Queste ultime parole naturalmente erano rivolte
al bambino che continuava ad avere il singhiozzo.
 Mi dispiace, ma devo dire a tutti la stessa cosa.
 andata via e non ha lasciato nessun indirizzo.
 Nessun indirizzo?
 Eh, no. Dispiace anche a me, sa? Ma lo sapevo
che sarebbe capitata una cosa cos. C'era qualcuno
che lei amava, capisce? E non avrebbe potuto
farlo... probabilmente era gi sposato. Ne capitano
di queste cose, eh? Cos immagino che abbia pensato:
meglio andar via, dar un taglio netto a tutto
quanto.
Mi schiarii in gola, e inghiottii aria.
 Non avevo nessuna idea che se ne fosse andata,
cos all'improvviso, dissi. La conosco da
tanto tempo, ma era un bel po' che non la vedevo.
Dai tempi di Ceylon, aggiunsi, deciso a correre
quel rischio di lanciarmi in un terreno a me sconosciuto.
Mi accorsi che mi stava guardando con simpatia.
Poi torn ad occuparsi del bambino.
 Senta, disse, non rimaniamo a chiacchierare
qui sulla porta,  meglio che venga avanti.
 Sistem il bambino nel passeggino. Il piccolo adesso
si era calmato. Vorrei poter aiutare qualsiasi
amico di Joanna.
Mi fece strada fino ad un soggiorno chiaro, vivace,
come quelli che si vedono nelle illustrazioni dei
giornali femminili.
 Immagino quel che deve provare lei, disse.
 Sento anch'io la sua mancanza. Era sempre
cos divertente. Sempre pronta ad ascoltare, a ridere.
Non era molto loquace, questo no, ma ti diceva
quello che andava bene. Era... buona, prosegu.
 Non so trovare altro aggettivo, ma forse  proprio
quello giusto. Santo cielo, quanto parlo! Adesso
le offro un caff... no, davvero, non mi disturba,
avevo voglia di berne uno anch'io, e del resto il bricco
 gi sul fuoco. E mi piace bere il caff in compagnia.
Alle volte, quando si  legate a casa con un
bambino piccolo, ci si sente sole, sa? E poi... sento
la mancanza di Jo, ripet. Forse lei pu avere
un'idea del perch  sparita cos d'un tratto?
Fortunatamente a questo momento la giovane
donna and in cucina e mi giunse l'acciottolio delle
tazzine... la vidi anche muoversi oltre la porta socchiusa.
 Non le viene in mente dove possa essere andata?
 mi chiese dalla cucina.
  preoccupata per Joanna? le chiesi di
rimando.
 No. Non proprio preoccupata, disse, sempre
dall'altro locale. L'aveva detto che aveva intenzione
di andar via, entro breve tempo. Solo... andarsene
cos. Uscire di casa senza pi tornare...
  cos che ha fatto?
 S. Domenica. Anche se ha telefonato, la sera,
per dire che non sarebbe rientrata. Aveva portato
il vassoio con le tazzine e il caff nel soggiorno.
Pos il vassoio e mi tese una tazzina, aggrottando
la fronte. Dick ha poi telefonato al teatro luned,
anche l sembravano sorpresi. Nemmeno loro avevano
nessun indirizzo...
La guardavo senza capire. Mi resi conto che dovevo
avere un'espressione perplessa, e cercai di cambiarla.
Ma che cosa aveva detto: il teatro?
 Forse ha avuto ragione lei, la signora Blenkinsop
disse soprapensiero. Quando si d un taglio,
meglio che sia netto e risolutivo, una volta per
tutte. Solo che sono rimaste qui tutte le sue cose.
Be', penso che le mander a prendere presto o tardi.
 solo che... Sorseggi il caff, ancora pensierosa,
poi riprese, con la fronte aggrottata: Mi
pare che stesse molto a letto, per una ragazza della
sua et. Oh, lo so che lavorava molto, ma riposava
anche a lungo, e voleva rimanere tranquilla, che nessuno
la disturbasse. Alle volte mi chiedevo se... se
non stesse bene, o qualcosa del genere. Sto a disagio
al pensiero che potrebbe essere malata, in qualche
posto, magari da sola...
Non dissi niente. Ma la signora Blenkinsop parve
non notare il mio silenzio.
 Aveva pagato l'affitto con due mesi di anticipo.
A parte che io mi fidavo di lei, mai una volta
che lasciasse passare la scadenza senza darmi i soldi.
Probabilmente lo sapeva che a casa nostra non
corre mai molto danaro... non  difficile indovinarlo,
no? E poi le mandavano soldi da casa. Ma le spettavano,
dico io, dopo esser rimasta a far la serva al
padre e allo zio, in quel posto selvaggio, pi di quanto
fosse necessario...
S'interruppe e io le porsi il mio pacchetto di sigarette,
poi gliene accesi una. Lei aspir il fumo.
 Certo  stata proprio una sfortuna, non crede
anche lei?, quando quella sua cugina... La conosceva,
a proposito?
 No, mentii.
 ...quando quella sua cugina, non so bene chi
fosse, Jo non ne parlava molto,  morta, cos giovane.
Ma Joanna... fece una breve pausa, ...lei
non pu immaginare che vuoto ha lasciato quella
ragazza... Non parlava molto, questo  vero, ma aveva
un modo di dirti le cose, senza bisogno di usare
tante parole. Posso dire di conoscere quel teatro come
le tasche del mio soprabito.
 Quel teatro? la spronai.
 Il Minton. A Kingston. Attraversano tempi
difficili, come in tutti i teatri del genere, naturalmente.
Me l'ha detto Joanna. O fai parte di una compagnia
che ha avuto la fortuna di mettere su uno
spettacolo che  un successo di pubblico, con le repliche
prenotate per dei mesi, oppure  sempre un
rebus: chiss se luned prossimo si potr andare in
scena? Prendono tutti la stessa paga, al Minton.
Circa sette sterline, credo. Tutti uguali, dalla primadonna
allo scenografo.
 Jo...  scenografa? chiesi.
 No,  aiuto-regista. Lo era, per lo meno.
 Non recitava per niente, allora? dissi.
 Oh, qualche volta. Particine, sa? Secondo me
era brava, ci sapeva fare. Accidenti, sospir, -
come vorrei che tornasse!
Mi alzai e schiacciai la sigaretta nel posacenere
sul tavolino tra me e lei. Feci un profondo sospiro
e decisi di correre il rischio.
 Mi ha detto che... aveva finito lei stessa di
arredare la sua mansarda? chiesi.
 S, disse la signora Blenkinsop. Ha finito
lei di dipingere le pareti e di sistemare lo zoccolo.
Noi avevamo avuto intenzione di arredare il locale
comperando qualcosa in un negozio di mobili
di seconda mano, ma Jo disse che preferiva...
 Jo ci sapeva fare, aveva il dono di arredare
con gusto i locali, improvvisai. Jo... il nome mi
rotolava sulla lingua, mi faceva una strana impressione
usarlo cos, come se conoscessi chi lo portava.
 Senta, non potrei vedere la sua stanza?
I nostri sguardi si incrociarono, poi la signora
Blenkinsop scosse lievemente la testa.
 Non pu servirle a nulla, sa? disse. Evidentemente
lei  uno dei suoi ammiratori... E a
lei non importava di nessuno all'infuori di quel tale
che... E poi, lei  troppo giovane.
 Che vuol dire? dissi, con un sorriso coraggioso.
 L'et non ha mai fermato nessuno, le
pare?
 No, questo non  vero. Oh, ma perch si deve
sempre perdere la testa per la persona sbagliata?
Lei per Jo. Jo per quel... quel tale...
 Non lo so proprio, dissi. Ci scambiammo
una risata a met. Conferii alla mia voce, ora, un
tono tra l'ingenuo e l'imbarazzato, come se le chiedessi
scusa della mia insistenza. Proprio non posso,
 dissi, dare un'occhiata alla sua stanza?
La donna fece una pausa, poi si decise.
 E va bene, s. Tanto, che male pu fare? Salga
le scale, la prima porta sulla destra. Non  chiusa
a chiave. Mi vorr scusare se non salgo con lei,
ma come vede, sono... un po' pesante!
Salii lentamente le scale. Aprii la porta.
Era una stanza piacevole che dava su un cucinino
ordinato. Tutta dipinta di bianco, con il pavimento
screziato, un paio di bei tappeti, un divano con
la consueta confusione di cuscini colorati, due lampade
a stelo, una sedia e un tavolo. Nient'altro. Ma
possedeva, come la signora Blenkinsop aveva detto
della donna che viveva in quella stanza, un suo fascino
particolare.
C'era una bottiglia color ametista, una di quelle
bocce che usavano un tempo i farmacisti. Poi una
brocca antica di vetro rosso con un disegno di felci;
una vecchia stampa di un teatro di Londra, e un
paio di vecchie locandine; un piccolo orologio a muro
di smalto azzurro con il pendolo dorato, adesso
fermo dietro la finestrella a forma di cuore.
Era un locale semplice e... casto. Niente che fosse
disposto per colpire l'occhio, per far bella mostra
di s. La stanza di una donna, una stanza quieta,
e simpatica.
Mi girai rapidamente e tornai verso la porta. Il
mio cervello si mise a lavorare, tic-tac, come una
macchina calcolatrice, mentre scendevo le scale. I
pezzi del mosaico non si combinavano bene insieme.
Non combaciavano, non parevano giusti, sensati.
Chi era... che cos'era quella donna, che si chiamava
Joanna Lang? Era la Dolcezza di Howard
Fawcett?
C'era qualcosa che dovevo scoprire, a tutti i costi.
 Lei non ha una fotografia di Joanna, per caso?
 chiesi alla signora Blenkinsop quando fui di
ritorno nel soggiorno. Cercavo di apparire ai suoi
occhi l'innamorato diffidente e deluso, visto che questo
era il ruolo che lei mi aveva affibbiato.
Mi guard sorpresa.
 S che ce l'ho, a dire il vero... Ma a lei non
la d, sa? rise.
Risi anch'io.
 No, lo immagino. Vorrei soltanto vederla.
Avrei potuto vederla subito, era da quando ero
entrato in quella stanza che mi osservava dalla mensola
della libreria. Una fotografia incorniciata di rosso,
un rosso vivido, color fiamma.
La giovane donna la prese in mano e me la porse;
e io ebbi abbastanza buon senso, di girarle le
spalle prima di osservare da vicino la fotografia.
Era una istantanea, ingrandita, fatta ovviamente
sotto un sole ardente... probabilmente, pensai, a Ceylon.
Mostrava una ragazza snella, bruna, che stava
ridendo.
Provai una improvvisa stretta al cuore, un colpo
fisico allo stomaco. Non avevo mai visto prima tanta
gioia brillare in un viso... tanta gioia di vivere,
tanto amore per la vita. Poi guardai di nuovo la fotografia.
 Ah... mi sentii dire.
Quei capelli neri, quella carnagione pallida, pi
pallida per il contrasto con la capigliatura scura, il
viso ovale. Gli occhi scuri, i lineamenti fini, ben disegnati...
Io li avevo gi visti prima.
Anche se i capelli erano sciolti, sollevati dal vento;
anche se era pi giovane, se aveva un aspetto
pi fresco, come pi libero, anche se stava ridendo...
Quella donna avrebbe potuto essere Madeleine. Non
Joanna Lang.


Capitolo Terzo.

Fortunatamente non persi la testa. Mi voltai e dissi
alla signora Blenkinsop con un sorriso:
 Mi pare che sia una bella foto, vero?  proprio
lei, e...
 S.  molto pi somigliante in questa fotografia
che in quelle che usava per il teatro, foto in
posa, drammatiche... Qui  cos cara... proprio come
 lei, nella realt. Adesso porta i capelli pi lunghi,
naturalmente, dice che  pi facile acconciarseli,
a seconda delle parti. Si possono fare tante cose,
con dei bei capelli lunghi...
 Bene. Lei  stata molto gentile a starmi ad
ascoltare, dissi, dirigendomi verso la porta.
 E la prego di farmelo sapere se dovesse avere qualche
notizia di Jo.
Mi si mise davanti e sorrise, riprendendosi la
fotografia. Non mi ero accorto di averla ancora in
mano.
 Mi lasci il suo numero di telefono e lo far,
 disse.
Mi resi conto prima che fosse troppo tardi che
non andava bene darle il mio numero di casa. Se
telefonava durante la giornata, come era probabile,
le avrebbe risposto la mia padrona di casa, che quasi
di sicuro le avrebbe detto:
 ...in banca.
 ...Oppure posso telefonarle io, dissi. -
Forse  meglio, perch sto molto fuori casa e rischierebbe
di non trovarmi.
 S, d'accordo, disse lei, aprendomi la porta
d'uscita. Ma mi telefoni, mi raccomando, se
viene a sapere qualcosa... Si ricordi.
Richiusi il cancelletto dipinto di fresco e le rivolsi
un ultimo sorriso di ringraziamento e di saluto.
Poi le girai le spalle e m'incamminai lungo la
strada.
Dunque, i dati che avevo a mia disposizione non
collimavano. La ragazza descritta come buona,
e il serpe tra l'erba. L'ingannatrice e quella stanza.
Quella partenza improvvisa, in quel modo...
quella tenera gioiosa immagine della fotografia.
 E va bene, le due cugine si assomigliavano
molto, mi sentii esclamare ad alta voce.
E con ci? Che cosa avevo raggiunto?
Non mi aspettavo di venire a sapere molto di
pi al Minton, ma valeva la pena di provare.
Ci andai e prenotai una poltrona per lo spettacolo
del pomeriggio. Vidi il negozio di un fiorista e andai
a comperare dei fiori. Avevo pensato di portarli
dietro le quinte dopo lo spettacolo, fingendo innocentemente
di credere che Joanna fosse ancora l.
Nessuno avrebbe pensato che mentivo.
Poi entrai in un bar a prendere un panino imbottito
e un bicchiere di birra, pi che altro per
far trascorrere quell'ora e mezza di tempo che mancava
all'inizio dello spettacolo.
Improvvisamente ricordai che non mi ero messo
pi in contatto con Ren, in risposta alla sua
lettera. Una donna che stava dietro il banco mi diede
carta e busta e cominciai a scrivere, sperando
di mettere in opera tutto il mio tatto.
M'informai sulla sua salute. In quanto a me, le
dissi, ero stato preso dal mio lavoro, una folata
di ispirazione, cos mi lasciai andare a descriverglielo.
A Ren sarebbe piaciuto.
Mi sarei fatto vivo all'inizio della prossima settimana,
le scrissi, quando speravo che avremmo
potuto rivederci. Avrei anche potuto telefonarle e
fissare un appuntamento per il giorno seguente. Ma
 meglio andarci piano, pensai. Con Ren c'era il
pericolo di correre troppo.
Il Minton, insaccato in una viuzza secondaria,
doveva essere stato un tempo una chiesa, ora
sconsacrata. Le pareti erano state dipinte di fresco,
ma i sedili non erano esattamente comodi. La ragazza
che mi stacc il biglietto alla porta, mi vendette
anche il programma e mi disse dove dovevo
andare.
Non capii niente dello spettacolo. Non riuscivo
a concentrarmi. Sedevo con i fiori sulle ginocchia
e durante l'intervallo tornai nell'atrio, dove la stessa
ragazza di prima, dietro un bar improvvisato,
vendeva tazze di t scuro e di pallido caff.
Mi guardai in giro. Sui muri grigi erano appese
delle serie di fotografie. Alcune erano foto di attori
al naturale, altre nel costume di scena. In fondo ad
una fila di fotografie vidi quella di Joanna Lang. Anzi,
quelle... Con un enorme cappello in Pigmalione;
con un abito che le lasciava le spalle nude, e le mani
piene di gioielli in Anastasia; e vestita da monaca
in Bonaventura.
Feci un passo all'indietro. In quelle fotografie la
ragazza ridente dell'istantanea era cancellata, messa
da parte da un senso di... potere, forse, o di valore.
Si aveva sempre la sensazione che in Joanna
ci fosse qualcosa di pi era stato il verdetto della
signora Blenkinsop. Qualcosa di pi di ci che colpiva
superficialmente l'occhio, aveva voluto dire.
Forse era quel qualcosa di pi che era lecito
possedesse una amante che veniva chiamata Dolcezza?
Quando lo spettacolo fu terminato uscii fuori,
feci il giro dell'edificio, cercando di trovare l'equivalente
di una uscita degli attori.
C'era una porticina sul retro, ma nessuno che
avesse l'aria di un portiere, nessuno che mi venisse
a chiedere che cosa volevo. Cos entrai.
Finalmente un giovanotto con una maglietta marrone
stiracchiata e calzoni grigi, con i capelli lunghi,
mi gett un'occhiata.
 Che cosa vuole? disse.
  qui, chiesi con eccessiva gentilezza, -
la signorina Joanna Lang?
 Santo cielo! Nemmeno si trattasse di Eleonora
Duse! esclam, sbirciando le rose. Fiori
per l'aiuto-aiuto-regista. Le ha portate per lei? Per
Jo, voglio dire?
Gli dissi che era proprio cos.
 Ma se n' andata! disse lui.
 Andata?
 Ha lasciato questo teatro.
 Lasciato? ripetei, fingendo stupore. Ma
le sue foto ci sono ancora nell'atrio.
 Ah s, egli disse. Be', penso che le mander
a prendere prima o poi. Comunque  andata
via.
 Andata dove? chiesi.
 Questo proprio non lo so, e forse se anche
lo sapessi non verrei a dirlo proprio a lei. Jo non
ha lasciato nessun recapito. Se non l'ha fatto, probabilmente
 perch voleva che nessuno lo sapesse.
 Io la conoscevo, ancora ai tempi di Ceylon,
 dissi.
Lui non rispose.
 Non potrei, dissi, quando ha finito qui
offrirle una birra?
Gett un'occhiata al suo orologio da polso, e
disse:
 Va bene. Apriranno tra venti minuti. Allora
potr comprarmene quante vuole, di birre, ma non
so quanto le giover.
 Pu sistemare lei queste? dissi accennando
alle rose che cominciavano ad appassire. Mi rivolse
una nuova occhiata, poi mi tolse il mazzo di
mano e and a bussare ad una porta di fronte.
 Siete presentabili? url, al che esplosero
diverse risposte dall'altra parte dell'uscio. Aspetta
un momento, Eccoci, e alla fine un allegro:
Vieni, di.
Immaginai che ci fosse un camerino comune.
Una sorta di spogliatoio.
 Fiori per Jo, egli disse, spalancando la
porta. Un peccato buttarli via. Chi li prende?
A giudicare dalla risata e poi dall'applauso che
vennero dall'interno del locale, qualcuno aveva preso
al volo il mazzo di rose lanciato dal giovanotto.
Dopo un poco... avevo perso il conto del tempo...
il tipo con la maglietta marrone mi venne incontro.
 Ecco, tutto a posto, disse. Uscimmo sulla
strada. Viene da Ceylon, eh?... osserv con
aria indifferente. E dove  andata a finire la tintarella
che si prende, immagino, da quelle parti?
Arrossii. Aspettai, in silenzio. E mi dissi nuovamente:
Stai attento. Nonostante l'aria superficiale,
quel tipo doveva essere astuto, a dire poco.
 Non si preoccupi, disse lui. Io non me
ne faccio niente delle credenziali. Ma se fossi in lei
non tenterei niente di spiritoso con Jo.
 Se la trovo, dissi.
 S. Ha il suo bel lavoro da fare, rispose
lui allegramente.
Stavamo passando davanti al Testa del Re,
dove avevo mangiato il panino imbottito a mezzogiorno
e ordinammo l due pinte di birra.
Era tranquillo quel locale, e relativamente fresco
a paragone della vampa che si levava dall'asfalto,
fuori nella strada. La ressa del sabato sera non
era ancora cominciata.
 Jo non  il tipo da combinare una fuga melodrammatica,
 egli fece notare sollevando il suo
bicchiere. Se non ha lasciato nessun indirizzo
penso che abbia voluto dare un taglio netto, niente
che serva a farla rintracciare. Bene, cin-cin! Lei si
interessa di teatro? chiese poi, non senza malizia.
Non aspett nemmeno che rispondessi, riprese
a sorseggiare avidamente la sua birra, con aria disinvolta.
Dopo un poco gett una rapida occhiata
all'orologio da polso.
 Devo tornare, adesso, esclam.
 Deve proprio? chiesi, riempiendogli nuovamente
il bicchiere. Non ha nessuna idea di dove
Jo possa essere?
Scol il bicchiere e lo ripose, vuoto, sul banco.
 No, disse. Non riesco proprio ad immaginare
perch le dico questo... ma voglio farlo. Tanto
penso che Jo, se ci teneva, avr saputo far perdere
le sue tracce.  solo che non credo che rimarr
a lungo lontana dal teatro. Insomma, non credo
di fare questo gran danno se le dico di rivolgersi
al Limelight.
 Limelight? ripetei, senza capire.
  un elenco di attori, o, meglio, di attori in
cerca di scritture. Era iscritta anche Jo. Si paga per
una pagina intera, o un quarto di pagina, o met,
e loro ti stampano la fotografia, e il racconto della
tua vita in tre righe, dal punto di vista professionale,
naturalmente. Se Jo vuole cercarsi un'altra scrittura...
e scommetterei gli ultimi spiccioli che ho in
tasca che la cerca senz'altro... be', almeno a loro, a
quelli di Limelight, voglio dire, deve ben aver lasciato
un recapito.
 Capisco. Grazie molto. Le sono davvero grato!
 dissi.
 Non c' di che. Si ferm. Ma senta un
po'... lei chi ? disse. Mica un avvocato, per
caso?
 No. Perch dovrei esserlo?
 Oh, non so. Non mi dispiacerebbe venire a
sapere che Jo ha ereditato un bel pezzo di terra, per
esempio, da uno zio d'America o qualcuno del genere.
Pensavo che lei fosse venuto a portare una
notizia cos. Mi guard di sfuggita, con aria inquisitiva.
 Bene, adesso devo proprio tornare. Grazie
tante per la birra.
Rimasi seduto un momento quando se ne fu andato.
Gli uffici del Limelight sarebbero stati chiusi
ovviamente sino a luned, ci significava che prima
di allora era inutile che proseguissi nella mia ricerca.
Pi che altro per avere qualcosa da fare, forse
anche per risparmiare tempo e cos tenermi buona
Ren, pensai di consegnare a mano la mia lettera
anzich imbucarla.
Erano quasi le sette di sera quando giunsi davanti
alla casa. Quando aprii il cancello, e imboccai
il vialetto, vidi l'automobile del dottore parcheggiata
davanti al portone d'entrata. Il motore era acceso.
Mi ritrassi prontamente, chiusi il cancello, mi appostai
dietro la colonna. Un minuto pi tardi il portone
di casa si apr e ne venne fuori il dottore. Mi
sfugg dalle labbra un sospiro di sollievo. Stupido
che non sei altro, mi dissi. Un minuto pi tardi e
ti avrebbe visto. Non sarebbe stato tanto facile spiegargli
perch mi trovavo l...
Provai un senso di gelo al pensiero di quegli occhi
freddi, attenti, che mi scrutavano. Percorsi in
fretta il vialetto, infilai la lettera nell'apposita buca
e tornai indietro.
Appena fuori del cancello la mia mente cominci
a funzionare. Forse era stata la vista dell'auto,
quel piccolo spavento che mi ero preso all'idea di
farmi scoprire dal dottore davanti alla casa... non
so. Ma fatto sta che il mio cervello si mise in movimento.
Delitto... c'era stato un delitto in quella
casa... E commesso da chi? Dai soliti ignoti? Ma
perch accettare quella frase fatta. Non esistevano
ignoti, in questo caso.
Era stato il dottore, o era stata Joanna, o tutti
e due. Possibile che l'avessero uccisa entrambi, o
uno dei due?
Ma perch ci fosse un delitto, bisognava che ci
fossero... anche che cosa? Il motivo per farlo, i mezzi
per farlo, l'occasione per farlo.
E il motivo c'era, eccome. C'erano anche i mezzi...
per un dottore non era difficile, no? Mi resi conto
che quasi senza volerlo avevo pensato subito al
veleno. E l'occasione buona?
Joanna Lang era stata l'ultima persona a vedere
Madeleine Fawcett viva. L'aveva detto Ren... me l'aveva
fatto capire, almeno; e mi aveva anche detto
che Joanna era uscita da sola da quella casa. Forse
poi era tornata indietro? Ma possibile che avesse
rischiato una mossa tanto pericolosa? Non me la
vedevo. Dolcezza, correre rischi inutili... pi probabile
che preferisse lasciarli prendere da qualcun altro.
Dov'era il dottore la notte del delitto, quella domenica
notte? Ad un certo convegno medico, a Cheltenham,
mi pareva. S, via per la notte, aveva detto
Ren, Un buon alibi. E se invece era tornato a casa,
aveva... fatto quel che andava fatto... ed era ripartito?
Questa, delle due ipotesi, sembrava la pi probabile.
Andai senza por tempo in mezzo alla biblioteca
pubblica di Richmond Green e chiesi di consultare
una mappa autostradale. S, quel ritorno a casa era
possibile. Cheltenham: a novantotto miglia da Londra.
Il dottore aveva potuto benissimo tornare a casa,
somministrare la medicina... il veleno... qualsiasi
cosa fosse, tornare quindi al suo albergo di Cheltenham,
per farsi trovare in camera dalla cameriera
quando, diciamo, gli aveva portato il primo t della
mattina.
Era una traccia labilissima. Ma avevo deciso di
seguirla. Mi feci un elenco di alberghi, poi guardai
gli orari dei treni festivi. Orari schifosi... ma non
aveva importanza.
Per... c'era qualcos'altro. Un convegno medico
di domenica? Mi sembrava strano. Come fare a verificare?
Un convegno medico avrebbe dovuto essere
segnalato sul Times, no?
Chiesi alla ragazza dietro la scrivania di consultare
i numeri del Times nelle date opportune, e cominciai
a sfogliare i giornali, pagina dopo pagina,
con cura meticolosa. Ecco qua: convegno della durata
di due giorni a Cheltenham, 18 e 19 luglio. Venerd
e sabato.
Ma il dottore era tornato soltanto la domenica,
aveva detto Ren. Perch era rimasto sino a domenica?
Riportai i numeri del Times alla ragazza seduta
alla scrivania.
 Ha trovato quello che cercava? mi chiese,
sorridendo.
 S, grazie. Le riconsegnai i giornali.
Avevo trovato davvero, e non poco.
Il primo treno della domenica per Cheltenham
partiva dalla stazione di Paddington alle dieci e trenta.
L'arrivo era previsto subito dopo le dodici. Ma
quel giorno il treno era in ritardo. Se avevo sperato
di respirare un soffio d'aria fresca, l in campagna,
la mia era stata una vana speranza.
Si soffocava, a Cheltenham, si respirava un'aria
dolciastra che sapeva di chiuso, come la stanza di
un malato dove da troppo tempo non vengono aperte
le finestre.
Come primo entrai in un albergo di lusso, basandomi
sul principio che non era probabile che dei
medici invitati ad un convegno, facessero i tirchi.
Niente da fare. In risposta alla mia domanda se
un certo dottor Howard Fawcett aveva preso alloggio
l il 18, il 19 e il 20 luglio, l'impiegato della reception,
con suprema indifferenza, mi disse che gli
spiaceva tanto (non gli spiaceva affatto, invece) ma
non poteva dare una simile informazione.
Fuori dell'albergo mi fermai a pensare. Se questo
impiegato non poteva, allora nessun altro
nella sua stessa posizione poteva.
Tentai la sorte nell'albergo che veniva subito dopo
in graduatoria. Costoso, e si vedeva. Ma molto
elegante. Niente di troppo luccicante o pacchiano...
uno di quei posti tranquilli, dove tutti sono cortesi,
dove proprio per questo si spendono tanti soldi. Nella
hall un mucchio di colonnelli in pensione o
che avevano l'aria di essere tali ; seduti qua e l
con le rispettive mogli.
C'era una donna al banco della reception; non
giovane, bruna, composta, e molto gentile. Mi chiese
che cosa poteva fare per me.
Decisi di assumere un'aria giovane, esitante.
  un po' difficile spiegarlo, dissi, e rimasi
in attesa.
Lei non mi rispose, non tent di incoraggiarmi.
 So che qui a Cheltenham si  tenuto un convegno
medico il 18 e il 19 luglio, dissi.
 Certo, signore.
 Sto cercando di rintracciare un certo dottor
Howard Fawcett.
 Ah...
 Cio... vorrei sapere se ha preso alloggio in
questo albergo.
Rimase imperturbabile e ancor meno incoraggiante
di prima.
 Capisco. Mi dispiace molto. Non possiamo...
lei capisce... divulgare... Vorr scusarmi.
Il registro dei clienti era posato sulla scrivania,
l di fianco.
 Non potrebbe fare un'eccezione per questa
volta?
 No, mi dispiace.
Guardai il registro per un poco.
 Non vorrei annoiarla, dissi, ma per me
 molto importante. Sono venuto qui da Londra appositamente.
Le basterebbe girare le pagine sino alla
data giusta... le sarei molto, molto grato, signora.
Lei continu a guardarmi, senza registrare nessun
cambiamento di espressione. Poi ripet:
 Mi dispiace.
Pensai velocemente. Ogni uomo ha il suo prezzo,
si diceva; e ogni donna, pensai, ha il suo punto debole
se adulata al momento giusto.
 Capisco che lei non desideri farsi coinvolgere
in nessuna questione di divorzio, o in cose del genere,
 dissi. Ma non si tratta di questo, glielo
assicuro.
Chiss che cosa avrebbe provato se avessi proseguito
ad alta voce: In effetti, si tratta di un delitto...
 Comunque, ripresi, immagino che lei
sappia indovinare ad un miglio di distanza la natura
di una inchiesta del genere. Nel suo lavoro lei
deve essere per forza... be', un'ottima giudice di caratteri...
Per un momento non si mosse. Poi si permise
un accenno di sorriso. Si guard in giro. I colonelli
con le mogli sparsi nella hall non facevano la minima
attenzione a noi, e comunque non potevano
sentire ci che stavamo dicendo.
Si attir vicino senza fretta il registro e gir a
ritroso le pagine, ne scorse una facendo passare il
dito lungo i nomi allineati, quindi richiuse il libro
e lo mise delicatamente da parte.
 Due altri alberghi in questa citt... il Bear e
il Grand Fordham... hanno ospitato la maggior parte
dei medici che prendevano parte a quel convegno.
Le sorrisi. Non mi aveva esplicitamente detto
che il nome di Fawcett non era segnato sul registro,
per me l'aveva fatto ben capire, indicandomi inoltre
la via da seguire.
Uscii dalla porta girevole e mi ritrovai sotto il
sole impietoso, quindi chiesi da che parte dovevo
dirigermi per trovare il Bear e il Great Fordham.
Il pi vicino era il Bear: entrai e dopo essermi
seduto nella hall deserta chiesi ad una cameriera
con una crestina inamidata sui capelli se potevo avere
un caff. Lei mi diede un'occhiata, poi guard
di sfuggita il grande orologio a pendolo nell'angolo.
 Lei non  ospite dell'albergo, vero, signore?
Sa, non so se... Non abbiamo l'abitudine di...
Si allontan, per tornare quasi subito facendomi
capire che proprio per farmi un favore... eccetera,
eccetera. La ringraziai profusamente e rimasi in attesa.
Era inutile chiederlo a lei, o a qualcuno nella
sua stessa posizione nell'albergo: non avrebbero saputo
nomi, n ricordato. Era inutile anche chiederlo ad un impiegato della reception, a meno di non
trovarne uno fuori servizio che avrei potuto, tanto
per parlar chiaro, pagare in cambio dell'informazione
che andavo cercando.
Il caff non era buono. Rimasi seduto. Pareva
di stare dentro una credenza con le portelle chiuse,
tanto l'aria era pesante. Di tanto in tanto dalla strada
proveniva il suono di un clacson. La macchina,
pensai all'improvviso. Il garage.
Pagai il conto e uscii sulla strada. Il garage dell'albergo
non era molto vasto, per fortuna. C'era
pi probabilit, cos, che qualcuno potesse ricordare.
Ma in quel luogo non si vedeva nessuno. Attesi
diversi minuti, sino a quando non vidi un cartellino
che diceva: Per favore, suonare il campanello.
Lo suonai.
Un uomo dall'aria flemmatica usc da una porticina
laterale dell'albergo stesso. Indossava una camicia
a strisce senza colletto e un grembiulone verde
legato in vita.
 Non c' nessuno qui? chiesi.
 Chi voleva?
 Non so... La persona addetta alla sorveglianza
del garage.
 Mi dispiace. A casa per malattia, oggi pomeriggio.
Faccio io finch torna.
 Be'... Estrassi una banconota da dieci scellini.
 Forse mi pu aiutare lei. Cerco un'informazione
sul conto di un certo dottor Fawcett. L'uomo
sollev le sopracciglia e io feci cambiar mano
al denaro, poi proseguii a gran velocit, improvvisando
sul momento: ... per via dell'assicurazione
della sua auto, a esser precisi. C' una questione
a causa di un incidente. Forse lei potr dirmi
se questo dottor Fawcett ha messo nel garage
dell'albergo la sua Sunbeam, targa XYR2707 (ringraziai
intanto mentalmente il cielo per la mia memoria
fotografica) nelle notti del 18, 19 e 20 luglio...
 Mi spiace, come faccio a saperlo?
Gli offrii un'altra banconota.
 Forse George sarebbe in grado di aiutarla, -
disse.
 George?
 Il garagista.
 Quando dovrebbe riprendere il lavoro?
 Domani.
  troppo tardi. Devo essere a Londra questa
sera.
 Be'... peccato, allora. A meno che...
 A meno che? Mi tolsi di tasca un altro biglietto
da dieci scellini.
 La notte la fa Harry. Qui arriva alle sette di
sera. Non sono sicuro, ma potrebbe ricordare anche
lui.
Il mio treno per Londra partiva da l alle 6,35,
ma non avevo altra scelta.
 Grazie, dissi. Torner pi tardi.
Non tenni il conto delle tazze di t che consumai
quel pomeriggio.
Per le sette ero di ritorno al Bear. Aspettai davanti
al garage. Alle sette e un quarto arriv un tipo
dall'espressione imbronciata, occhi infossati e il
mento azzurrognolo per una barba difficile e molto
scura.
Mi lanci un'occhiata.
 'sera, gli dissi.
 'sera, lui rispose.
 Forse mi pu dare una mano.
Non disse niente. Io presi fuori una banconota.
Rimase ancora senza parlare.
 Vorrei un'informazione su un certo dottor Howard Fawcett, -
dissi, e ripetei la storia dell'assicurazione,
e dell'incidente. Quello che sto cercando
di scoprire  se avrebbe potuto con qualche
probabilit trovarsi sulla strada di Gloucester poco
dopo la mezzanotte del 20 luglio...
L'uomo mi stava ancora guardando. Gli posai il
danaro in mano. Non mi pareva troppo deciso a
prenderselo.
 C' di mezzo un ferito, dissi. Poi rischiai
un'altra improvvisazione. Questi tipi arcigni, alle
volte, sotto sotto sono i pi sentimentali.  una
ragazza, giovane, dissi.  giusto compensarla
in qualche modo.
Prese i soldi e si fece pensieroso.
 Ci sono un sacco di automobilisti pazzi in giro,
 disse, con una certa passione nella voce.
Gli dissi che aveva proprio ragione.
 Che macchina ha detto? Una Sunbeam lusso?
Gli ripetei il numero di targa.
 Be', a dire il vero... strano che lei adesso venga
a chiedermi proprio di quel tipo. Perch me lo
ricordo bene. Ha messo la macchina in garage verso
le dieci di sera. Poi a mezzanotte  sceso, l'ha ripresa,
non ha detto perch o niente... Un tipo chiuso,
di poche parole.  rimasto fuori tutta la notte, press'a poco,
perch  tornato qui verso mattina. La cosa
mi era sembrata un po' strana... mi pareva anche
che quel tale fosse un po', come dire?, fuori posto.
Chiss che cosa ha combinato, mi sono chiesto, tutta
la notte a spasso... e aveva qui un bel letto comodo
da dormirci come un pasci.
Trattenni il fiato. Quasi non riuscivo a credere
alla mia fortuna.
 Non si ricorda che... che faccia aveva... che
aspetto? dissi, perch volevo controllare, essere
sicuro. Spesso la gente ricorda un sacco di cose con
l'aiuto di un po' di soldi, poteva anche darsi che
questo Harry si fosse inventato tutto quanto proprio
per quella ragione.
 Guardi, me lo ricordo proprio. Un tipo tranquillo.
Di media statura, sul magro. Capelli biondi,
radi. Occhi azzurri chiari. Una di quelle fronti, come
dire?, alte, ossute...
Non c'era da sbagliarsi.
 Le sono veramente obbligato, esclamai. E
lo ero sul serio.
Quello si strinse nelle spalle. Poi mormor con
tono mellifluo:
 La gente che va in giro a sfasciar macchine
quando dovrebbe starsene a letto...
Non c'era un treno per Londra prima delle 11,55.
Arrivava alle 4,30 di mattina. Non che la cosa mi
preoccupasse molto. Quando non si ha nient'altro
da fare che pensare, come era il caso mio, qualsiasi
posto va bene, un bar, un treno, la sala d'aspetto
di una stazione.
Per mi sentivo stranamente oppresso. Avevo in
mano il primo pezzo di quella che poteva essere
considerata una prova... a prova di bomba, e avrei
dovuto sentirmi soddisfatto, contento. Invece non
lo ero affatto. Era in un certo senso stato troppo
facile... troppo accomodante.
In banca, durante l'intervallo a mezza mattina
quando di solito mi concedevo un caff, uscii e andai
a telefonare al Limelight da una cabina pubblica.
 Al Minton mi hanno suggerito di telefonare
a voi. L'ultimo indirizzo che hanno di Miss
Lang  Richmond, Ensor Gardens... Mi chiedevo
se voi...
Una ragazza dalla voce abbastanza aggraziata
mi disse di aspettare un momento. Quando riprese
in mano la cornetta disse:
 Pronto? Mi sente? No, guardi, mi dispiace.
Non abbiamo un altro recapito pi recente di Miss
Lang.
Tornai in banca, e procedetti con il mio lavoro.
Questa faccenda... non era poi cos facile, dopo tutto.
Joanna era davvero scomparsa. Ma perch?
Non c'era nessun sospetto sul suo conto. Non
c'era stata nessuna inchiesta, nessuna investigazione.
Perch dunque, sparire a quel modo visto che,
sinora almeno, nessuno sapeva che ci fosse stato
un delitto?
Cercai di ricordare quello che aveva detto Ren.
Joanna Lang aveva promesso di andar via. Di lasciarli
stare, loro due soli, marito e moglie, perch
avessero la possibilit di rimettere in sesto il loro
matrimonio.
Se anche il dottore era tornato a casa quella
notte, e aveva commesso un delitto che tale non
appariva, perch stare nascosta? La rispettabilit...
Ren aveva detto. Solo che non aveva senso,
adesso, continuare a tenere segreti i propri movimenti.
Per tutto quel pomeriggio continu a venirmi
davanti agli occhi la visione di Joanna Lang. O, meglio,
della sua fotografia. I capelli neri, gli occhi
scuri, il pallido viso ovale, i lineamenti fini, ben
disegnati.
D'accordo, le due cugine si assomigliano, dissi
a me stesso. Stava forse qui il nocciolo della faccenda,
il bandolo della matassa?
Alla fine telefonai a Ren. Se avesse risposto il
dottore avrei trovato una scusa, o avrei interrotto
subito la comunicazione... tanto lui non poteva sapere
chi lo aveva chiamato. Ma fu proprio Ren che
venne all'apparecchio.
 Non avresti dovuto telefonarmi! mi disse
subito.
Inghiottii la mia irritazione.
 Volevo sentire se potevamo vederci questa
sera.
 Ah, non lo so... proprio.
 Se ti senti meglio, naturalmente. Non mi
ero pi ricordato del disturbo di Ren.
 Sto meglio. Sto quasi bene del tutto, disse
Ren, divertendosi, ovviamente, a tenermi in bilico.
 Ma adesso sono occupata, ho da fare...
La mia lettera doveva averla seccata.
 Allora... facciamo domani? dissi. Andiamo
a cena insieme?
Quell'offerta raggiunse lo scopo.
 Oh, domani no, rispose. Sabato sera,
magari.
Stabilimmo l'ora e riappesi. Che fare adesso?
Da che parte rivolgermi? Poi ricordai, dapprima
piuttosto vagamente, qualcosa che Ren aveva detto.
Begli abiti. E Marianne che diceva: Una
sartina che prendesse poco per la fattura.
La discrepanza non pareva avere questa grande
importanza... ma poteva sempre fornirmi una traccia.
Visto che non avevo niente di meglio da tentare,
valeva la pena di sfruttare quell'appiglio.
Mi misi a sfogliare l'elenco telefonico. Maybelle
Maggs, 28, Courtenay Road. Ci andai direttamente,
subito dopo la banca.
Courtenay Road era una di quelle vie un tempo
molto distinte, ora decisamente calate di tono. Di
fianco ad ogni porta c'era una fila verticale di campanelli,
e a lato di ognuno uno o due cartoncini con
i nomi degli inquilini scritti a penna, in stampatello.
Di fianco alla fila di campanelli della sua porta
c'erano gli stessi cartoncini delle altre, ma il nome
di Maybelle spiccava, in fondo a tutti, inciso su
una lucida targhetta di ottone.
Suonai il campanello.
Venne ad aprirmi la porta una donna vecchia e
piccola, la figura magra e incurvata, tutta vestita
di nero, con un puntaspilli nero appeso alla vita.
Aveva dei capelli sottili che un tempo dovevano essere
stati rossi, tutti ricci sulla fronte, e raccolti in
uno stretto chignon sulla nuca. Due sbiaditi occhi
celesti mi sbirciarono da dietro le lenti spesse degli
occhiali.
 Madame Maybelle? chiesi.
Lei si tolse gli occhiali.
 Prego? disse, inclinando la testa su una
spalla. Poi rimase in quella posizione, in attesa, come
un uccellino grazioso anche se spaventato.
Fu obbedendo ad un improvviso impulso che
assunsi un'aria di ufficiale formalit.
 Vengo, dissi, a nome della signora Madeleine
Fawcett.
Un rapido sorriso infantile le accese il viso pallido,
incavato.
 Ah! esclam. Ah, lo sapevo... Lo sapevo.
La prego, si accomodi. Si fece da parte arretrando
in un'entrata che aveva le pareti tappezzate di
rosso a strisce. Il pavimento era coperto di linoleum
verdastro, che doveva risalire agli anni immediatamente
precedenti la prima guerra mondiale; come,
del resto, il massiccio attaccapanni, con i pomoli a
forma di corna d'animale.
La vecchia apr una porta sulla mia destra.
 Elsie era cos arrabbiata con me. Cos preoccupata,
 esclam. Vedrai, quella non si fa pi
sentire, mi diceva Elsie. Elsie, mia sorella, trova
sempre da ridire su tutto, spieg. D'altra parte
 comprensibile, visto che non sta bene.  cos
tanto che  ammalata, cos si preoccupa di tutto
quanto.
Una doppia porta, chiusa, dava su un'altra stanza;
e dal timido sguardo che Miss Maggs vi lanci
credetti di capire che oltre quell'uscio c'era la difficile
Elsie.
 Mi dispiace proprio, dissi.
Lei mi rivolse un fugace sorriso di ringraziamento,
e si avvicin alla finestra.
Mi guardai in giro per la stanza.
Oltre il caminetto c'era un manichino da sarta,
dotato di seno e anche dalle misure quanto mai generose;
nell'incavo della finestra su una larga tavola
grezza era disteso il lavoro che Miss Maggs stava
evidentemente confezionando. La macchina per cucire
era un pezzo da museo.
Come era possibile che Madeleine Fawcett fosse
venuta qui per i suoi bei vestiti?
 Madame Maybelle..., dissi, temo di doverle
dare brutte notizie.
 Ah... brutte notizie? disse, mentre alle gote
pallide le saliva un pallido color rosa.
 La signora Fawcett...  morta.
 Oh... Oh no! grid, e anche quella pallida
sfumatura di colore le abbandon il volto.
Tremava tutta. Sedette davanti al tavolo.
  morta per un attacco di cuore, dissi. -
Fortunatamente  stata una cosa... veloce. Non ha
sofferto.
Miss Maggs rimase seduta, a guardarsi le mani.
Finalmente sollev il viso. Fece uno sforzo per
parlare, come tirando fuori la voce da una grande
profondit.
 Non dovrei dirlo... quello che stavo per dire,
cio: Sono contenta. Non certo che sia morta,
povera anima. Ma io lo dicevo a Elsie che la signora
non era tipo da... da lasciarci andare, cos...
Io rimasi in silenzio.
 Vede, prosegu lei, le avevo consegnato
tre abiti, e ce n'era un altro ancora in prova, e la
signora non si faceva pi viva. Elsie continuava a
dirmi: Tu mandale il conto, non fare la stupida.
Ma io lo sapevo, lo sapevo proprio... Ah, ma non
posso crederci che sia morta. Povera creatura. Ma
io lo sapevo, lo sapevo che avevo ragione...
Ancora non mi riusciva di dirle una parola.
 Lo sapevo! disse. Era cos gentile, cos
buona. Quando entrava in questa stanza, era come
se... be', come se in quel momento fosse uscito il
sole... Era cos comprensiva, disse ancora Miss
Maggs, mormorando, con un tremulo sorriso.
 Non sono in molti oggigiorno ad apprezzare un lavoro
ben fatto, fine. Lei s, invece. Lei sapeva come
si doveva fare il mio lavoro. Quando io ero ancora
ragazza, mio padre mi diceva sempre: Mabel, scegli
sempre il meglio, mi raccomando. Cos ho imparato
a fare fin dal principio. Solo che certa gente
non sa pi che farsene del lavoro accurato. Ma lei,
s. Lei aveva gusto. Oh, un gusto squisito. Ed era...
una vera signora... Un altro pallido fugace sorriso
le incurv appena le labbra esangui. Avrebbe
potuto andare da qualsiasi sarta, anche la pi
cara. Invece veniva da me. E quando veniva qui faceva
sembrare... Pu capirlo? disse Miss Maggs.
 Faceva in modo da far credere che ero io a farle
un favore, quando invece era lei che... era cos
gentile, fin, arrossendo.
Si alz in piedi. Mi venne vicino.
 Mi perdoni, disse. Non dovrei star qui
a continuare a parlare cos, lo so bene. Ma  che...
sono sconvolta! Oh, signore, che disgrazia!
Si port le mani sulle guance, come una bambina.
Mi obbligai a pensare, e a pensare in fretta. Guardai
il tavolo, il lavoro, la doppia porta, e capii...
quello che aveva capito anche Madeleine Fawcett,
con la sua gentilezza: il lavoro in costante diminuzione,
la sorella ammalata, la lotta per sopravvivere.
Dovetti schiarirmi in gola prima di poter parlare.
 Miss Maggs, dissi. La signora Fawcett
 morta cos all'improvviso. Ci saranno dei conti
che non erano stati ancora pagati. Mandi il suo al
marito. Lei proprio questo avrebbe voluto. E anche
lui, ne sono sicuro. Ma nel frattempo...
Estrassi dal mio portafogli due banconote nuove
da cinque sterline luna. Altrimenti, come avrebbe
fatto a mangiare se doveva aspettare troppo?, avevo
pensato. Feci scivolare i due biglietti di banca sul
tavolo, mettendoci sopra le forbici per tenerli fermi,
poi mi avviai verso la porta, senza ascoltare le
sue proteste non del tutto convinte e rese difficili
dal groppo di pianto che la stringeva alla gola.
Non ci sono molte cose di cui mi rallegro quando
ricordo quei giorni, ma sono almeno contento
di aver messo il mattino dopo al posto di quelle due
banconote da cinque sterline l'una di Madeleine Fawcett, dieci
biglietti da una sterlina, presi fuori dalla
mia busta paga.
Poi cominci quella strana inerzia che mi pesava
addosso. Tornai a casa quella sera, e quella successiva,
e quella dopo ancora. E non feci niente.
Stavo seduto in camera mia e basta.
Lo sapevo allora il perch di tanta apatia? Forse,
sotto sotto, inconsciamente, si agitava in me
qualche indizio, qualche sospetto per un vuoto mentale
e fisico tanto inspiegabili?
Penso proprio di no.
Perch la quarta mattina mi svegliai con i sensi
all'erta e la mente sgombra. Ammesso che si tratti
di un delitto, dissi a me stesso, commesso dal dottore
o da Joanna, probabilmente da tutti e due, come
la mettevamo con il certificato di morte?
Visto che non c'era stata inchiesta di nessun genere,
e nemmeno un inizio di investigazioni, bisognava
pensare che qualcuno l'avesse stilato senza
ammettere dubbi. Il dottor Fawcett non poteva averlo
fatto: per quanto ne sapevo i medici non hanno
mai in cura i familiari. Allora... forse il suo socio,
quel dottor Walters? Era lui, Madeleine aveva
detto, il suo medico.
Ma a meno che il dottor Walters non fosse stato
complice della macchinazione, il che mi sembrava
tanto improbabile da non meritare che l'ipotesi
venisse neanche presa in considerazione, non l'avrebbe
emesso se avesse avuto qualche dubbio, di
qualsiasi sorta.
Il che voleva dire, presumibilmente, che di dubbi
non ne aveva avuti.
Che tipo era questo medico di Madeleine Fawcett?
Decisi di vederlo in qualche modo e scoprire
ci che mi stava a cuore.
Ma pass un altro giorno prima che mi rendessi
conto che avevo una facile soluzione al mio problema.
Se un dottore per una ragione qualsiasi non ti
pu visitare, vai dal suo sostituto, no? Meglio ancora
dal socio...
Poi ricordai quella targhetta di ottone accanto
al cancello della casa. Orario di visita cos e cos -
tutti i giorni eccetto il venerd.
E... quel giorno era venerd.
Telefonai a casa del dottor Fawcett nell'andare
in banca. Mi rispose la cuoca.
 Volevo venire dal dottor Fawcett, oggi, ma mi
sembra che non sia giorno di visita; o mi sbaglio?
 No, infatti. Se  una cosa urgente pu rivolgersi
al dottor Walters.
Mi diede il numero di telefono, l'orario di visita,
e l'indirizzo. Spostai la mia ora di intervallo per il
pranzo per poter andare dal dottor Walters subito
dopo le dodici.
L'abitazione del dottore era tutta lucida di vetri
e di pittura data di fresco. Un'automobile nuova era
parcheggiata di fianco alla porta di entrata, su un
vialetto che portava al garage, la cui porta-serranda
si apriva direttamente verso l'interno della casa, nel
seminterrato.
I soldi non mancano, qui, pensai.
La sala d'aspetto aveva due pareti color verde
menta, due bianche. C'erano molte sedie nuove, pigne
di riviste dalla copertina lucida, e sulla mensola
del caminetto una natura morta, un originale.
Non particolarmente bella, ma attraente... piacevole.
Mi sedetti. La stanza era piena di gente. La maggior
parte dei pazienti in attesa erano mamme e
bambini che mi parvero tutti in ottimo stato di salute.
Ma avrei anche potuto sbagliarmi.
Dovetti attendere quaranta minuti buoni prima
che arrivasse il mio turno. Poi la porta si apr. Io
mi alzai in piedi ed entrai nello studio.
Il dottore era il giovane dall'aria troppo solenne
che avevo visto al funerale. Alto, con i capelli castani
ondulati, attraente, elegante.
 Il dottor Walters? dissi.
 S. Sorrise. Si accomodi.
Mi sedetti.
 Bene, mi dica, che cosa posso fare per lei?
 Si tratta di una ricetta.
 Ah... mi dica.
 Il dottor Fawcett, sono un suo paziente, mi
ha prescritto delle pillole per dormire. Ma ho terminato
la medicina e... me ne sono accorto soltanto
ieri sera. E, a quanto mi  stato detto, oggi il dottor
Fawcett non riceve.
 Infatti,  cos. Allora, non dorme bene?
 Non troppo.
 Peccato! Era una sollecitudine molto forzata.
 C' qualche causa per questa sua insonnia?
Qualche disturbo che...
Pensai di offrirgli un appiglio.
 A dire il vero, sto scrivendo un romanzo. Per
quanto mi riesce, naturalmente, durante il tempo
che mi lascia libero il mio lavoro consueto.
 Ah, capisco. Be'... bisogna aspettarsi reazioni
del genere, no?, con voi tipi creativi. Noi, i lettori,
ci rendiamo troppo poco conto, temo, di quanto costi
un libro a chi lo scrive...
Lo lasciai parlare, senza interromperlo, ed egli
alla fine chiese:
 Allora, che cosa le aveva ordinato il dottor
Fawcett?
Gli dissi il nome delle pillole. Egli attir a s un
ricettario e cominci a scrivere.
Quando uscii dalla sua casa, e durante il pomeriggio
in banca, pensai che avevo capito che tipo
era il dottor Walters. Un medico alla moda, o almeno
sulla via buona per diventarlo. Uno di quei dottori,
come li chiamava Jacky, come-va-allora,-oggi-
cara-signora?. Ci spiegava la nutrita presenza di
mammine con bambini: una rivista dal dottore, uguale
ad un piacevole intermezzo nella noia di una
giornata piatta...
Ecco ci che dava a Madeleine Fawcett: t e simpatia,
come diceva il titolo della celebre commedia
musicale. Tenere occhiate, paroline dolci quando c'erano
difficolt in casa.
E le aveva lasciato rimandare l'elettrocardiogramma.
Questo mi diceva qualcosa a proposito del certificato
di morte. Non era tipo, il dottor Walters, dopo
che non era stato tanto scrupoloso da obbligare
la sua paziente a sottoporsi al pi presto a quell'urgente
controllo, da mettersi nei pasticci. Certo aveva
preferito non vederla, anche se qualche cosa gli
era sembrata storta o dubbia, in quella faccenda...
E ancora pensai: a chi altri poteva rivolgersi,
Madeleine, se non a me? Che possibilit aveva di
farcela, Madeleine Fawcett, in mezzo a tutta quella
gente alla quale, di lei, non importava niente?
Ero d'accordo di incontrarmi con Ren la sera
dopo a Richmond. La portai in un ristorante che
conoscevo, non troppo caro, piccolo, tranquillo. Non
potevo anche garantire che fosse fresco, perch sarebbe
stato troppo lo sperarlo. Era una sera soffocante.
Ren mi parve distante da principio... remota,
seccata. Eppure sentivo i suoi occhi su di me, sempre
attenti, guardinghi. Cominci a parlare quasi
subito di Madeleine Fawcett.
Forse che l'istinto le diceva che proprio di questo
la volevo sentir parlare? Era quanto lei stessa
voleva raccontare? Ad ogni modo, quando cominciai
a dirle:
 Mi dispiace veramente che tu non sia stata
bene, lei mi rispose subito:
  quella cuoca!
 Quella cuoca?
  la rovina della mia vita!
 Come mai? le chiesi, cercando di dare una
intonazione piena di simpatia alla mia voce.
 Crede di sapere tutto. E invece non sa niente.
Niente. Niente del tutto. Niente delle donne. -
Ren sospir. O della vita.
Rimasi in silenzio un momento.
 Perch, che cosa fa? le chiesi alla fine.
 Oh, io non le piaccio. Se fosse solo per questo,
non m'importerebbe poi tanto. A certa gente,
chi vuole essere simpatico? A lei non vado gi, lo
so bene. Ma me ne infischierei, se non fosse per
un'altra cosa. Sentissi come parla della nostra padrona.
Mi si rizzarono le orecchie.
 Non le piaceva la signora Fawcett?... Alla
cuoca? dissi.
Ren si strinse nelle spalle, sporgendo in fuori
le labbra.
 Non le piaceva perch non la capiva. Ma era
logico che non la capisse. Come poteva fare? Era
troppo stupida, troppo volgare per capirla.
 Tu invece... per te era diverso, no? dissi.
Arriv il cameriere e ordinai. Pareva che Ren
non capisse nemmeno quello che stavo dicendo quando
le chiesi che cosa voleva mangiare.
 Oh, scegli tu, esclam di malavoglia. Cos
feci io le ordinazioni per entrambi.
Ren continu ad avere quella faccia che Jacky
alle volte chiamava suonata. Io rimanevo in silenzio.
 Era sempre cos coraggiosa e gaia, si lament
Ren, sollevando il mento come se qualcuno,
magari io stesso, avesse contestato questo punto.
 Sempre capace di ignorare il suo dolore, e sempre
cos piena di fascino. Ogni mattina, quando le portavo
la colazione a letto, lei mi diceva: Come stai,
Ren?. E lo voleva sapere sul serio, non era una
formalit. Le davo il giornale e lei mi diceva: Siediti
qui, Ren. Io mi sedevo sulla sponda del suo
letto, e lei leggeva e rideva. Leggeva gli... come li
chiamate?, gli Annunci Personali.
 Ah, s? dissi.
 Sono degli annunci cos strani, e buffi... Quella
gente che si loda da sola, si raccomanda per ogni
genere di lavoro, o di incontro... Io non potrei mai
scrivere cose del genere sul mio conto. E poi ci sono
quelli che cercano l'innamorata, o l'innamorato...
buffi anche loro!
 S, lo so. Scrivi, Mark, te ne prego, Mary.
Ren torn ai suoi ricordi con un sorriso.
 Lei leggeva, poi ridevamo insieme. Poi magari
sospirava e diceva: Ah, ma tu non puoi sapere.
Tu non puoi capire come vanno queste cose. Non
riesci ad immaginarti quello che proveresti se scrivere
a questo modo fosse l'ultima speranza di...
Com' che diceva? ...di togliere la maledizione alla
tua sfortuna in amore. E diventava triste, povera
signora. Poi si rifaceva coraggio... e tornava a
ridere.
 Devi esserle stata di molto aiuto, Ren, -
dissi.
Arriv la prima portata e mangiammo. Ren sedeva
pensierosa, lo sguardo cupo di rammarico, remota.
 Hai avuto qualche notizia di Miss Lang? -
le chiesi di punto in bianco.
 No. Niente.
 Non ti sembra un po' strano?
Esplose in una piccola risatina di scherno.
 Oh, vedrai che si far viva con lui alla fine,
non ne ho il minimo dubbio. Si metteranno insieme,
vedrai! Aspetta un poco e avr ragione io.
 Ren, le dissi subito dopo, che tipo ,
fisicamente?
 Chi?
 Joanna Lang.
Ren mi guard sorpresa. Poi le si chiuse l'espressione
e vidi soltanto il suo viso giovane e liscio, inscrutabile.
 Era bruna. Snella. Era... non era questo granch,
direi. Non certo se paragonata a lei! Messe insieme,
Miss Lang scompariva. Era come se non ci
fosse pi, se non esistesse nemmeno...
Io dissi, con attenta disinvoltura:
 Eppure erano cugine, mi hai detto. Non si
assomigliavano per niente?
Ren si strinse nelle spalle.
 Oh, forse anche s... Poi sollev le sopracciglia,
aggrottando la fronte. Be', si vedeva che
appartenevano alla stessa famiglia, ecco. Tutte e
due alte, tutte e due snelle. Tutte e due avevano
la stessa forma di viso...
 Ma...?
 Ma no, non erano quello che si dice somiglianti...
veramente somiglianti, almeno.
Ci portarono via i piatti del primo. Dopo un momento
arrivarono con i secondi. Ren sedeva tranquilla.
Alz il viso, sorridendo. Qualcuno ti sta
osservando.
 Qualcuno che cosa?
 Ti sta osservando, ripet Ren.
Trasalii un poco. Mi guardai in giro e vidi Jacky.
 La conosci? disse Ren.
Jacky sedeva di fronte a noi, sull'altro lato del
locale, ed era in compagnia di Joe Mount. Indossava
un tailleur d'un azzurro morbido. Si era acconciata
i capelli biondi alti sul capo. Cos sembrava
pi adulta, in un certo modo diversa.
Provai un senso di disagio al pensiero che si era
vestita cos bene per lui, non per me. Era strano
provare qualcosa che somigliava alla gelosia.
Jacky aveva distolto lo sguardo quando io mi
ero girato dalla sua parte. Adesso torn a voltarsi
e i nostri sguardi si incrociarono. Mi sorrise, quietamente,
senza incertezze. Per un secondo. Poi gir
il viso, e si mise di nuovo a parlare con Joe Mount.
 ... la conosci? mormor nuovamente
Ren.
 S, la conosco, dissi, rivolgendomi ancora
a lei.
Non dissi nient'altro per un lungo tempo, sino
a quando sentii Ren dire:
 Perch non me la presenti? Lo disse con
pesante accento francese, arrotando le erre, come
le capitava di rado.
Non ci sarebbe stato bisogno per Jacky di passare
cos vicino al nostro tavolo nell'uscire. Ma lo
fece. Mentre Joe Mount si avviava verso l'uscita, per
pagare il conto alla cassa, Jacky venne verso di noi
e si ferm al nostro tavolo.
 Salve, Dave, disse.
Mi alzai in piedi.
 Jacky... ma eri via!
 Infatti. Sono tornata per il fine settimana.
 Presentami, ripet Ren.
 Oh, scusatemi. Jacqueline Brown. Ren Dessieurs.
 Piacere, disse Jacky, gravemente, senza enfasi
alcuna.
Ren ripet la parola, con franca curiosit. Non
furono scambiati molti altri discorsi. Faceva proprio
caldo, eh?, e cos via. Joe Mount, dalla porta,
fece segno a Jacky.
 Devo andare, disse lei. Arrivederci, Dave.
Buon giorno, Miss Dessieurs.
Si volt e usc dal locale, con aria molto composta
e tranquilla. Io rimasi seduto al mio posto,
gli occhi fissi al piatto.
 La tua... amica  molto carina, disse Ren.
Sollevai lo sguardo. Ren sorrise.
 E ti ama! disse.
Arrossii. Avrei voluto dirle di andare all'inferno,
ma non ne feci niente.
 Jacky  un'amica. Un'amica molto cara. -
Ribattei, irritato.
 Questo  quello che tu vorresti. Ma lei... ma
sono cattiva a parlare in questo modo, disse Ren.
 Come dite voi inglesi, non sono affari miei.
 Adesso Ren non aveva pi quel fascino da bimba
che mi aveva colpito in lei; era diventata una
donna sofisticata, maliziosa, molto francese.
Ordinai il caff. Lo bevemmo, senza parlare. Non
c'era niente da dire... io avevo quasi dimenticato
Ren.
 Non fare il muso, disse lei, coprendomi la
mano con la sua.
Dovetti fare uno sforzo per non ritirarla. Mi liberai
di lei non appena riuscii a farlo senza essere
villano, e la mattina dopo telefonai a Jacky.
 Posso vederti, Jacky? chiesi.
Ci fu una lunga pausa all'altro capo del filo.
 Non riesco a pensare ad una sola ragione per
cui ci dovremmo vedere. Disse, con tono gentile.
 C' una cosa che voglio dirti, esclamai.
 E va bene. Jacky fece un'altra pausa. Vedevo
nell'immaginazione il suo visetto soprapensiero.
 Domattina presto riparto, ma questa sera
sono a casa. Vieni pure da me, ti posso offrire una
tazza di caff.
 Usciamo, le dissi. Andiamo in qualche
posto.
 No. Vieni qui, a casa, disse Jacky, ancora
gentilmente.
Non serviva a niente mettersi a discutere quando
Jacky aveva preso una decisione.
Alle otto suonai il campanello della villetta dove
abitava Jacky. Una delle tante, tutte uguali, in fila
lungo la strada alberata. Jacky mi fece entrare. Portava
di nuovo i capelli sciolti, e indossava l'abitino
verde a fiori che gi conoscevo.
 Salve, disse.
Apr la porta del soggiorno. Suo padre e sua madre
sedevano ognuno a lato del caminetto. La radio
era accesa. Se Jacky fosse stata un'altra, c'era
da pensare che aveva arrangiato questa scenetta per
darmi una lezione. Probabilmente l'aveva davvero
arrangiata, ma per un'altra ragione.
Prima, quando avevo detestato tutto l'insieme...
la cena della domenica, e mamma e pap che mi
squadravano, che facevano le loro supposizioni in
silenzio, ma in maniera quanto mai evidente, e mi
consideravano il ragazzo di Jacky, be', allora lei
sapeva come la pensavo e mi aveva liberato da quel
castigo. Adesso non voleva liberarmi da niente. Voleva
che tutto fosse chiaro e netto, tra noi due; voleva
giocare la nostra partita, ma lei ovviamente
in casa, col favore del campo.
Il padre di Jacky spense la radio.
 Bene, giovanotto, mi disse.  un bel
po' di tempo che non ti si vede.
 Come va? disse la madre di Jacky, con
un'occhiata di avvertimento al marito. Stavamo
giusto per preparare il caff. Ora lo faccio...
 No, tu rimani qui, mamma, disse Jacky. -
Vado io.
Cos dovetti rimanere ad aspettare cinque minuti
mentre Jacky stava preparando il caff. Parlammo
del lavoro di Jacky, del caldo, del giardino
e del gioco del cricket. Eravamo arrivati ad un punto
morto della conversazione, quando Jacky fu di
ritorno. Non fu facile neanche mentre prendevamo
il caff, e Jacky non mi aiut neanche un po'.
 Bene, disse alla fine il padre di Jacky, -
immagino che voi due ragazzi abbiate da parlare...
Si alz in piedi. Sua moglie, una volta ancora,
gli lanci un'occhiata di rimprovero.
 Vado a lavare queste cose, lei disse, prendendo
in mano il vassoio.
Uscirono tutti e due dal soggiorno. Jacky non
si spost di un millimetro.
Nella stanza, allora, cadde il silenzio. La portafinestra
era aperta e di fuori, nel giardino, enormi
girasoli ruotavano come girandole colorate nell'aria
calda. Farfalle immobili erano posate, a mucchi, sugli
steli incurvati dei fiori. Dopo un po' Jacky si alz
in piedi e and a prendere un cestino da lavoro.
Sollev una calza, vi infil la mano e gir le dita
sino a quando trov una piccola smagliatura.
 Cos' che vuoi dirmi? chiese e cominci il
suo rammendo.
 Jacky... avrei dovuto scriverti, dissi. -
Scusami, mi dispiace...
Ricordai, stupidamente, di aver gi detto prima
qualcosa del genere.
 Ma tu sai come sono fatto, dissi. E non
sapevo come risponderti, cosa...
 Allora forse  meglio che tu non abbia scritto.
 Continu a rammendare, con delicata abilit,
tenendo gli occhi fissi al suo lavoro.
Fino a quel momento avevo creduto di non sapere
ci che ero venuto a dirle. Ma adesso sapevo
che non avrei potuto continuare nella mia ricerca
sino a quando non le avessi detto tutto.
 In un certo senso non dovrei dirti ci che
sto per confidarti, esclamai. Si tratta di una
questione molto... confidenziale.
 Allora forse  meglio che tu non mi dica niente,
 disse Jacky tranquillamente.
 Ma io posso fidarmi di te, Jacky, non  vero?
Posso fidarmi che terrai per te quanto ti dir?
Jacky alz gli occhi a guardarmi.
 Non faccio promesse prima di sapere per che
cosa mi impegno.
 Ma io posso fidarmi di te, Jacky.
 Sei tu che lo devi sapere, disse lei.
Poi rimase senza parlare per quella che mi parve
un'eternit. Spezz il filo, ripieg la calza, e la ripose.
  a proposito di... dissi.
 Di quella che amavi? disse Jacky. Lo disse
con perfetta disinvoltura. Il suo tono tenero di un
tempo era scomparso, ma la comprensione di sempre
era presente.
Provai un dolore, dentro di me, come se qualcuno
mi rigirasse un coltello nel cuore. A parole non
l'avevo mai chiarito nemmeno a me stesso, quel
sentimento. Ma quando Jacky lo disse non ci furono
pi dubbi.
 Come fai a saperlo, Jacky? chiesi. Come
mai conosci cos tante cose sul mio conto?
Jacky teneva in bilico, con mano leggera ma ferma,
il suo cestino da lavoro su un ginocchio. Rise
un poco, delicatamente.
 Non  stato cos difficile, disse. Se c'
stato qualcuno che...  morto, allora questo qualcuno
prima... viveva. E ho visto l'espressione del
tuo volto quando me l'hai detto. Si alz, and
ad aprire una credenza, poi vi chiuse dentro il cestino.
  un'espressione che ho imparato a riconoscere,
 disse nel voltarsi nuovamente a guardarmi.
 La vedo nella mia faccia, allo specchio,
quasi tutti i giorni...
Prima non mi aveva mai detto nemmeno questo,
cos chiaramente. I nostri sguardi si incrociarono e
fu per me come una rivelazione.
 Oh, Jacky... cominciai.
 Allora, questa donna che amavi, che  morta...
 Jacky mi spron a parlare di quell'altro argomento,
interrompendo ci che avevo avuto intenzione
di dirle in quel momento.
Allora mi venne fuori tutto, inarrestabile, come
una cascata. L'incontro in banca, i successivi incontri
al parco. Il mio andirivieni davanti alla casa, e
le notti insonni. Poi quando avevo saputo che era
morta e il funerale... E la lettera.
Attesi un momento, ma Jacky non parl. Allora
le dissi che ero entrato in quella casa come paziente
del dottor Fawcett. E le raccontai di Ren. Di
quello che aveva detto Ren. Qualcosa di quello che
aveva detto Ren, cio. Poi mi fermai.
Non le dissi niente del viaggio a Cheltenham,
del dottor Walters, di Marianne. Niente della povera
Miss Maggs. Niente dei Blenkinsop, o del Minton.
O della mia ricerca di Joanna Lang.
 Capisco, disse Jacky. Bene, ora l'hai
detto a me. Tutto.
Non le avevo detto tutto, invece. Ma esclamai
soltanto:
 Non volevo che tu andassi a pensare chiss
che cosa... e mi detestai.
 Che cosa avrei dovuto pensare? disse. Mi
gir le spalle, and a mettersi davanti alla finestra.
Rimase a guardare di fuori. Vuoi sapere che cosa
penso? disse alla fine.
Io non risposi, ma lei me lo disse lo stesso.
 Credo che tu sia innamorato di... un niente,
un nessuno, disse. Questo tuo grande amore...
che cos' in fondo? Chi era lei, che cosa era, questo...
sogno del tuo cuore?
 Jacky... dissi.
Gir sui tacchi a piantarmi gli occhi in faccia.
 Dave, ma che razza di stupido sei? Ma che
cos' questa storia? Come mai lei ha scelto proprio
te?
 Non aveva nessun altro, dissi, e la mia
stessa voce mi parve arrivare da distante.
 Perch non aveva nessun altro? Perch non
aveva amici? Che cosa aveva che non riusciva a stringere
amicizia con nessuno?
 Alle volte capita.
 Non senza una ragione. Perch ha scritto a
te? Se aveva paura che qualcuno volesse ucciderla,
perch  questo che tu stai cercando di dirmi, perch
non si  rivolta alla polizia? Se doveva proprio
lasciare delle lettere da aprirsi solo nell'eventualit
che lei morisse, perch non indirizzarle a Scotland
Yard? Perch a te? Chi sei tu... Sherlock Holmes
o... o San Giorgio che ammazza il drago?
 Scrisse a me perch non aveva nessuna prova
di quanto temeva e lei lo sapeva bene, questo.
Se si fosse rivolta alla polizia non sarebbe stato
fatto nulla. Cos scrisse a me. Quando andr alla
polizia, io porter delle prove...
 Prove di che cosa? disse Jacky.  morta
di morte naturale. Era malata di cuore. Qualcuno
ha regolarmente firmato il suo certificato di morte.
Di che prove vai parlando? Prove di un delitto?
 Penso di s. Ne sono convinto.
 Ma perch dovresti pensarlo? Perch dovresti
credere...
 Lo sai...
 Non lo so affatto, disse Jacky. E non
lo sapeva neanche lei. E quella ragazza, Ren Dessieurs,
che c'entra lei in questa faccenda?
 ... aiuta in casa.
  la cameriera?
 No. Una ragazza alla pari. Era amica di
Madeleine.
 Ma se mi hai detto che non aveva altri che
te? Ascolta, Dave, questa storia ... tu stai giocando
con il fuoco. Tutta la faccenda somiglia ad un melodramma
orchestrato a bella posta. Non so bene
perch, come mai, e non me n'importa neanche tanto.
Ma lei... lei ti aveva preso in trappola, e tu ci sei
caduto. Non so che cosa ci ricavava lei dal tenerti
al guinzaglio, che cosa provava, che progetti aveva
fatto, ma...
 Smettila! dissi.
 Non smetto niente, disse Jacky. Io dico
quel che mi pare e provaci, tu, a fermarmi!
Attraversai la stanza, la presi per i polsi. Lei
cerc di divincolarsi, ma io la tenevo stretta.
 Stai parlando di una donna che  morta! -
urlai.
Gli occhi di Jacky incontrarono i miei.
 Davvero? disse. Per tutto questo tempo,
mentre parlavi, io ho avuto l'impressione che
tu stessi parlando di una donna che , per te almeno,
ancora viva.
Le lasciai cadere le mani. E trattenni il fiato.
Mi avviai verso la porta e la spalancai con violenza.
Poi mi girai a guardarla.
 S, dissi, ho l'impressione che lei... sia...
ancora viva.


Capitolo Quarto.

Chiusi la porta di quella casetta uguale a tutte le
altre lungo la via, e percorsi a lunghi passi il sentierino
che tagliava il giardino sul davanti.
Jacky mi aveva seguito fin sull'atrio.
 Dave... aspetta, disse. Ascolta. Aspetta
un momento. Cerca di vedere le cose come stanno,
pensa...
 Non puoi cambiare niente continuando a parlare,
 dissi. Non  possibile, perci non provarci
nemmeno, Jacky, a persuadermi.
 Sta' a sentire. Devo proprio partire domattina
presto, disse Jacky, sconcertata, con quella
sua voce morbida. Non posso rimandare, ma...
Allora chiusi il cancello. Ora mi chiedo: sarebbero
andate diversamente le cose se Jacky fosse rimasta
a Londra?
Cominciai a camminare. Passai anche davanti alla
casa di Madeleine, oltre il cancello con la targhetta
di ottone. Come se avessi il diavolo alle calcagna
camminavo, camminavo, arrivai a Richmond, raggiunsi
il fiume, ripassai sul ponte, salii sulla collina,
girai ancora l dove dalla strada principale si dipartiva
la viuzza che dava nel vicolo senza uscita
dove sorgeva la villetta dei Blenkinsop.
Fintanto che ero stato occupato a cercare di mettere
insieme i vari pezzi del puzzle se cos si
poteva chiamare ero stato come... staccato: uno
spettatore, pi che un attore della vicenda.
Adesso i vari pezzi dell'enigma mi ruotavano intorno
alla testa, non riuscivo pi a pensare, a far
progetti, a ragionare. Mi ritrovavo al punto di partenza.
Non avevo niente di sicuro, solo il sentimento,
quel sentimento pazzesco che mi legava a Madeleine.
Camminai per le strade, senza una mta, per
quasi tutta la notte; e il giorno successivo, dopo
l'ufficio, e dopo aver mangiato, quando non fui pi
capace di starmene rinchiuso nella mia stanzetta,
uscii di nuovo.
Mi diressi verso la collina di Richmond. C'era
molta folla. Ragazze con leggeri abiti estivi, che passeggiavano
tenendosi per mano con i loro innamorati,
qualcuno dondolava le braccia a ritmo, secondo
il passo; altre coppie nonostante il caldo procedevano
strettamente abbracciate.
Ad un certo momento mi colp l'occhio il frammento
di una gonna grigia, davanti a me, subito
dopo la persi di vista girato l'angolo. Il cuore mi
fece una capriola. Madeleine Fawcett. Affrettai il
passo, raggiunsi la donna.
Vidi una faccia spaccata in due da una bocca
larga, al di sopra di un corpo magro, goffo. E la
stoffa grigia dell'abito era macchiata da spruzzi colorati
di fiori enormi, e la stoffa stessa era lucida,
rigida, opaca, brutta.
Tornai indietro. E continuai a camminare, a camminare,
senza meta finch chiesi a me stesso: Ma
che ti sta succedendo? Chi vai cercando... Joanna
Lang o Madeleine Fawcett?.
Joanna. Joanna. Ripetei il nome per sentirlo reale.
Solo che Joanna era scomparsa, nel nulla. E dove
potevo andare a cercarla, ora? Dappertutto, a
quanto sembrava, e in nessun posto. Da qualsiasi
parte mi girassi mi trovavo davanti ad un muro invalicabile,
che mi sbarrava ogni via di ricerca. Poi
mi venne in mente la signora Blenkinsop. Magari
lei aveva saputo qualcosa.
Entrai in una cabina telefonica e feci il numero
che mi aveva dato. Mi rispose una voce maschile.
 Qui parla Dick Blenkinsop. Era una voce
giovane, vivace, ma decisa.
 C' la signora Blenkinsop? chiesi.
 Mi dispiace,  fuori. Comunque non dovrebbe
tardare molto a tornare. Tra una mezz'oretta, diciamo.
Io non parlai.
 Richiama lei? O se posso aiutarla io...
Ancora non risposi.
 Senta, per caso lei non  quel tale che  venuto
a casa nostra una settimana fa circa, l'amico
di Joanna Lang?
Non sarebbe servito a nulla negarlo.
 S. Dissi.
 Sa, mi aveva detto che lei si sarebbe fatto
vivo. Ne era cos sicura. Perch  successa una cosa
strana.
 Avete... saputo qualcosa?
 Ieri, disse Dick Blenkinsop. Joanna 
tornata qui. Non ha telefonato prima, non ha avvertito,
non ha cercato di mettersi in contatto con
noi...  venuta qui. Aveva la chiave, naturalmente.
Si  presa tutti i suoi abiti. Delle altre cose non ha
toccato niente. E non ha lasciato nemmeno un biglietto...
Rimasi in silenzio.
 A dirla francamente, siamo un po' preoccupati,
 prosegu Blenkinsop.  un genere di
comportamento assolutamente stonato con il carattere
di Jo, capisce? Sa, pensa... e io sono piuttosto
d'accordo... che dovremmo fare qualcosa. Non so,
magari metterci in contatto con i suoi familiari.
Solo che non conosciamo il suo indirizzo. Immagino
che lei lo abbia, visto che viene da Ceylon. Sa,
mi ha detto...
Rimisi al suo posto la cornetta. Da ora in poi
era meglio che stessi alla larga dai Blenkinsop.
Solo che... proprio quando avevo quasi smesso
di credere alla sua esistenza, Joanna Lang era tornata.
Il giorno dopo telefonai al Limelight. Nessun recapito
nuovo per Miss Lang. Il giorno sucessivo telefonai
di nuovo. La ragazza dalla voce abbastanza
cordiale, dopo una breve pausa durante la quale si
era probabilmente chiesta che razza di tipo strano
ero io, disse piuttosto esitante:
 Se  proprio urgente... perch non prova a
telefonare al suo agente?
 Il suo agente?
 Tom Lorne. Magari lui  pi al corrente di
quanto lo siamo noi.
 Grazie molto. Lei  davvero gentile, signorina.
Ma Tom Lorne, o meglio la sua segretaria, non
sapeva niente di pi di Limelight.
Durante l'intervallo del pranzo andai in una grande
edicola di giornali.
 Esiste una rivista, un periodico commerciale,
dedicato esclusivamente ai lavoratori dello spettacolo?
 S. Lo Stage.
 Ne ha una copia?
 No, mi spiace. Ma potrei ordinarla.
 Avrei piuttosto fretta di consultarla. Mi pu
dire dove...?
 Potrebbe provare nel grande chiosco alla stazione
di Piccadilly Circus.
Al termine dell'orario pomeridiano in banca, andai
a Piccadilly Circus e trovai infatti lo Stage. Lessi
la rivista da cima a fondo, seduto in un bar. Non
ne ebbi nessuna indicazione, nessun aiuto.
Che avrei potuto trovare, d'altra parte? Mi ero
illuso di scoprire qualche indizio magari nelle colonne
degli Annunci Personali. Ma che avrebbe potuto
scriverci Joanna Lang? Sono qui? Quando
invece pareva che il suo unico scopo fosse quello
di sparire, senza lasciare una sola traccia?
Eppure era tornata dai Blenkinsop. Ma io mi
trovavo davanti ad un altro punto morto.
Non mi venne in mente altro di pi brillante che
riprovare al Minton. Magari cercare di fare due
chiacchiere con quel tale che mi aveva aiutato la
prima volta.
C'era, quel tale, con la maglietta marrone sfilacciata
e i calzoni stinti.
 Ancora lei? disse, per niente sorpreso, nel
vedermi.
 Siccome  stato cos gentile da aiutarmi l'altro
giorno, ho pensato che forse...
 L'avrei rifatto stasera? Non ho niente da dirle.
 No, pensavo... Se potessi farle alcune domande...
 Be', perch no?
Andammo nello stesso bar. Io ordinai le birre.
 Non ha saputo... ancora niente? chiesi.
 No. E lei?
 No, dissi, senza esitare. Non c'era proprio
bisogno di menzionare i Blenkinsop, anzi, non me
lo sognavo nemmeno.
 Allora, che cosa vuole sapere adesso?
 Lei, ricorda?, mi ha detto che presto o tardi,
Joanna... Miss Lang... sarebbe tornata per forza a
lavorare in un teatro. Non potrei scrivere magari
ai teatri di repertorio? Pensa che mi risponderebbero
se lo facessi?
 Be', potrebbe anche tentare... Pu darsi che
rispondano o no. Magari accluda alla sua richiesta
una busta affrancata, con il suo indirizzo. Le dar
io i nomi dei teatri...
 Lei  davvero gentile.
 Le serve altro?
 Be'... mi chiedevo dove pu essere alloggiata.
C' un ostello per la gente di teatro... non so, qualcosa
del genere?
 S, ce ne sono. Un paio, credo. Ma non perderei
tempo con quelli, io.
 E dei club per la gente di teatro, allora?
 Be', d'accordo, l  pi possibile. Il Prompt
Corner per esempio. O il Wings. Ma se fossi in
lei lascerei perdere.
 Perch?
Scol il suo bicchiere, poi mi guard.
 E va bene, glielo dir! A me pare che lei conosca
molto poco la nostra Jo, malgrado... i vecchi
buoni tempi, no? Secondo me  molto improbabile
che la trovi seduta in qualche club frequentato da
gente di teatro o alloggiata negli ostelli. Molto pi
facile che se ne sia andata via in qualche posto, in
campagna... Io penso che se Jo ha davvero deciso
di andarsene per i fatti suoi,  tipo da prendere
stivali, sella, cavallo, e via...
 Che tipo era? mi sentii chiedere. Poi mi
affrettai ad aggiungere: Secondo lei, voglio dire...
Che impressione le faceva?
 Jo? Si mise soprapensiero, ma non tanto
per valutare Jo, mi parve, quanto per assaporare,
nel ricordarla, una sorta di piacere, di gioia. Era
come una lunga sorsata di acqua fresca in un giorno
caldo. Un pozzo, forse. La verit sta in fondo
al pozzo, si dice, no? Era... pace, divertimento,
onest, gentilezza, umorismo... tutte queste cose insieme.
E questa... questa dovrebbe essere la Dolcezza
di Howard Fawcett? No, non andava d'accordo.
Niente andava d'accordo.
 Questo le dice abbastanza sul suo conto?
 chiese.
Io non risposi. Egli non fece caso al mio silenzio,
comunque non aspett la mia risposta.
 Ora le racconter una cosa sul conto di Jo
che le render pi chiaro il concetto, disse lui
all'improvviso.
Il suo bicchiere era vuoto. Feci segno alla cameriera
e glielo feci riempire nuovamente. Eravamo
seduti al banco. Egli rimase a guardare il bicchiere
in posa meditativa per un momento, prima
di continuare:
 La scorsa stagione Jo era appena arrivata
da Ceylon, fresca fresca, e and a chiedere un lavoro
al Northfolk Theatre. Non aveva nessuna
esperienza, nessun allenamento di palcoscenico, non
aveva frequentato nessun corso di arte drammatica.
Con molta franchezza lei disse queste cose
ai responsabili del teatro; disse anche che siccome
ci aveva pensato un po' tardi a dedicarsi a
quella carriera, avrebbe preferito, se era possibile,
imparare il mestiere direttamente dalla pratica,
senza nessuna teoria. Naturalmente si sarebbe considerata
una studentessa, un'apprendista... Be', insomma
la presero... La stagione era gi cominciata
da circa sei settimane, e cos Jo fece fatica a trovare
una stanza libera, anche perch Northfolk
d'estate  piena di villeggianti. Jo fece passare tutte
le pensioni, le camere d'affitto, gli alberghi. Niente
da fare. Quando non sapeva pi a chi rivolgersi,
and persino a chiedere all'ufficio postale. Spiacenti,
le dissero. La citt era piena come un uovo,
l'avrebbero aiutata ben volentieri... Poi, una donna
che stava facendo la fila di fianco a Jo, sent
per caso la sua richiesta e le disse: Senta, signorina,
di regola noi non affittiamo, ma siccome abbiamo
una stanza in pi... Naturalmente, devo prima
spiegarle una cosa di nostra figlia... La bambina,
a quanto pareva, soffriva di una strana malattia
della pelle, una sorta di eczema, aveva tutte
le mani fasciate, roba del genere. Era piccola... sei,
sette anni al massimo... e per di pi soffriva anche
di asma. Jo accett. Bene, questa donna o, meglio,
suo marito aveva un garage sullo stradone provinciale
appena fuori la citt, a un paio di miglia almeno
dal teatro, che Jo avrebbe dovuto farsi quattro
volte al giorno magari anche a piedi, perch
gli autobus spesso erano pieni zeppi. La bambina
si innamor fin da principio di Jo. Le girava sempre
intorno, la mattina si metteva a sedere sul suo
letto e la tormentava perch le raccontasse una storia...
A Jo, quella bambina piaceva. Diciamo le cose
come vanno dette; Jo volle bene a quella bambina,
le si affezion. E dopo un po' di tempo, non so
quanto, ma credo fu abbastanza presto, l'eczema
cominci a sparire dalla pelle della piccola. Alla
fine del mese di agosto la citt si vuot. Jo adesso
avrebbe potuto scegliere tra dieci e pi stanze, e
ognuna di esse vicina al teatro. Ma dopo che quella
donna le aveva fatto un favore... e a causa del legame
che ormai esisteva tra lei e la bambina, Jo
rimase in quella casa.
Bevve un sorso e prosegu:
 Qualsiasi altro al posto di Jo avrebbe colto
la palla al balzo, e si sarebbe trovato un posto pi
comodo, pi riposante. Ma Jo... no. Rimase l, fuori
citt, sopra il garage. E continu a tenere allegra
la bambina, a circondarla di cure, di affetto.
Un poco alla volta anche l'asma si fece meno grave.
Jo era fatta cos, capisce?
Sollev il bicchiere, e dopo aver aspirato a fondo,
bevve tutto in una volta sola.
 Jo aveva la stoffa... era una promessa, una
vera promessa, disse, rimettendo il bicchiere sul
banco.
 Come attrice, vuole dire?
 S. E che altro? Aveva... be', non so se questo
le renda l'idea, ma... Chiunque, praticamente,
pu recitare a teatro nel ruolo della donna delle
pulizie, e roba del genere. Facile come niente. Ma
non tutti possono recitare nella parte della vera
signora. Non tanto almeno che sembri di avere sul
serio una signora davanti agli occhi. Il modo
di parlare giusto, di muoversi. Be', Jo lo sapeva
fare. Non  solo questione di origini, come magari
si potrebbe pensare, o avere il fisico giusto o la
voce adatta; ma semplicemente di qualcosa che non
si pu contraffare. Qualcosa che viene, suppongo,
dal cuore...
Al momento non compresi appieno il significato
di tutto quello che mi aveva detto.
 Lei  veramente gentile a dirmi tutte queste
cose, gli dissi. A darmi cos tanto del suo
tempo. La ringrazio davvero.
 Non mi ringrazi, disse lui allegramente.
 Ma, se proprio vuole ripagarmi, ascolti: io sono
curioso. Che cosa sta cercando, Jei? Perch si affanna
tanto a ritrovare Jo?  simpatico pensare
a qualche zio d'America che si fa vivo, o a eredit
insospettate che aspettano di rimpinguare le tasche
della nostra Jo. Ma pu andar bene per un poco,
per divertircisi a immaginarlo... ma poi si capisce
che non  questo il vero motivo della sua ricerca.
Soprattutto non  in carattere con Jo. Come, del
resto, anche la scomparsa di Jo non  in carattere
con... con lei, con il suo temperamento, capisce?
Non secondo me, almeno.
Ingollai la mia pinta di birra, che sinora non
avevo ancora nemmeno assaggiato. Se qualcosa simile
allo choc, alla sorpresa, si rifletteva nei miei
lineamenti, il giovanotto che mi sedeva vicino non
doveva assolutamente accorgersene.
 Perch no? chiesi.
 Jo non era tipo da fare la misteriosa. Se aveva
intenzione, per esempio, di dire di no a chiunque
fosse, non si sarebbe preoccupata tanto. Avrebbe
detto il suo no, e avrebbe continuato per la sua
strada, come prima. Ma andar via cos, senza lasciare
un recapito qualsiasi... Si gir di scatto
dalla mia parte e improvvisamente mi guard negli
occhi. Se fossi nei suoi panni, se davvero volessi
sapere la verit, prima di tutto mi chiederei
se la ragione per cui lei desidera trovarla non abbia
qualcosa a che vedere... con la ragione stessa
per cui Jo non vuole invece che nessuno la trovi.
Era stato un discorso un po' intricato, ma l'avevo
capito benissimo.
Scrissi ai teatri di repertorio, a tutti. Una lettera
che press'a poco diceva sempre la stessa cosa:
ero tornato di recente da Ceylon, e avevo promesso
ai parenti di Joanna Lang di mettermi in contatto
con lei. E siccome Miss Lang aveva cambiato
casa senza lasciar traccia del successivo indirizzo,
osavo chiedere il loro aiuto: forse Miss Lang si era
rivolta a loro di recente per trovare lavoro? E se
l'aveva fatto, da dove, per favore?
Alcuni risposero. Altri no. Nessuno fu in grado
di fornirmi la minima indicazione.
Non provai nemmeno con i club teatrali. Intanto,
giorno dopo giorno, dopo l'orario di ufficio, vagavo
per le strade assolate, cercando di trovare il
bandolo della matassa. Quel giovanotto del Minton
mi aveva dato materia da pensarci su. Non
facevo altro che girarmi e rigirarmi un mucchio
di ipotesi nel cervello, man mano che camminavo,
ora dopo ora.
A Joanna Lang piaceva recitare... recitava sul
palcoscenico e fuori del palcoscenico. Ricordai una
frase: sapeva attirare un uccellino gi dal ramo.
Era chiaro che Joanna Lang sapeva attirare chiunque
volesse. La Dolcezza del dottor Fawcett ne era
la prova.
Eppure... quella sua disponibilit a rimanere nella
stanza scomoda malgrado la possibilit di trasferirsi
altrove... e tutto per amore di una donna
che quasi non conosceva e di una bambina ammalata.
Il terzo giorno delle mie peregrinazioni, prima
di rendermi conto di dove ero andato a finire, mi
accorsi di essere entrato nei Kew Gardens, in quella
parte del parco dove avevamo passeggiato insieme,
Madeleine Fawcett ed io, l dove gli alti alberi
si facevano fitti e scuri. Ma non rimasi vicino al
sentiero che correva parallelo alla strada principale;
per qualche ragione affrettai il passo, e passai
di serra in serra... dove un calore umido aleggiava
nell'aria. E in ogni fiore esotico vedevo Madeleine...
Medeleine.
Ma che cosa stavo facendo? Inseguivo il fantasma
di Madeleine?
Poi scorsi la cuoca dei Fawcett, seduta, sola, su
una panchina di ferro, che lavorava all'uncinetto.
Il corpo robusto era ingabbiato in un abito bianco
e nero a fiori, e sui capelli inalberava un cappellino
di paglia lucida, completo di spillone.
Sterzai di scatto, pronto a voltarle le spalle,
quando lei alz gli occhi e mi vide.
 Be', giovanotto, mi disse. Sta cercando
di svignarsela, vero?
 Oh no! protestai, avvicinandomi alla panchina.
 Ah, bene... venga qui a sedersi un momento.
Mi sedetti. L'uncinetto andava avanti e indietro,
avanti e indietro, forando il lavoro.
 Si sta bene qui, disse dopo un poco.
 S, dissi.
 Caldo, per.
 S, dissi ancora.
 Vengo spesso a sedermi qui la sera, o quando
ho un giorno di libert.
Dove  andato a ficcarsi, lei?
 Dove sono andato...?
Alz gli occhi, lasciando in riposo l'uncinetto.
 Andiamo, disse, non faccia l'innocentino
con me. Poi aggiunse: La cara Ren 
molto nervosetta.
Non risposi.
 Ren  una sciocchina, disse, dopo una
breve pausa, riprendendo a lavorare. Pi di una
sciocchina, direi, ma  giovane,  lontana da casa,
non ha nessuno qui che conosce... E lei, giovanotto,
prima non la molla un momento, poi non si fa pi
vivo. Adesso sono quasi due settimane che Ren
non ha pi sue notizie. Che faccenda  questa?
Ancora non le risposi. Non sarebbe stato bello
dirle che in quegli ultimi giorni non avevo dedicato
nemmeno un pensiero a Ren.
 Be', disse lei, ah... che caldo! Sono in
un bagno di sudore... Comunque, la venga a trovare
o almeno le faccia una telefonata, capito? Se
desidera piantarla l, glielo dica che  finito tutto.
Mi capisce?
 S, lei ha ragione...
 Ho ragione, sicuro che ho ragione, giovanotto.
Non ha bisogno di dirlo a me... Facile far girare
la testa alla nostra Ren, ma non c' bisogno
di approfittarsene, per. L'uncinetto si mosse
pi in fretta, poi rallent il ritmo. La padrona,
poveretta, le ha riempito la testa di sciocchezze.
L'ha montata, le ha fatto credere di essere chiss
chi. Non va bene, fare cos...
 Ho creduto di capire da Ren che aveva una
padrona meravigliosa, dissi in tono gelido. -
Che lei e la sua padrona erano amiche.
La piccola bocca ripiegata in dentro, si strinse
ancor pi, sopra il mento aguzzo e sporgente. Forse
era stata gelosa?, pensai. Per un momento parve
tutta intenta ad eseguire un punto complicato,
e chin la testa sul lavoro.
 Meravigliosa? Amiche? Ah, immagino di s.
Se  questo che piace... Io, in quanto a me, preferisco
tenere separata l'amicizia dal lavoro.
Improvvisamente avvolse il lavoro a maglia, lo
ripar sotto un telo pulito, mise il tutto dentro
una borsa e si tenne la borsa in grembo. Poi parve
puntare i piedi divaricati contro il terreno come
se stesse per alzarsi dalla panchina, ma rimase in
attesa.
 Bene, giovanotto, disse. Viene adesso
con me da Ren? Niente di meglio che far subito
ci che va fatto.
 No, adesso no, dissi. Ho... delle cose
da fare. Non vorrei...
 Presuntuosetto, vero? disse. Non le piace
venir a bussare alla porta di servizio? Andiamo,
ma se  poco pi di un ragazzino! Be'... Si alz
in piedi ora, e mi guard dall'alto. Lo dir a Ren
che si far vedere presto. E mi raccomando, non
lo dimentichi!
Avevo davvero intenzione di telefonare a Ren.
A parte qualsiasi altra considerazione, come avrei
potuto altrimenti avere qualche notizia su Joanna
Lang? Ma non lo feci quella sera, e nemmeno la
successiva.
La terza sera, verso le sette, mi ritrovai a vagare
per i viali del parco.
Ero appena entrato dal cancello, quello di fronte
all'inferriata della casa dei Fawcett, e stavo per
dirigermi l dove crescevano gli alberi della giungla,
quando mi fermai di colpo, con la sensazione
precisa che qualcuno mi stesse osservando. Mi girai
di scatto.
Ren era entrata nel parco da quel cancello. Indossava
un vestito rosa, rosa gelato, di una certa
stoffa rigida. Aveva un cappellino a petali di rosa.
Mi aveva visto, lo sapevo, ne ero tanto sicuro
che sarei stato pronto a giurarlo; ma fnse di non
essersi accorta di me. Rimasi fermo dov'ero.
Prima Ren fece qualche passo; poi si ferm;
poi diede a vedere di essersi ricordata di qualcosa;
si gir e riattravers il vialetto, usc dal cancello,
pass sull'altro marciapiede della strada e rientr
in casa.
Io rimasi ad aspettare.
Pochi momenti dopo Ren fu di ritorno. Attravers
il cancello con aria indaffarata ma innocente,
a testa alta, come chi, dopo aver ricordato qualcosa
che ovviamente aveva dimenticato, ha messo
a posto la cosa, qualunque fosse.
Feci io qualche passo in avanti, ora.
Questa volta lei si ferm e decise di accorgersi
di me.
 Ma pensa! disse. Pensa un po'. Incontrarsi
cos per caso...
 Stavo per telefonarti, dissi.
 Davvero? lei esclam. Ma pensa!
 Il mondo  davvero piccolo, osservai.
 Prego? Che significa?
 Che coincidenza! le tradussi in un linguaggio
pi piano.
 Davvero, disse lei. Proprio una coincidenza.
Incontrarmi con te quando ero venuta giusto
a respirare una boccata d'aria al parco.
Non trascinai oltre l'argomento.
 Posso venire con te? le chiesi. Respiriamo
insieme una boccata d'aria, no?
 Oh, s! Ren rise, come avessi raccontato
una barzelletta. Vieni, con piacere.
Passeggiammo insieme, come avevamo fatto quella
prima volta, dirigendoci verso il lago.
Aveva fatto proprio caldo, Ren disse, non  vero?...
Cos caldo... Non si aveva voglia di far niente
in un clima simile.
Fui d'accordo con lei.
 Da una parte vien voglia di uscire, disse
Ren, d'altra parte fa cos caldo che si finisce
per rimanere in casa.
Non ribattei nemmeno questo, anche se non credevo
che fosse la prima volta che lei usciva la sera,
per incontrarsi per caso con me. Tutto il
procedimento sembrava troppo oliato... come se l'avesse
fatto e rifatto parecchie volte.
Eravamo arrivati al lago. Ren fece dei gridolini
di ammirazione alle evoluzioni delle anitre selvatiche,
poi disse:
 Che ore sono?
 Che ore...? ripetei. Le sette passate da
poco, penso.
 Allora devo andare, disse. Devo tornare
per l'ora di cena.
Non mi misi a discutere che mi pareva veramente
troppo breve il tempo che lei aveva pensato di
dedicare alla sua boccata d'aria fresca.
 Perch non vieni a cenare con me in qualche
posto? le proposi. Su, Ren, andiamo...
Scosse la testa.
 No, non posso, adesso, disse. Le ho
detto, alla cuoca, che sarei tornata in orario per
la cena. Si inquieta tanto se tutto non fila come
lei ha fissato.
Anche questa sua affermazione non mi suon
convincente. Ren doveva essersi confidata con la
cuoca circa i suoi rapporti con me... o, meglio, circa
l'assenza di questi rapporti... altrimenti la cuoca
non si sarebbe data la pena di farmi la predica,
l'altro giorno.
Ma lasciai perdere anche questo.
 Andiamo insieme a bere un caff, allora? -
le chiesi. Dopo cena.
 S, allora, forse...
 Ti devo aspettare fuori del cancello?
 No, disse lei. Fissiamoci un appuntamento.
Ti raggiunger io, a Richmond.
Stabilii io l'ora e il posto: quel locale pieno di
piante esotiche e di bamb dove l'avevo gi portata
una volta a prendere il caff.
 Se ti va bene, naturalmente... dissi.
 Molto bene.
Tornai con lei sino all'uscita del parco. Ma poco
prima di raggiungere il cancello, lei si ferm.
 No, disse. No. Non venire oltre.
Non capivo che cosa voleva dire tutto quanto,
ma non me n'importava molto. Ren si allontan
da me, col suo vestitino color gelato di fragola. E
in quel momento, anche se la cosa non mi interessava,
pensai che si era messa troppo in ghingheri
per una semplice passeggiatina di dieci minuti.
Andai a Richmond, girai un poco per le strade
tanto per ammazzare il tempo sino all'ora del nostro
appuntamento; poi andai a sedermi nel bar in
penombra, e mi accinsi ad aspettarla.
 Eccomi qua, disse, quando giunse un poco
ansimante. Si sedette subito al mio fianco. -
Sono in ritardo? prosegu. Ti ho fatto aspettare
molto?
 No, dissi. Che cosa prendi? Caff nero?
Caffelatte? Caff freddo?
Ren disse che se la sentiva appena di prendere
un caff molto scuro.
Arriv il caff. Lo bevemmo. Le offrii una sigaretta
e gliela accesi.
 Dove sei stato, tutto questo tempo? disse
all'improvviso. Sei uscito con lei?
Non le risposi subito.
 Voglio dire... hai visto la tua Jacky?
 No.  via, dissi.
 Ah, mi dispiace... Senti la sua mancanza, immagino...
 Forse, dissi seccamente.
  cos... carina. Ha molto fascino.
 S, dissi, chiudendole la bocca.
 Non abbiamo avuto nessuna notizia di Joanna,
 disse Ren. Sai?... di Miss Lang.
Non la guardai. Non c'era bisogno che la guardassi
per indovinare l'espressione esperta di quegli
occhi.
 Nessuna? ripetei. Non avete saputo proprio
niente?
 Niente, disse.
Rimanemmo seduti ancora un poco.
 Prendi un altro caff? chiesi.
 S, forse. Un altro. Ristretto.
Ci servirono anche il secondo caff, e lo bevemmo.
 Mamma mia, se fa caldo qua dentro! disse
Ren, sventolandosi il viso con mano molle. -
Usciamo di qui, ti prego. Andiamo a fare due passi.
Uscimmo sulla strada, ci incamminammo in salita,
verso la sommit della collina, fino allo spiazzo
belvedere, dove ci mettemmo a sedere.
Sotto di noi, simile ad una falda di ovatta nell'aria
dorata della sera, si stendeva l'isola della City,
remota, cupa di fuliggine.
 Non mi piace qui, osserv dopo un poco.
 Muoviamoci... Andiamo a passeggiare lungo il
fiume.
Scendemmo dallo spiazzo belvedere, attraversammo
il Ponte di Richmond e cominciammo a
percorrere il vialetto che correva lungo il fiume.
Non un alito di vento, laggi, non un soffio di brezza
che si levasse dall'acqua. Ci muovevamo attraverso
nugoli di moscerini.
 ...cos bella, cos bella, quella camera! disse
Ren.
Non avevo sentito l'inizio della frase.
 Per questo la tengo cos com', sospir lei.
Mi resi conto, allora, di che cosa stava parlando.
 ...La sua camera? mi obbligai a chiedere.
Una strana emozione, con una certa riluttanza
da parte mia, stava sorgendo tra noi due. Ren si
gir improvvisamente a guardarmi, posandomi una
mano sul braccio.
 Anche tu l'amavi... disse, e poi aggiunse:
 Mi piacerebbe fartela vedere... Lei, quella cuoca,
non  contenta che io la tenga cos com'era. E
se potesse farebbe a modo suo. Ma sono io che mi
occupo di quella camera... e la voglio tenere come
era prima. Come quando ci viveva lei. Non ho cambiato
niente. E voglio... vorrei che tu la vedessi.
Mi teneva ancora la mano sul braccio. Met di
me stesso voleva cacciar via quella mano, come fosse
una zanzara, un moscerino. L'altra met, raggelata,
la lasciava dov'era. Le dita di Ren si strinsero
maggiormente intorno al mio braccio.
 S, voglio che tu la veda.
Evidentemente emisi qualche piccola esclamazione
di dissenso, senza nemmeno accorgermene,
perch Ren disse:
 Perch no? Che ragione c' per cui tu non
debba vederla? Perch no, ti ripeto?.  cos bella
e... nessuno lo verr a sapere.
Rimasi ancora a bocca chiusa, grato che la penombra
della sera inghiottisse ormai l'espressione
turbata del mio volto.
 Non  possibile. Non posso... non possiamo...
 mi sentii dire, mentre Ren, staccandosi appena
da me, esplose in una morbida risatina.
 Ci sono delle porte finestre sul dietro della
casa. Dopo mezzanotte, quando stanno dormendo
tutti... io potrei scendere da basso, lasciare il cancello
accostato.
Qualcosa dentro di me disse: No. Sei matto?
Stai sul serio impazzendo? Non immischiarti in
questa storia. Eppure, dopo un po' di tempo, e
ad alta voce, mi sentii chiedere:
 Quando?
 Perch no questa notte stessa? disse Ren,
con un sorriso. Voi inglesi avete un modo
di dire, se non mi sbaglio: Niente  meglio del
presente. Allora... questa notte?
Ancora incapace di convincermi che questo fatto
straordinario stava realmente accadendo, riaccompagnai
Ren al suo autobus. Era buio, adesso.
Salii anch'io con lei al piano superiore del bus.
Davanti al cancello ci fermammo.
  facile, disse Ren, bisbigliando. Era
proprio da lei, bisbigliare quando non c'era nessuno
l vicino che ci potesse udire. Fai il vialetto.
Di fianco alla casa crescono degli alti arbusti di alloro.
Tu ci passi in mezzo. Ma fai piano, mi raccomando.
Attraversa il prato e ci sar io ad aspettarti.
Le porte finestre saranno aperte.
Si allontan in fretta da me. Il suo vestitino rosa,
grigio nell'oscurit, i passi leggeri sulla ghiaia
del vialetto.
Andai in giro, allora, senza sapere dove, perch,
senza una meta, in quella notte afosa, immota, come
invaso da una straordinaria energia. Passai pi
di una volta davanti a quel cancello, il cancello che
si apriva nell'inferriata. Non era ancora l'ora zero,
ma io stavo tremando. D'accordo, era una cosa da
pazzi, ma io volevo farla. Come se qualcuno mi avesse
chiesto perch la facevo, io risposi a me stesso:
C' una possibilit. Una possibilit che io la
trovi l, nella sua camera....
Il campanile di una chiesa stava battendo la
mezzanotte quando tornai una volta ancora verso
la casa, avvicinandomi sempre di pi. Spinsi il cancello
ed entrai. Sperai che fosse abbastanza distante
dalla casa perch nessuno potesse sentirmi. Su
un lato della costruzione, come aveva detto Ren,
c'era un folto di arbusti di alloro. Passai tra un
arbusto e l'altro, facendomi largo tra i rami e le
foglie. Poi mi trovai all'aperto, sul pratino dietro
la casa. Di fronte a me sorgeva la villa, buia, massiccia.
Mi avvicinai. Quando tesi la mano, la portafinestra
si spalanc. Mi lasciai inghiottire dall'ombra.
Udii un suono morbido, come il sospiro del vento
sull'erba, quando Ren sfior la porta.
 Sei tu? Io sono qui, disse.
Tese una mano dietro la schiena, verso la mia.
Mi parve che luccicasse, nell'oscurit.
 Vieni, disse.
La seguii da vicino, senza dire una parola. Attraversammo
l'atrio e salimmo le scale.
Era la mia immaginazione, mi dissi, ma avevo
l'impressione che quel silenzio fosse carico di una
tensione nascosta, come il silenzio dei tamburi,
quando ancora non suonano, e gi si indovina il
loro profondo sonoro vibrare.
Percorremmo un lungo corridoio, sul quale si
affacciavano molte porte chiuse, e davanti ad ognuna
ci fermavamo senza emettere alcun suono, cercando
di non fare il bench minimo rumore. Poi
Ren spalanc l'ultima porta e la richiuse silenziosamente
alle nostre spalle.
 Aspetta! disse. Di nuovo quel suono frusciante,
e un attimo dopo si accese la lampada del
comodino.
Con movimento rapidissimo Ren il cui volto
luceva nella semioscurit distese una sciarpa
sul paralume. Adesso il viso di Ren e tutta la stanza
erano nell'ombra.
Ma dopo un poco riuscii a vedere.
 Non  bella? disse Ren. Non  dolce,
questa camera?  cos bella.
Ma, non so come, non so perch, ebbi l'impressione
che Ren non stesse parlando di lei. Di Madeleine
Fawcett.
Mi guardai in giro. C'erano lunghi tendaggi di
seta alle finestre; e per quanto mi era dato distinguere
in quella debole luce, erano d'un pallido azzurro.
Tra i tendaggi e i vetri delle finestre erano
tese delle tendine corte, trasparenti, arricciate sul
fondo. Il tappeto era azzurro. Anche il letto aveva
una sopracoperta azzurra di una stoffa lucida come
le tende, e sulla sopracoperta era stesa una
stoffa velata, grigiastra, che ricadeva a sbuffi ai lati
del letto. A capo del letto il cuscino, pure azzurro,
era coperto di pizzo. Anche il paralume, lo vidi bene
sotto la sciarpa, era di pizzo.
Ren si scost dal letto sino alla parete opposta,
che era tutta occupata da un grande armadio
a muro.
 Vieni. Sono qui, adesso, sussurr e fece
scivolare la porta dell'armadio, aprendolo completamente.
Fece scorrere la mano lungo il tubo di acciaio che
sosteneva gli appendiabiti e nell'aria vibr uno strano
suono cantilenante. C'erano una enorme quantit
di abiti, l dentro. Abiti e abiti e tanti abiti
ancora.
Io non riuscivo a muovermi. Sentivo un profumo
aleggiare nell'aria. Qui qualcosa non va, pensai.
Era come se i pezzi del mosaico si fossero confusi.
Questa camera , dovrebbe essere, almeno,
quella di Joanna Lang. E invece l'altra quieta stanzetta
dai Blenkinsop, quella camera casta, gentile,
austera, dovrebbe appartenere a Madeleine Fawcett.
 Vieni, andiamo! Sono qui, disse Ren, porgendomi
una mano.
Il sangue mi sal alla testa. Cominciai a sudare.
Il sudore mi imperl la fronte, mi gocciol sulle
mani.
 Perch aspetti? disse Ren. Sono qui...
Poi accadde. Un debole scricchiolio si produsse
nel corridoio. Ren soffoc un'esclamazione e balz
accanto alla porta. Una luce si accese di fuori. Ren
torn di scatto accanto a me.
 Svelto, presto, nasconditi! mormor. Una
piccola mano mi sospinse all'interno dell'armadio.
Mi ritrovai in mezzo a tutti quei vestiti.
 Chi ? Chi  l? sentii chiedere la voce
del dottor Fawcett.
Ren and dietro la porta. Sono io, disse.
La porta si dischiuse di poco, poi venne nuovamente
accostata, e Ren and di fuori, sul corridoio.
Poi la voce del dottore, calma, incisiva, ma
stanca, disse:
 Torni a letto. Ci fu un'altra lunga pausa.
 Gliel'ho gi detto prima... Se la trovo nuovamente
l dentro, una sola volta ancora, far chiudere
a chiave questa porta e lei dovr andarsene da questa
casa.
La voce di Ren rispose qualcosa che non riuscii
a capire. Dei passi si allontanarono lungo il
corridoio, si persero in distanza. La luce di fuori
si spense. Due porte vennero aperte e richiuse.
Io rimasi l, all'interno della camera, molto a
lungo. Quando ritenni di essere abbastanza al sicuro
per poter andar via cominciai a muovermi.
Scesi la scala, attraversai l'atrio, uscii dalla porta
finestra. Camminai in silenzio sull'erbetta del prato,
mi feci largo tra gli arbusti di alloro, ripercorsi
il vialetto di ghiaia.
Poi finalmente dischiusi il cancello e mi ritrovai
per la strada. Poi corsi a casa mia.
Tre giorni dopo mi arriv la lettera. Ren diceva
semplicemente: Devo vederti.
Non avrei voluto rivederla mai pi. Ma avevo
acconsentito a lasciarmi coinvolgere in quella pazza
faccenda, cos pensai che dovevo acconsentire
alla sua richiesta. Se si trovava nei pasticci per l'altra
notte, era giusto che affrontassi anch'io la mia
parte di responsabilit.
 Ho ricevuto il tuo biglietto, le telefonai.
 A che ora dobbiamo vederci, e dove?
 Vicino al cancello del parco. Questa sera. Alle
sette.
 D'accordo. Sar l ad attenderti, dissi.
La vidi arrivare a passo affrettato. Attravers
la strada senza nemmeno controllare il traffico. Indossava
un tailleur nero... di lino, credo, severo.
Non mi guard.
 Dobbiamo parlare, disse.
 Dimmi.
 Dove possiamo andare in modo che nessuno
ci senta? E poi, senza attendere la mia risposta,
decise: Bene... qui.
Cominci a camminare, e io m'incamminai al
suo fianco. Giungemmo in breve davanti ad una
panchina sistemata sotto gli alberi, a poca distanza
dall'entrata del parco, ma in un posto tranquillo,
nascosto. Ren attravers la breve distesa d'erba
e and a sedersi. Io la seguii.
Rimase in silenzio per alcuni momenti, poi cominci
a parlare tutto d'un fiotto, a voce alta dell'uomo
in Francia che l'amava, che voleva sposarla.
Io non dissi niente. Che cosa c'era da dire? Lasciai
che Ren si sfogasse a chiacchierare. Poi all'improvviso
lei esplose:
 Non lo sopporto pi.
Alzai lo sguardo, sbalordito.
 Il dottore. Mi detesta. Mi odia... Lui odia tutto,
me in particolare.
 Ma... no, Ren, dissi. La mia non era una
negazione molto sicura o convincente, ma non era
odio quell'intonazione che io avevo sentito nella
voce stanca del dottore l'altra sera, quando si era
rivolto a Ren.
Non ci capivo proprio niente. N quella strana
scena l nella casa... e nemmeno quello che stava
dicendomi ora Ren.
 Ma tu capisci, no?, perch io devo tenerla
cos, la sua stanza, come era prima? Poi esplose
con passione: Devo tenerla perfetta, in ordine,
perch altrimenti nessun altro ci pensa, capisci? A
nessun altro importa. A nessuno...
Allora capii. O credetti di capire in parte ci
che la mente contorta di Ren aveva concepito, forse
soltanto nel suo subconscio, senza che lei se ne
rendesse pienamente conto. Quella camera era diventata
la sua. Non pi la camera di Madeleine
Fawcett. Mi sforzai di dirle:
 Capisco. S...
 Io non dimentico... Sono leale, io, fedele. Ma
poi questa mattina... Fece il broncio, come una
bambina che sta per mettersi a piangere.  stato
uno choc, perch proprio non me l'aspettavo una
cosa del genere... E non mi sarei mai sognata che
accadesse una cosa simile... Si torse le mani.
 Non ti saresti mai sognata che cosa? le
domandai.
 Sono venuti, con un furgone, continu Ren,
sempre senza guardarmi, ...quegli uomini.
Sono venuti e hanno tolto tutto... Nuda  rimasta la
sua camera. Adesso non c' pi niente, l dentro.
Le pareti nude, spoglie. Prima  entrato un uomo,
con un libro... un libriccino di appunti. E ha valutato...
l'ha valutata, tutta, la sua roba, la sua camera.
Ha valutato le tende, il tappeto e il paralume,
e il letto. S, va bene come dice lei, ha detto
il dottore. L'ho sentito io.
Io rimasi immobile. Era stata una sciocchezza
fare una cosa del genere, se il dottor Fawcett era
colpevole. Anche se era innocente, del resto.
 Io non ci rimango, disse Ren. Non
posso pi rimanere in una casa dove non c' ombra
di sentimento, dove non si ascolta il cuore.
Inarc il corpo come un gattino sotto le carezze.
 Non voglio rimanere qui. Glielo dir, che desidero
andar via, subito. Sono venuta a dirtelo, Dave...
 Si volt a guardarmi. Perch pu anche
darsi che non ci vedremo mai pi.
Mi alzai in piedi. Anche Ren si alz, guardandomi
negli occhi, ma senza in realt vedermi.
 Be'...  stato piacevole conoscerti, Ren, -
dissi. C'era in me un groviglio di sensazioni. Ma
non dolore, comunque.
Quattro giorni pi tardi arriv una cartolina della
Torre Eiffel. Sul retro portava i saluti di Ren.
La sua gratitudine per la nostra simpatica amicizia.
E ricordandomi sempre con tanto affetto,
eccetera eccetera. La lessi da cima a fondo due volte,
poi la strappai.
Da che parte girarmi, ora? Non ne avevo la minima
idea.
Se c'era qualche traccia che mi portasse a Joanna
Lang nei discorsi che Ren mi aveva fatti su di
lei, ed ero ancora convinto che qualcosa ci fosse,
allora era meglio che cercassi di ricordare tutto
quanto la ragazza francese mi aveva detto. Mi girai
e rigirai nella mente, passando ogni parola al
vaglio, tutte le sue chiacchiere, i suoi discorsi spesso
lunghi e sconclusionati...
Quattro giorni passarono senza che nulla avvenisse,
privi quasi di significato, di vita. Il quinto
giorno, qualcosa che una volta aveva detto Jacky
mi si intrufol improvvisamente nel cervello.
Ero arrivato ad un tempo morto nella stesura
di un racconto, non sapevo come andare avanti.
Be', allora, prova qualcos'altro, Dave, lei mi aveva
consigliato. Non senza una buona dose di mugugni
e di discussioni, avevo alla fine provato
qualcos'altro... avevo scritto su un argomento totalmente
diverso. Poi, quando ero tornato al primo
tema, tutto mi era parso perfettamente semplice.
Forse la tecnica che aveva funzionato una volta,
avrebbe funzionato ancora.
Molto bene. Dimentichiamo Joanna Lang. Torniamo
a prendere in considerazione il dottore. Supponiamo
che,egli sia davvero tornato a casa la notte
del delitto... Come venne commesso quel delitto?
Per un dottore doveva essere facile entrare in
possesso di qualsiasi veleno, della droga pi pericolosa.
Solo doveva trattarsi... di un veleno veramente
speciale.
Ah! Un infido veleno orientale che uccide senza
lasciar nessuna traccia? Mi rivolsi la domanda con
acida ironia, ricordando probabilmente la trama
di qualche libro di avventure della mia infanzia.
Ma era tutta una storia inverosimile, naturalmente.
Buona per un giallo molto elementare. Esisteva
sul serio un veleno che uccideva in maniera
tanto conveniente? Se esisteva, un medico doveva
saperlo.
Ma io, come potevo scoprirlo? Per la prima volta
in vita mia, allora, rimpiansi di non aver letto
tutti i romanzi polizieschi del dopoguerra. Se l'avessi
fatto, probabilmente ora l'avrei saputo.
In mancanza di meglio, quella sera andai alla
biblioteca pubblica e vi rimasi sino all'orario
di chiusura. Mi installai nei pressi della sezione
riservata alla narrativa e non feci altro che sfogliare
libri gialli. Me ne portai due a casa e rimasi
sveglio a leggerli sino a tardi, saltando qua
e l nel corso della narrazione, leggendo solo i
particolari delle varie uccisioni. Nessuno mi diede
il minimo aiuto.
Il giorno dopo, in banca, con la mente ancora
aggrovigliata nel tentativo di risolvere il dilemma,
commisi uno sciocco errore nel mio lavoro.
Jenkins se ne accorse subito.
 Ehi... che succede qui? si fece avanti
come un carro armato. Sei un po' distratto
stamattina. Di' un po'... che ti succede?
 Sono un po' preoccupato per il mio lavoro,
 dissi.
 Davvero? Be', non l'avrei proprio detto. Ah...
 si corresse subito, tu vuoi dire quell'altro
lavoro, il tuo capolavoro.
 Non esattamente, dissi, pensando in fretta.
 A dire il vero sto... scrivendo un giallo.
 Finalmente ti sei deciso ad andare su un
terreno che mi piace. Bene, ragazzo mio.
 Tu sei un appassionato di gialli, di romanzi
polizieschi, vero? gli chiesi. Adesso lo ricordavo,
Jenkins era un patito di quel genere di letteratura.
 Puoi dirlo, ammise Jenkins.
 Vedi, dissi con aria pensierosa, sono
un po' impacciato... al punto in cui son giunto
con il mio giallo. Non ho esperienza in questo
campo, e allora...
Jenkins si gonfi visibilmente.
 Se posso aiutarti...
 Be', non saprei... certo te ne sarei molto
grato. Vorrei che tu provassi ad espormi qualche
metodo di delitto che non sembri delitto. Non
so se mi sono spiegato. Dunque nel mio libro
una donna va a letto, almeno per quanto ne sa
la servit, sentendosi bene come al solito. Il mattino
dopo  morta. In effetti il marito, che ufficialmente
 via di casa, ci ritorna nel corso della
notte, entra in camera di sua moglie, la persuade
a prendere... ecco, non so bene che cosa.
Nessuno sospetta niente. Il certificato di morte
viene emesso normalmente, senza alcuna difficolt.
Jenkins annu con fare sagace.
 Una volta ho letto una cosa del genere, -
disse. Sai che cosa era? Digitale. Nascosta nei
dolcetti. Digitale nelle pastine con la glassa bianca...
o rosa.
 D'accordo, ma non vedo come una donna
possa mangiare delle pastine con la glassa bianca
o rosa, nel cuore della notte, dissi scherzosamente.
 No, sicuro... c' la notte che guasta...
 Avevo anche pensato... dissi. In effetti
il pensiero mi era venuto giusto in quel momento.
 Un tempo i giornali hanno riportato diversi
casi di gente che si suicidava mescolando barbiturici
e alcool. Immagino comunque che ci vorr
un bel po' di roba alcoolica e di sonniferi per
provocare la morte. Quanto potr essere la dose
letale... tu lo sai?
 Qui ci vorrebbe un esperto, disse Jenkins.
 Esperto di che? chiesi vagamente assente,
con la mente ancora fissa all'ipotesi dei barbiturici.
 Non ne conosci? Ma allora, caro ragazzo,
metti un annuncio sul giornale... Jenkins si adorava,
letteralmente, quando faceva, o credeva
di fare, il faceto.
 D'accordo, lo far. Grazie per il consiglio,
 dissi, ponendo fine alla conversazione.
Poi, improvvisamente, mentre gli voltavo le
spalle, mi venne l'idea. Giornale... Un annuncio
sul giornale... Joanna magari l'aveva messo un
annuncio sul giornale, nella rubrica degli Annunci
Personali.
Se aveva deciso di non tornare, di non scrivere,
poteva anche darsi che si servisse degli annunci
per comunicare con... con chi?
Era una possibilit molto remota, ma l'unica
che avevo.
Tutti i giorni durante l'intervallo per il pranzo
andavo nella biblioteca pubblica e scorrevo
le colonne degli Annunci Personali del Times e
del Telegraph. Il primo giorno avevo chiesto i
numeri arretrati dei due quotidiani, a partire dal
giorno della morte di Madeleine Fawcett.
C'erano molti annunci di giovanotti che si dichiaravano
disposti a fare qualsiasi cosa e andare
dovunque, come ce n'erano di ragazze piene
di esperienza e di iniziativa. C'erano gli appelli
tipo Maria, ti prego scrivi. Tuo Mark e
altri del genere. Ma nessuno che nemmeno remotamente
si potesse considerare scritto da Joanna
e che servisse al mio scopo. Eppure non mollai,
e giorno dopo giorno, con una insistenza cocciuta
seguitai nel compito che mi ero imposto,
forse perch non riuscivo a vedere nessun'altra
linea di ricerca.
La seconda settimana cominciai anche a passare
in rassegna, la sera, i club della gente di
teatro. La scusa era che lavoravo nel cinematografo
e che siccome ero alla ricerca di Miss Lang,
per caso la signorina non era iscritta a quel club?
Niente da fare al Wings.
Niente da fare al Prompt Corner.
Chiesi alla ragazza del Prompt se non esistevano
altri circoli di quel genere. Mi diede un paio
di nomi. Ma niente da fare nemmeno l.
Alla ragazza dell'ultimo chiesi se non aveva
null'altro da suggerirmi.
 Be'... non so. Magari potrebbe provare al
New Muse Club in Dixon Street. Non  un
club esclusivamente per gente di spettacolo, ma
so che parecchi attori professionisti lo frequentano.
Era pi vasto degli altri, e pi luccicante, con
una hall tutta a specchi con cornici dorate e un
paio di enormi candelabri. Ripetei la mia storia.
Una ragazza dietro il banco della reception,
disse:
 Non la conosco. Mi dispiace.
  un posticino gradevole, qui, dissi con
un sorriso. E comodo. Vorrei associarmi al
club.
 S, certo, signore.
Divenni membro del club in un paio di giorni,
e ogni sera sedevo nel ridotto del New Muse,
con la speranza, l'illusione piuttosto, di potermi
imbattere per caso in Joanna Lang, o almeno
di poter incontrare qualcuno che la conosceva.
In effetti sera dopo sera me ne stavo l
seduto, solo, in compagnia di una birra, senza
rivolgere la parola ad alcuno.
Ma, finalmente, ebbi la mia ricompensa. Una
sera entr nel club un giovanotto con una cartella
sottobraccio, e si incontr con un cliente
per lavoro.
Si sedettero vicino a me. Chiacchierarono di
diverse cose, bevvero ci che avevano ordinato,
poi il giovane apr la sua cartella. All'interno vidi
grandi fotografie di padelle di porcellana, di
vetro e di acciaio inossidabile. Fotografie, fotografie...
Nel mio cervello qualcosa si mise in movimento.
Ricordai quelle foto di Joanna Lang al Minton.
Joanna vestita da monaca, da signora dell'aristocrazia,
da donna ingioiellata di mezza et.
Con gli occhi del ricordo rividi la firma... cos'era?...
del fotografo che aveva eseguito quelle pose,
la firma nell'angolo destro, in fondo di ogni
foto. Qualcosa come Bennett... Bennett o... no,
Benson. Era Benson.
Entrai nella cabina telefonica, feci scorrere
l'indice lungo una interminabile fila cinquemila
forse? di Benson, fino a quando trovai
quello che cercavo:
Benson, Heidi, & Lyndall Studio fotografico.
Mi recai all'indirizzo che avevo ricopiato dall'elenco
telefonico, alla chiusura della banca il
giorno successivo.
La facciata dell'edificio era alquanto in disordine,
ma la targa in corsivo e in caratteri rossi
era messa in mostra sopra una vetrina allestita
molto bene, e all'interno qualcuno aveva saputo
arredare il negozio con ottimo gusto e molta abilit.
Non c'era nessuno nel negozio, ma dall'altra
parte di una tenda grigia vidi delle luci e udii
delle voci. Mi misi a sedere su una sedia rossa
e aspettai.
Poco dopo una fanciulla alta, magra, con i
capelli lisci e neri, esageratamente lunghi, un'espressione
aggressiva e un paio di occhiali cerchiati
di rosso, spinse da parte la tenda ed entr
nel negozio. Indossava una giacca da pittore,
rossa, su una gonna grigia e due orecchini
a boccola.
 L'ho fatta aspettare? Mi spiace. Che posso
fare per lei?
Appariva disinvolta, senza tante storie. Con
lei non tentai nemmeno di inventare qualche scusa
fasulla.
 Mi dispiace disturbarla, dissi. Ma sto
cercando una certa Miss Joanna Lang...
Mi guard dritto negli occhi.
 Davvero? disse. Anch'io.
 Mi scusi. Non capisco.
 No, logico. Perch la cerca?
 Ho chiesto di lei al Minton, ma pare
che sia partita senza lasciare nessun indirizzo.
 Ah... Hanno raccontato dunque anche a lei
la stessa storia.
 Ho visto le sue fotografie all'entrata del
teatro. Le fotografie che lei ha fatto a Miss Lang.
Non che lei per forza debba sapere dov' andata
Miss Lang, ma ho pensato che magari...
La ragazza esplose in una breve risata.
  proprio venuto nel posto sbagliato, sa?
Io non dissi niente. Se rimango in silenzio,
pensai, magari parla lei. E cos infatti accadde.
 Be', disse, suppongo che non stia
molto bene raccontare in giro cose del genere,
ma fa niente. Se proprio lo vuol sapere, vorrei
tanto scoprire il suo indirizzo per mandarle il
conto, e se anche questo non dovesse bastare,
per farla citare a giudizio. Siamo arrivati da poco,
qui, continu. Abbiamo cominciato giusto
con pochi spiccioli in contanti. Una delle prime
cose che si fa nel nostro mestiere  mettersi
in contatto con il maggior numero possibile di
attori. Offriamo loro una prima serie di foto gratis...
Cos, per passare al Minton, andammo
anche l e parecchie persone furono d'accordo
per farsi fotografare. Una delle prime fu la sua
Miss Lang. Le sue migliori foto le esponemmo
anche in vetrina, e forse non dovrei nemmeno
lamentarmi visto che ci hanno fatto buona pubblicit,
ci hanno attirato altri buoni clienti. Ma...
forse lei non lo sa, si usa fare le foto gratis agli
attori professionisti la prima volta, ma pagano
le ristampe. Capisce? Miss Lang invece  sparita,
senza lasciare nessun indirizzo. Guardi, non
me la sarei presa tanto se non fosse stata cos
deliziosa, simpatica. Piena di speranza per il nostro
futuro, capisce... Continuava a dire che abbiamo
talento, e gusto, e cos via. Siamo d'accordo,
abbiamo tutte queste belle cose, ma dobbiamo
anche mangiare, capisce?, e ci fa piacere
essere pagati per il nostro lavoro.
Si sollev i capelli dal viso e si gir quando
una donna carina, giovane, fece da parte la tenda
grigia e a sua volta entr nel negozio. Vidi,
poi sul fondo del retro, una sorta di paravento,
e immaginai che la donna, una cliente, si fosse
cambiata l dietro.
Miss Benson, o Miss Heidi? o Miss Lyndall?
allora disse in un tono tranquillo, piacevole:
 I provini saranno pronti tra tre giorni, circa.
Passa lei a vederli o glieli devo mandare?
La giovane donna graziosa rimase un momento
in forse... sarebbe passata lei... no, forse era
meglio mandarli, per favore.
Miss Benson, ancora con quella voce cordiale
che doveva usare con i clienti, disse che se non
la vedeva entro, diciamo, quattro o cinque giorni,
le avrebbe spedito i provini al suo recapito.
La porta del negozio venne richiusa.
 Be', ecco fatto, disse Miss Benson, di
nuovo con il suo tono normale di voce. Non
avrei dovuto esplodere come ho fatto, suppongo.
Quando si lavora ci si deve aspettare intoppi del
genere. Comunque, mi sento meglio adesso che
mi sono sfogata.
Mi alzai in piedi.
 E cos lei  alla ricerca di Miss Lang, -
disse permettendosi un sorrisetto sardonico. -
Le auguro buona fortuna. S, buona fortuna sul
serio.
 Ne avr proprio bisogno, a quanto pare.
 Lo dico anch'io.
Quello s era un comportamento da Dolcezza,
pensai. Proprio da Dolcezza, come me l'aveva dipinta
Ren.
Fu il giorno seguente, era un gioved, che,
durante l'intervallo di mezzogiorno, mentre stavo
dirigendomi verso l'entrata della biblioteca pubblica,
incontrai Jacky, che ne usciva.
Indossava un abito blu, blu scuro, con il colletto
bianco e i guanti bianchi. Teneva i libri
sotto braccio. In testa aveva piantato un berrettino
bianco, da marinaio, come quelli che usano
i bambini per ripararsi dal sole. Quasi mi
aspettai di vedervi pendere sul dietro un nastro
blu con scritto a lettere dorate Regia Marina.
 Jacky, dissi.
Quando mi vide si ferm. Si ferm di colpo.
La porta continu a sbattere, alle sue spalle.
 Salve, Dave, disse.
 Non sapevo che fossi tornata.
 Tu non hai chiesto niente, replic lei
calma. Sono stata via solo per il periodo di
malattia dell'impiegata che ho sostituito. Adesso
lei  guarita e io sono tornata a Londra.
Tesi una mano verso di lei. Jacky, dissi.
  cos bello rivederti.
 Davvero? replic lei. Mi fa piacere.
Bene, adesso devo andare.
 Non possiamo andare a mangiare insieme,
Jacky? le chiesi. Improvvisamente, questa era
la cosa che m'importava.
 No, Dave. No.
 Perch no, Jacky?
 Non c' tempo.  tardi. Quindi aggiunse:
 E poi mi sono portata dei panini imbottiti
da casa... Ma dopo una pausa molto lunga
alz lo sguardo su di me e disse: Se mai...
se ci tieni proprio, vieni con me che ci divideremo
quei panini.
 Non ce ne saranno a sufficienza per tutti
e due.
Jacky sorrise.
 Me li ha preparati la mamma. Tu non conosci
mia madre, Dave. E poi io non ho fame.
E tu?
Lei era cos composta, sicura, ora, che per
contrasto mi sentii stranamente incerto, turbato.
 Dove vai a mangiare, Jacky? I panini, voglio
dire? chiesi.
Mi pareva che fosse passato cos tanto tempo
da quando sapevo tutto delle sue giornate,
ogni movimento, ora per ora.
 Quando vengo in biblioteca... qui.
Ora eravamo sul vialetto che costeggiava lo
spiazzo d'erba. Di fronte a noi, lungo il fianco
di un edificio, si levavano degli alberelli in fila
e in mezzo ad essi era sistemata una panchina.
Jacky vi si sedette. Io mi sedetti accanto a
lei.
 Come stai, Jacky? le chiesi.
 Oh, io sto bene, disse. E tu, Dave,
come stai? aggiunse cortesemente.
 Io... oh, diavolo, che importanza ha?
 Ah... a te forse non importer, Dave, -
disse con la voce leggera come una brezza. -
Ma importa a me, capisci? Senti, aggiunse,
 lavori?
 Che cosa?
 Stai scrivendo qualcosa, voglio dire?
Solo allora mi colp l'idea che non avevo pi
scritto una parola dal giorno del funerale... prima
di allora, anche.
 Sto andando un poco a rilento, dissi,
reticente.
Jacky mi scocc un'occhiata, ma non prosegu
con l'argomento. Estrasse dalla sua borsa,
che era grossa, larga, un sacchetto di panini imbottiti,
ben legato, e sciolse lo spago. Mi porse
un panino e io lo presi. Poi cominciammo a mangiare
in silenzio.
Degli uccellini saltellavano ai nostri piedi. Quando
Jacky ebbe finito si fece scivolare le briciole
dal sacchetto nel palmo della mano incurvato a
mo' di coppa, e tese la mano in avanti.
 Fortunati quegli uccellini, mi sentii dire.
 Vorrei essere uno di loro.
Jacky sollev le sopracciglia.
 Le briciole dalla mensa del riccone? disse.
 Ma, Dave, tu hai fame.
 S, Jacky. Ho fame. Ho fame di te... Anche
se fino a quel momento non l'avevo saputo,
ora non mi parve di dire una menzogna.
Jacky scosse la testa.
 La fame non  fame per qualcuno in particolare,
 disse.  fame e basta, fame pura
e semplice.
Alla fine scosse il sacchetto in aria, anche se
non c'erano pi briciole, e se ne spazzol alcune
di invisibili dalla gonna.
 Come mai mi trovi tanto attraente quando
comincio a dire di no? mi chiese. Non 
molto... complimentoso nei miei confronti.
 Jacky, dissi. Non parlare cos. Non
 da te.
 Non  da me, vero? replic lei. Ma
si cambia, lo sai? E tu come fai a sapere che tipo
sono io oggi?
Non risposi. Jacky all'improvviso si stiracchi.
 Oh... non ho voglia di tornare in ufficio,
 disse.
 E nemmeno io in banca.
  un pomeriggio cos bello. Ma dobbiamo
andare.
Si alz in piedi e cominci ad attraversare
la radura erbosa.
 Vieni? disse.
Feci qualche passo con lei; poi esitai, guardando
dalla parte della biblioteca.
 No. Non subito. Devo andare un momento
in biblioteca.
 Che cosa? chiese Jacky, con tono sorpreso.
  cos urgente?
Improvvisamente fu urgentissimo. Mi vidi davanti
agli occhi la colonna di Annunci Personali,
e fui sicuro che c'era qualcosa per me, tra quelle
righe fitte, quei caratteri di stampa piccolini.
Non le risposi, ma immagino che la mia espressione
fu fin troppo eloquente.
 Dave... non la stai ancora inseguendo... vero?
 Aveva il viso teso, stranito. Oh, ma
non pu essere vero!
Non le risposi nemmeno ora.
 E va bene, Dave, disse lei, spostandosi
i libri da un braccio all'altro. Sono affari tuoi,
d'accordo. Se non riesco a farti capire... perch
non ci riesco, vero? Oh, Dave, perch non devo
riuscirci?
Scosse la testa, sconfitta. Poi mi guard dritto
negli occhi per quella che mi parve un'eternit.
 Bene, Dave, disse. Nessuno pu farti
capire quello che non vuoi capire.
Gir sui tacchi e cominci a camminare, allontanandosi
da me. Io rimasi a guardarla... Cara
Jacky!, dissi a me stesso. Ma quelle parole
non ebbero per me nessun significato. Perch stavo
pensando ad un lago fresco, dall'acqua verde
chiaro, pi verde delle foglie delle ninfee.
Stavo pensando a Madeleine Fawcett.
Mi voltai e andai in biblioteca. Mi sedetti al
mio posto con le copie del Times e del Telegraph.
Automaticamente scorsi con lo sguardo la prima
colonna di Annunci Personali. Poi la seconda. Ed
eccolo... Eccolo, il messaggio che dalla pagina sembrava
volermi saltare davanti agli occhi. Avevo
avuto ragione, dunque!
Dolcezza...
Per un istante vidi i caratteri di stampa tutti
sfocati, e non mi riusc di leggere l'intero messaggio.
Poi le lettere tornarono a farsi distinte,
leggibili.
Dolcezza mia, ti prego, sii felice. Io dimenticher
la condizione del mio stato, per gioire
del tuo. La tua Dolcezza.
Un messaggio di Joanna per il dottor Fawcett.
No, non poteva trattarsi di una semplice
coincidenza. Lui, il dottore, aveva chiamato Joanna
Dolcezza. Me l'aveva detto Ren.
Ma che significava quel messaggio?
Ti prego, sii felice... questo era abbastanza
chiaro.
Dimenticher la condizione del mio stato...
forse era l'esilio?
...per gioire del tuo... lo stato di vedovanza,
dopo quel delitto cos ben congegnato e riuscito?
E... qui non poteva esserci nessun dubbio: Dolcezza...
quel grazioso nomignolo che nascondeva
tanto orrore.
Adesso sapevo.


Capitolo Quinto.

Nel tornare verso la banca mi fermai ad un'edicola
a comprare il Times. Lo piegai, con cura, in modo
che il messaggio di Dolcezza mi guardasse dalla pagina
stampata. Quando arrivai in banca segnai l'annuncio
con una crocetta blu a matita. Non c'era nessun
numero di cassetta postale, il che voleva dire
che con tutta probabilit il dottore conosceva l'indirizzo
di Joanna.
Ma io non lo sapevo. E allora? Adesso che potevo
fare?
In un certo senso fu Jenkins che mi offr una
risposta. Ogni giorno, da quando gli avevo detto che
stavo scrivendo un giallo, mi salutava giovialmente
con uno scherzoso:
 Allora, vecchio mio, come va il delitto?
E ogni giorno gli avevo risposto:
 Non va. Oppure: Poco bene.
Quel pomeriggio, probabilmente irritato dalla
mia espressione assente, egli disse all'improvviso:
 Stammi a sentire, vecchio mio, ma ti dai da
fare?
 Mi do da fare... per che cosa? dissi.
 Per portare avanti quel tuo giallo.
 Be', per il momento mica troppo. Sto pensando...
 dissi vagamente.
 Secondo me non arriverai a grandi risultati
se ti limiti a pensare, disse lui. Devi agire, caro
mio, non pensare. Secondo me faresti bene a richiedere
il consiglio di un esperto.
 S, certo, dissi.
 Prova a chiedere ad un medico.
 Potrei farlo... se ne conoscessi uno.
 Non fare lo stupido, ragazzo mio, disse
Jenkins seccato. Non c' bisogno che tu lo conosca
bene. Avrai pure un medico per quando hai
mal di pancia, no?
E ce l'avevo, infatti.
Andai diretto a casa, dopo l'ufficio. Mi cambiai
la camicia, quella che avevo portato tutto il giorno
era fradicia di sudore. Mi lavai, spazzolai con cura
i capelli. Mi portai via il Times, tenendolo ripiegato
sotto il braccio. Non sapevo ancora se me ne sarei
servito o meno. Non avevo fatto progetti. O per lo
meno quelli che avevo abbozzato nella mia mente
erano rimasti, appunto, molto vaghi ancora.
Spinsi nuovamente quel cancello che si apriva
nell'alta inferriata, percorsi il vialetto e suonai il
campanello. Venne la cuoca ad aprirmi la porta. Mi
guard sorpresa.
 Voleva Ren?  andata via, sa...  tornata
a casa, in Francia.
 Io... ah, lo so. No, sono venuto a farmi visitare
dal dottore.
 Ah, capisco.
Lo disse senza un particolare interesse. Adesso
che Ren non c'era pi, per lei ero tornato anonimo,
uno dei tanti pazienti del dottor Fawcett. Mi precedette
attraverso l'atrio, poi apr la porta della sala
d'aspetto. Entrai.
Ero arrivato tardi deliberatamente, per essere
l'ultimo. Quando fu il mio turno mi accorsi che
stavo respirando quasi a fatica, la gola costretta per
l'ansia, e mi alzai in piedi per calmarmi un poco,
respirando a fondo.
Ero pronto. La porta dello studio venne spalancata...
Entrai. Il dottor Fawcett torn dietro alla
sua scrivania.
 Si accomodi, disse.
Mi sedetti. Lo vidi pi stanco di quanto mi fosse
parso l'ultima volta.
 Allora? disse lui. Come va? Come si
sente?
Posai il giornale ripiegato sulla scrivania, tra
noi due. L'annuncio di Dolcezza era sulla faccia di
giornale che posava contro il tavolo. Ma io ero pronto
a rivoltarlo.
 Sto... veramente bene. Sto molto meglio, -
dissi. Ma non  per questo che sono venuto.
 Ah...? Si volt a prender fuori la mia cartella
da un raccoglitore che teneva di fianco.
 Allora perch  venuto? Era tranquillo, niente affatto
incuriosito.
Mi agitai un poco sulla sedia.
 Le devo dire, esclamai con un'aria giovialmente
ingraziante che trovavo particolarmente spiacevole,
 che a tempo perso amo scrivere. E in
questo periodo sto scrivendo un giallo.
 Ah, s?
 Vorrei che lei mi desse qualche schiarimento
su certi particolari... Vede, non conosco nessun altro
medico... E allora...
 D'accordo. Vediamo quel che posso fare. Quale
sarebbe il suo problema esattamente?
 Vorrei che lei mi indicasse un metodo di uccisione
che, a risultato raggiunto, non abbia l'aria
di un delitto. Capisce?
Si strinse lievemente nelle spalle, sporgendo in
fuori le mani.
 Immagino che la stessa cosa cerchino tutti gli
scrittori di gialli... e tutti gli assassini. Dovrebbe fornirmi
qualche altro particolare.
 Dunque... una donna va a letto, apparentemente
in buona salute. Il marito  ufficialmente fuori
casa per quella notte. Ma in realt torna indietro.
La mattina dopo la donna  morta. Viene emesso un
certificato di morte in seguito al decesso... senza nessuna
complicazione, o dubbio.
Avevo avuto in mente di osservarlo attentamente
finch parlavo, ma fu lui ad osservare me, invece.
La sua espressione non cambi affatto mentre io
parlavo. Quando mi fermai, egli cominci a sorridere.
  una faccenda alquanto intricata, da risolvere
con verosimiglianza. Lei ha gi qualche idea?
 Non so... avevo pensato magari... una bevanda
alcoolica e dei barbiturici. Non potrebbe essere che
le venga offerto qualcosa da bere, che lei lo prenda
senza poter sospettare di nulla? E magari nell'alcool
 stato sciolto qualche stupefacente...
 Be', potrebbe anche essere. Comunque, credo
che sia difficile poter sciogliere in un bicchierino di
liquore una dose di stupefacente tale da avere effetti
letali.  difficile anche persuadere qualcuno a bere
quella mistura.
 Avrebbe un gusto sgradevole?
 Non molto nel rum, per esempio, o nel caff
nero.
 Diciamo rum, allora. E diciamo che la donna
si  convinta a berlo...
 Be', diciamolo pure. Ma anche cos, non morirebbe
subito.
 Non cos subito da essere trovata morta la
mattina dopo?
 No, davvero. Prima la donna entrerebbe in
coma, diciamo per un periodo di due o tre giorni,
poi con una polmonite fulminante, la morte.
 Capisco. Non esiste nessun metodo, allora,
per farla morire nello spazio di poche ore? In modo
che sembri morte naturale, voglio dire?
Egli scosse la testa.
 Non che io sappia. A meno che...  vecchia?
 No, non  vecchia.
 Be', sa, non  facile risolvere il suo problema,
se ha a che fare con una donna giovane, forte.
Sentii le gambe della mia sedia grattare contro
il pavimento quando la spinsi all'indietro. Improvvisamente
vidi dove stava il mio errore o, meglio,
dov'era la lacuna nel mio ragionamento.
 Ma se la donna fosse ammalata... gi ammalata,
diciamo? Per esempio... malata di cuore?
Mi usc dalla bocca prima che avessi avuto il
tempo di rendermi conto di quanto avevo detto. Lui
non parl. La sua faccia non cambi espressione. Rimase
l seduto, a guardarmi. Sentii il sudore bagnarmi
i palmi delle mani. Finalmente egli parl
molto tranquillo, pacato.
 Lei non  stato affatto malato, vero? disse.
 Non  mai stato poco bene. Non ha certo
preso quelle pillole che le avevo prescritto perch
non era ammalato... Si interruppe, continuando
ad osservarmi, con quella espressione di attenzione,
esperta, che gli avevo gi notato sin dalla prima
volta che l'avevo visto.
 Io la conosco, continu. L'ho gi vista
prima. Non qui, voglio dire, nello studio. No, prima
ancora. Lei  il giovanotto che io ho visto nei pressi
della casa quando mia moglie... S'interruppe, nuovamente,
ma dopo una breve pausa riprese a parlare.
  lei che ho visto al funerale. Si copr
gli occhi con una mano, poi la tolse sveltamente. -
Capisco. Naturale... disse. Lei  un'altra di
quelle persone che... adoravano mia moglie...
Si alz in piedi. Mi alzai in piedi anch'io.
 Allora? egli chiese.
Non avevo niente da dire, ma presi il giornale
dalla scrivania e lo sospinsi, dopo averlo rivoltato
dalla parte dell'annuncio, verso di lui.
Dovevo sapere. Non potevo aspettare di pi, adesso.
Ero convinto che quando avesse cominciato
a leggere l'annuncio, io avrei saputo la verit. Avrei
capito tutto.
Ma quando lo sguardo gli cadde sulla crocetta
blu, quando prese in mano il giornale e cominci a
leggere, ancora la sua faccia non mi disse niente.
Non un muscolo si mosse. Non ci fu nessun cambiamento
nella sua fisionomia. Poi torn a guardare
me.
 Allora, chiariamo le cose, disse. Che
cos' tutta questa storia? Perch lei  qui? Che cosa
ha in mente di fare?
Adesso non potevo pi tornare indietro.
 Ho ragione di credere che sua moglie... non
sia morta di morte naturale, mi sentii dire.
 Lei ha ragione di credere che...
Rimase in piedi forse ancora per un momento.
Poi si mise a sedere. Si attir pi vicino l'apparecchio
telefonico e cominci a formare un numero
sul quadrante. Sentii il suono intermittente del segnale
di libero... dall'altra parte. Poi il suono si interruppe.
Gli occhi del dottor Fawcett non si staccarono
mai dalla mia faccia quando disse, nella cornetta:
 S... pronto? Polizia?
Sentii la testa girarmi... forse anche barcollai. Il
dottore mi stacc gli occhi di dosso.
 Qui parla Fawcett... il dottor Fawcett. Vorrei
parlare con l'ispettore Mottram, per favore. Ci fu
una breve pausa, durante la quale gli venne passata
la comunicazione richiesta. Ispettore Mottram?
S.  successo un piccolo... equivoco, qui. S, vorrei
poterlo chiarire. Potrebbe venire da me? S, nel mio
studio. Subito...
Non potevo pi tornare indietro, ero sull'altra
sponda del fiume e mi ero bruciato il ponte che
stava alle mie spalle.
Il dottore rimise al suo posto la cornetta; prese
una sigaretta dalla scatola che aveva sulla scrivania
e l'accese.
 Si sieda, disse, guardandomi.
Mi sedetti. Aspir una boccata di fumo dalla sigaretta.
 Quelli della polizia saranno qui entro cinque
minuti circa.
Io non risposi nulla. Egli continu a guardarmi
senza cambiare mai d'espressione... con quel suo
fare imparziale, da spettatore distaccato. Mi parve
esitare, poi si decise.
 Lei... conosceva mia moglie?
 S.
 Capisco. Esamin con attenzione la punta
della sigaretta. C' una cosa che vorrei dirle. Lei
 molto giovane, non  vero? Quanti anni ha... ventuno?
Venti? Ascolti... Non saranno nemmeno sei
mesi fa, la polizia si mise in contatto con me. Mia
moglie era stata colta in flagrante dal detective di
un Grande Magazzino, nell'atto di rubare un abito.
Come lei probabilmente sa, non le mancava il denaro.
Si era verificata una certa confusione., si era
rifiutata, come dicono, di passare in direzione.
Aveva protestato la propria innocenza... ad alta voce,
attirando l'attenzione degli altri clienti del negozio,
e usando il mio nome ripetutamente durante tutto
l'incidente.
 Non credo di capire, dissi.
 No?
 Aveva soldi... dissi. Le donne... quelle
con carenze affettive almeno, fanno di queste cose
alle volte, e... A esser sinceri suonavano sciocche
anche a me queste parole.
 Ma lei... il dottore si agit impaziente sulla
sua sedia, cosa fa? Legge gli articoletti dello psicologo
sui giornali femminili? Suvvia, andiamo... Ricorda
quello che le ho detto? Si mise a protestare
la propria innocenza ad alta voce, attirando l'attenzione
dei presenti all'interno del negozio, e usando
ripetutamente il mio nome...
Non volevo lasciarmi smontare.
 La misero in prigione? chiesi.
 Venne denunciata a piede libero.
 Allora... che cosa sta cercando di dirmi?
 Solo questo. Lei  molto giovane. Si sta invischiando
in un pasticcio pi grande di lei. Se vuole
ritirare ci che ha detto qui poco fa... nessuno verr
a sapere quanto  accaduto. Rimarr tra queste
quattro pareti. Quando arriveranno quelli della polizia...
dir che c' stato uno sbaglio. Questa  la scappatoia
che le offro. Ne approfitti.
 Dovrei andarmene? dissi.
 Ha a sua disposizione... tre minuti e mezzo
nei quali decidere, disse dopo aver consultato il
suo orologio da polso.
 Rimango, dissi. Tanto, ormai, ero impegolato
fino al collo in questa faccenda.
Non mi rispose nemmeno, parl solo quando fu
il momento di dire:
 Ha ancora tre minuti di tempo. E poi: -
Due. Per tutto il tempo non aveva staccato lo
sguardo dall'orologio. Un minuto disse e, visto
che non mi muovevo, aggiunse: Molto bene.
Subito dopo un trillo alla porta d'ingresso.
Poi sentii la porta di casa che veniva aperta,
delle voci, dei passi che attraversavano l'atrio, qualcuno
che bussava alla porta dello studio, e il dottore
che esclamava:
 Avanti. E poi: Buonasera, Ispettore.
Buonasera...
 Buona sera, dottore. Questo  l'agente Hendry.
Fu l'ispettore a fornire l'indicazione. Era un uomo
grosso, di mezza et, dal faccione cordiale, chiaramente
in buoni rapporti col dottore. Il suo assistente
era giovane, non doveva essere molto pi
vecchio di me, un tipo dalla carnagione chiara, biondo,
dinoccolato e alto, con un'aria amabilmente distratta.
 Buonasera, dottore, disse l'ispettore. Allora...
che cosa possiamo fare per lei?
 Vogliono accomodarsi?
 Be'... grazie.
Nessuno, per il momento, sembrava avermi notato.
Poi l'ispettore Mottram spost su di me il suo
sguardo sorridente.
 Questo ... disse il dottore, il signor
Gibbon.
 Buonasera. Lo disse in tono molto cortese,
ma io non risposi.
Il dottore schiacci la sigaretta sul posacenere.
 Andr subito al punto. Questo giovanotto, che 
venuto da me per la prima volta in qualit di paziente
alcune settimane fa,  tornato questa sera
con la pi straordinaria... non so come chiamarla...
accusa? Ipotesi? Non lo so nemmeno io con sicurezza.
 Si era rivolto dalla mia parte ora. Io non
risposi. Be'... facciamo ipotesi, concluse.
 Allora, signore... L'ispettore s'intromise,
calmissimo. E in che cosa consiste?
 Aveva, mi ha detto, ragione di credere che
mia moglie sia morta non di morte naturale.
 Ah... cos?
 Non so nemmeno quale prova, se ne ha, egli
creda di possedere. Tutto ci che mi ha profferto,
sinora,  questo.
Prese in mano il giornale ripiegato e lo porse all'ispettore,
il quale lo prese, e lesse l'annuncio segnato
con la crocetta blu.
 Bene, capisco... disse lui. Poi per la prima
volta si volt verso di me: Questo  suo?
 S.
Il dottore s'intromise.
 Forse ora vorr spiegare, signor Gibbon, il significato
che lei crede di poter attribuire a questo
annuncio.
Avevo la bocca secca. Mi toccai le labbra con la
punta della lingua e mi parvero gonfie, screpolate.
 Allora? Stiamo aspettando, fece notare il
dottore.
Quel tono incisivo, staccato... che non era nemmeno
disprezzo, mi irrit enormemente. Mi sentii
dire:
 Dolcezza... Lei la chiamava cos... Miss Lang.
Me l'ha detto Ren Dessieurs...
 Ren Dessieurs? ripet l'ispettore.
Il dottore sobbalz appena, ma fu pi che altro
una scrollatina di spalle. Poi egli spieg in tono indifferente:
 Una francese che  venuta a dare una mano
qui in casa, alla pari. Adesso  tornata a Parigi.
 Lei chiamava Dolcezza... Miss Lang, io
dissi.
 S, infatti. La cugina di mia moglie... Si rivolse
nuovamente all'ispettore. Poi torn a guardare
me. E lei deduce... immagina... che cosa?
Allora dissi, con la voce dura per la cocciutaggine
e l'antipatia:
 Non pu essere stata solo una coincidenza.
Il dottore emise un sospiro sibilante.
 Ma  incredibile, comment.
L'ispettore si agit leggermente sulla sedia.
 Immagino, disse battendo sul giornale con
il pollice, e rivolgendosi a me tutt'ora con espressione
cordiale, che questo non  tutto, no?
Qualcosa di quel suo eterno buonumore mi solletic
i nervi. Sentii io stesso il tono di voce piccato
con cui gli risposi.
 No, davvero!
Ci fu un silenzio. Aspettavano che parlassi io.
 Forse farebbe bene, dissi, a chiedere al
dottore dove si trovava la notte del 20 luglio... la
notte in cui sua moglie mor.
Il dottore rispose subito:
 Ero a Cheltenham.
 Ci era andato per un convegno medico, mi
pare?
 Esatto.
 Ma il convegno si svolse il 18 e il 19. Io stavo
parlando del 20.
Il dottore ora guard me.
 Ero a cheltenham.
 Non tutta la notte, dissi. Sono andato
a chiedere al suo albergo, il Bear. Poco dopo mezzanotte
lei usc con la sua macchina, e non fece ritorno
che la mattina. Sono in fondo appena novantotto
miglia da Cheltenham a Londra. Ho controllato. -
Il dottore ripet nuovamente, a voce bassa questa
volta:
 Ma non  possibile...
 Lei...  uscito veramente con la sua auto quella
notte? disse l'ispettore dopo una pausa.
 Certo. S. Ho guidato tutta la notte, infatti.
 E dove  andato, dottor Fawcett?
 Senza una meta, in giro, cos...
 Non l'ha vista nessuno?
 Non lo so. Non credo... La sua ipotesi, disse
voltandosi nuovamente a guardare me, sarebbe,
a quanto mi  dato capire, che io sono tornato
qui e che...
 Non ho formulato nessuna ipotesi del genere...
sinora, dissi. N nessuna accusa.
Ci fu un altro breve silenzio.
 Non c' nessun bisogno di continuare a discutere
su questa faccenda, sa, dottore, disse l'ispettore.
Fawcett ribatt prontamente:
 Non c' nessun bisogno? Be', forse no. Ma
non intendo lasciare le cose cos come stanno. Voglio
che tutto sia chiarito. Certo, sono andato in
giro in macchina quasi tutta quella notte. Pensavo
ai fatti miei. Ero preoccupato. Era un po' di tempo
che mia moglie ed io non eravamo... non andavamo
esattamente d'accordo. Quando tornai a casa la trovai
morta. Solo allora venni a sapere che da un certo
tempo lei soffriva di cuore, e che era in cura dal
dottor Walters, il mio socio. A quanto pare lei aveva
chiesto di non dirmi niente. Aveva sperato, a quanto
sembrava... Almeno...
S'interruppe. Nessuno parl. Poi egli prosegu:
 Non vale la pena nasconderlo. Io ero innamorato
della cugina di mia moglie... Miss Lang. E
lei lo era di me. S, questo mia moglie lo sapeva. Ma
non si era mai parlato di... non avevamo nemmeno
preso in considerazione la possibilit di sposarci.
L'avremmo desiderato, questo  vero. Ma... Comunque
quella mattina quando tornai a casa trovai una
lettera di Miss Lang. Era meglio, diceva, non vederci
per un certo periodo almeno. Aveva deciso di
andar via. E mi chiedeva di non cercare di mettermi
in contatto con lei.
 Vedo. Ma senta, dottore, lei capisce che non
ha nessun obbligo, vero?, di dirmi tutto questo...
 Lo capisco perfettamente.
 Il convegno si concluse il 19, dissi io, il
sabato. E lei rimase fino alla domenica.
Il dottore allora mi si rivolse con un inizio di
ira, che per tenne immediatamente sotto controllo.
 Gliel'ho detto, no? Rimasi a Cheltenham sino
a tutta la domenica. Mi sembrava una buona occasione
per pensare con calma alle mie cose. Per trovare
un po' di quiete.
 Dov' Miss Lang, ora? chiese l'ispettore.
 Lei lo sa, dottore?
 Non lo so. Ho telefonato al suo appartamento
dopo la morte di mia moglie. Mi sembrava giusto
dirglielo. Non volevo che lo venisse a sapere dai
giornali... sarebbe stato uno choc...
 S, certo. Capisco...
 Ma se n'era gi andata, senza lasciare nessun
recapito.
 E da allora non ha pi avuto sue notizie?
 No.
 E questo annuncio lei non l'aveva visto? -
L'Ispettore prese in mano il giornale.
 No. Se l'avessi visto...
 Se l'avesse visto?
Il dottore fece arretrare di qualche centimetro
la sua sedia.
 Non ho l'abitudine di leggere la rubrica degli
Annunci Personali. Se l'avessi visto... be', non  accaduto,
dunque...
 Lei ritiene probabile che Miss Lang abbia fatto
pubblicare questo... messaggio?
Il dottore rispose con enfasi tagliente:
 Era l'ultima persona al mondo a pensare ad
una cosa del genere.  fuori questione, guardi...
 Capisco. L'ispettore si volt nuovamente
verso di me, ancora con quel suo allegro buonumore.
 Immagino che lei abbia qualcosa di pi solido
di un Annuncio Personale su cui basare la sua... ipotesi?
Mi aveva parlato in un certo tono di sufficienza.
Ricordai una frase della cuoca: Andiamo, in fondo
lei  poco pi di un ragazzino. E arrossii.
Il mio silenzio gli serv da risposta. L'ispettore si
chin in avanti e mi chiese in tono ora confidenziale:
 Mi dica un po', secondo lei, che cosa vorr
dire questo messaggio?
Adesso ero irritato, e in guardia, cos ribattei
prontamente:
 Esiste, naturalmente, pi di una spiegazione
a questo annuncio.
 S, ma... allora? Stava aspettando che gli
dicessi ovviamente qualcosa di pi.
 La signora Fawcett era ammalata, soffriva di
cuore, dissi. Se un assassino., era al corrente
di questa sua condizione, sapeva anche, come il dottore
ha appena finito di dirmi, che una dose di barbiturico,
sciolta per esempio in un bicchierino di
liquore, una dose che non sarebbe servita ad uccidere
una persona in buona salute, poteva invece bastare
a provocare la morte della signora. E in modo
tale da apparire morte naturale.
 Capisco.
Il dottore si lev in piedi, respingendo la sua
sedia.
 Ma questa... questa  una congettura pazzesca.
 Miss Lang  scomparsa, io dissi.
 Joanna ...?
 Nessuno sa il suo nuovo indirizzo. N le persone
che le avevano affittato l'alloggio a Richmond,
n il teatro nel quale lavorava. E nemmeno sanno
nulla al Limelight, un catalogo professionale al
quale anche Miss Lang  iscritta. Anche il suo agente
 all'oscuro dei suoi movimenti.
 Ha fatto un bel po' di ricerche, a quanto vedo!
 disse l'ispettore sempre di buon umore.
Io non risposi.
 Ce l'ha ancora, per caso, dottor Fawcett, la
lettera che le ha inviato Miss Lang? chiese l'ispettore.
 S.
 Potrei vederla?
 Ma certamente.
Gir la chiave di un cassetto della sua scrivania,
ne estrasse una di quelle cassette che si usano per
conservarvi gli spiccioli, apr pure quella e ne tolse
una lettera. La porse all'ispettore.
 Legga! disse. Io non ho nulla da nascondere.
L'ispetore lesse.
 Non le ha... colpito niente, nessun particolare
di questa lettera? chiese quando ebbe finito.
 No, al momento. Mi parve, magari, un po'
forzata. E cos breve. Ma aveva scritto in uno stato
d'animo particolare. Sapevamo, tutti e due, di essere
profondamente innamorati l'uno dell'altra.
 Ma il contenuto di questa lettera... il progetto
di andar via... fu una novit per lei?
 In parte. Avevamo gi deciso che non era possibile
un futuro insieme, per noi due. Ma era stata
una decisione presa da poco. Non avevamo ancora
fatto nessun progetto...
 Capisco. E la busta?
 Quella l'ho gettata via. Il dottore esit, poi
aggrott la fronte. Al momento non mi parve un
dettaglio importante. Ma... era scritta a macchina.
 Capisco. E da allora non ha pi cercato di
mettersi in contatto con Miss Lang?
 No. Pensavo di lasciare a lei l'iniziativa di
farlo o meno. L'ho capita... che non si fosse fatta
vedere, date le circostanze. Se non aveva saputo della
morte di mia moglie...
 Cos la situazione, per quanto la riguardava,
era rimasta immutata?
 S. E quando l'avesse saputo, perch presto
o tardi sarebbe ben venuta a saperlo, ho pensato
che... Insomma sarebbe stato meglio aspettare a vederci.
Comunque pensavo che si sarebbe fatta viva
lei, quando l'avrebbe giudicato opportuno.
 Capisco. E non c' nient'altro di inconsueto
che l'abbia colpita? disse l'ispettore.
 Non a proposito di questa lettera. Ma c' qualcos'altro
che io...
 S?
Il dottore fece una pausa, durante la quale parve
prendere una decisione.
 La notte del 20 luglio andai in giro con la
mia macchina. Come le ho gi detto, volevo pensare.
Avevo cenato fuori Chaltenham quella sera ed
ero tornato in albergo, verso le nove. Dopo aver
messo nel garage la mia auto, mi venne recapitato
un messaggio. Mia moglie mi aveva telefonato. Il
messaggio era questo: Torna subito a casa.
 Torna subito a casa?
 S. Sorrise appena, abbastanza cupamente.
 La ragazza della reception, ebbe, penso, la sua
stessa reazione, ispettore. Io ero indeciso sul da farsi.
Ma la mia indecisione dur poco. Avevo ricevuto
da parte di mia moglie molti altri appelli urgenti
di questo genere, che poi si erano rivelati... di nessuna
urgenza. Perci andai a letto, ma non mi riusciva
di prendere sonno, cos uscii nuovamente in
macchina e... guidai cos, senaz meta, le ripeto.
 Non telefon a sua moglie?
 No. Ma...
 Ma...?
 Adesso penso... Si alz in piedi. Ma  assurdo!
Se c'era qualcuno che aveva progettato di
uccidere mia moglie, immagino che la telefonata
avrebbe potuto essere un tentativo di attirarmi a
casa, per lo meno di spezzare il mio... alibi.
L'ispettore non fece alcun commento. Il dottor
Fawcett aveva aggirato la sua scrivania e stava in
piedi, girandoci a met la schiena, davanti all'armadietto
a vetri degli strumenti chirurgici.
 Le sono mancate delle medicine, dottore?
 Delle... Egli si gir a guardarci in faccia.
 No. cio... Be', tanto vale che ve lo dica. Negli
ultimi tempi, mia moglie non sembrava... pi lei,
ecco. Le avevo suggerito di andarsi a far visitare da
un medico. Ma lei aveva rifiutato. Come poi si 
venuto a sapere, era davvero ammalata e, senza dirmelo,
si era fatta visitare dal dottor Walters. Ma del
senno di poi, come si dice, sono piene le fosse, e...
 Fece una pausa, poi riprese in tono pi tranquillo:
 Era un po'... come dire, una ipocondriaca.
Mi parve che avesse scelto quel termine dopo
averne scartato un altro, forse pi forte, che gli era
salito per primo alla bocca .
 Di recente non mi sono mai mancate medicine,
o sonniferi, per essere pi precisi. Torn
dietro la scrivania e si rimise a sedere. Ma un
mese o due fa, invece... Insomma, mi sono accorto
che pi di una volta mia moglie si  presa senza
consultarsi prima con me delle pillole di sonnifero,
dei tranquillanti. Una volta direttamente dalla mia
borsa. Un'altra da un cassetto dello studio. Da allora
sono stato attento a tenermi la borsa sempre
vicino, e ho chiuso a chiave il cassetto. E, naturalmente,
l'ho avvertita del pericolo che...
 Lei ha l'impressione che sua moglie abbia
messo da parte quei sonniferi sino ad averne una
certa quantit e poi... si sia suicidata? chiese l'ispettore.
 Non c'era ragione di pensare... io credevo...
 rispose il dottore, balbettando.
O era davvero innocente o era un attore esperto.
 Capisco. E come mai  cominciata tutta questa
storia? disse l'ispettore, guardando me.
 Questa sua discussione con il dottore, voglio dire?
 Il signor Gibbon sta scrivendo un giallo. 
venuto qui questa sera, cos almeno ha detto, a informarsi...
a chiedermi... il modo pi plausibile e
possibile in cui commettere un ipotetico... omicidio.
Poi...
S'interruppe. Non voleva dire altro, dunque. Che
mi aveva gi visto intorno alla casa, che si era ricordato
di me, ritto sotto la pioggia, il giorno del
funerale, davanti alla tomba fresca di sua moglie.
 Bene. L'ispettore si alz in piedi. M'incaricher
io di questo, se posso. Accenn al giornale
ancora ripiegato. Poi si rivolse a me. Per
non mi  ancora chiaro, disse con espressione benevola,
ma nello stesso tempo decisa ad avere una
risposta, il perch del suo lavoro di detective.
Sta scrivendo un giallo, d'accordo... Ma questo non
spiega perch lei sia venuto qui questa sera e... Che
cosa l'ha spinto ad agire in questo modo? Immagino
che abbia qualcosa di concreto su cui basarsi.
Fu il dottore, adesso, che parve sorpreso. Si
pass una mano sulla fronte, come per mettere ordine
tra i suoi pensieri. Mi gett una rapida occhiata
penetrante, poi prese ad osservarmi pi intensamente.
 Voglio chiarire tutta questa faccenda, disse.
 Ormai  andata cos lontano che non si pu
lasciarla al punto in cui si trova. Voglio che tutto
venga chiarito e...
  ci che voglio anch'io, dissi.
 Bene, allora... che cosa le ha dato il via? -
disse l'ispettore. Non certo questo giornale, no?
 No, dissi.
 Ma deve ben esserci stato qualcosa.
D'accordo. Tolsi dalla tasca interna della mia
giacca il portafogli. L'aprii e ne estrassi la lettera
di Madeleine Fawcett.
 C'era proprio qualcosa, dissi, tendendo la
mano con il foglio.
L'ispettore si fece avanti senza fretta apparente
e prese la lettera. La lesse senza alcun commento.
Quindi disse:
 Credo sia opportuno la legga anche lei, dottore.
Pass la lettera al dottor Fawcett ed egli la lesse.
Intanto il suo viso aveva perso ogni traccia di
colore. Quindi il foglio gli cadde di mano e and a
posarsi sulla scrivania.
 Ma non pu essere possibile...
L'ispettore stava osservando me, ora.
 Non le  passato per la testa di portare questa
lettera alla polizia?
 No.
 Perch no?
 La lettera stessa glielo pu dire, esclamai.
 Capisco. S... L'ispettore ripet le parole
del messaggio. Nessun sospetto, nessuna ragione
di sospetto.... Comunque avrebbe fatto meglio.
 Ripieg con cura la lettera. M'incaricher anche
di questo. Penso che sia tutto, no? Lo chiese
al dottore.
Il dottore aveva ripreso il controllo su di se
stesso. Adesso appariva soltanto molto stanco, ma
nulla pi.
  tutto, per quanto mi riguarda. Io sono qui,
se avrete bisogno di me.
 S. Grazie, signore.
L'ispettore e l'agente si diressero verso la porta.
Io mi sentii chiedere:
 Avrete bisogno di me?
L'ispettore si volt a guardarmi. Adesso il buonumore
gli sprizzava addirittura da tutti i pori.
 Per il momento no. Se sar il caso ci metteremo
in contatto con lei. Sulla porta si rivolse al
dottore. Non si disturbi, dottore. Possiamo uscire
da soli. Grazie per averci messo al corrente di
tutta questa storia. Le sono grato.
L'agente, in atteggiamento ora serio e quasi pio,
lo segu. La porta dello studio si chiuse alle loro
spalle, poi si ud la porta d'uscita aprirsi e chiudersi.
Ci fu un lungo silenzio. Il dottore alz gli occhi
e mi guard.
 Piccolo sciocco, disse, senza scomporsi. -
Dannato piccolo sciocco. E adesso esca di qui. Non
si faccia pi vedere.
Non accadde niente. Niente. Andai in banca il
giorno seguente, feci il mio lavoro. Tornai nella mia
camera. Al di fuori dei monosillabi strettamente necessari,
non parlavo con nessuno. Non vedevo nessuno.
Le ore correvano veloci. Non pensavo, non
provavo nessuna sensazione.
Era come essere prigioniero in fondo ad una cava
senza uscita. In un certo senso ora la caccia si
era rovesciata, i termini si erano scambiati; era
come se fossi io l'inseguito. Che cosa avevo fatto?
In che imbroglio ero andato a cacciarmi?, mi chiesi.
Era stata una cosa pazzesca... Eppure non avevo
avuto altra alternativa. Non riuscivo a scrivere.
Non riuscivo a leggere. Sedevo nella mia camera, a
fare niente, oppure passeggiavo avanti e indietro
da una parete all'altra. Che cosa era accaduto dopo?
Avevano chiamato in ballo Scotland Yard? C'era
stata una riesumazione di Madeleine Fawcett?
Sabato mattina, era di nuovo il mio sabato libero,
venne a bussare alla mia porta la padrona di
casa. Era una vecchia strega brutta e sempre di malumore,
magra come un'acciuga.
 C' una signorina di sotto che la vuole, -
disse. Io sobbalzai appena.
 Come lei sa bene, continu la donna, -
io non permetto visite, ma mi sembrava... be', turbata.
Se vuole andarle a parlare, pu mettersi nel
mio soggiorno al piano di sotto.
Scesi da basso. Aprii la porta. Una fanciulla con
un abito marrone di stoffa sottile e fluttuante stava
guardando fuori dalla finestra coperta dalla tendina
di pizzo. Si gir quando mi sent entrare. Era Jacky.
Io non parlai. Rimase in silenzio anche lei.
Non avevo mai visto, prima, Jacky cos... cos
donna. Aveva gli occhi cupi di apprensione. Era
pallida. La sua bocca morbida aveva assunto una
piega decisa. Rimase a guardarmi a lungo, poi disse:
 Dave. Dovevo venire.
Io non dissi niente. Mi sentivo scombussolato,
come se mi fossi aspettato di trovare... chi? Madeleine
Fawcett? Oppure Joanna Lang?
Jacky esit un poco prima di riprendere a parlare.
 Dave, disse alla fine, tu lo sai che cosa
penso di questa... cosa. Per me  una montatura,
un frutto della tua immaginazione. Tu, come tutti
del resto, ti lasci attrarre da... dai sogni pericolosi,
anche addirittura cattivi.
Si ferm. Io non le dissi niente.
 Dave, riprese lei, ma tu devi capire...
 Devo? Ero rigido come una statua.
Jacky si stacc dalla finestra.
 Bene, disse, questo  quello che penso
io. Ma supponiamo per un momento che quella lettera
non sia, come credo io, una sciocchezza. Supponiamo
che ci sia stato davvero un delitto. E se c'
stato un delitto... Non ti rendi conto, Dave, che allora
l'assassino  ancora in libert? Che lui... lei...
potrebbero uccidere ancora? Non lo hai mai pensato,
questo?
Scossi la testa. Per quanto possa sembrare fantastico,
non lo avevo mai pensato.
 Dave, bisogna che tu lo capisca: sei in pericolo
tu stesso... Devi andare alla polizia. Devi andarci
subito. E se non ci vai tu... ci vado io, capisci?
Scusami, Dave, ma lo devo fare.
Jacky si mosse verso la porta. Le tenni dietro.
  tutto a posto, Jacky, le dissi. Non
preoccuparti pi. La polizia sa gi tutto.
Fece una strana smorfia di... non so nemmeno
io di che cosa.
 Vuoi dire che li hai avvertiti tu? Che sei andato
tu alla polizia?
 Sta' fuori da questa storia, Jacky, dissi.
 Stanne lontana, pi lontana che puoi. Non avrei
mai dovuto raccontarti tutto, coinvolgerti nella faccenda.
Jacky sollev la testa di scatto.
 Ma no, disse. Sono contenta, invece,
che tu l'abbia fatto. Solo che, Dave...
 S?
Mi guard dritto negli occhi. Credetti di indovinare
che faceva fatica a trattenere le lacrime.
 Io sono qui, lo sai, disse. Se avrai bisogno
di me... sono sempre qui, Dave.
Non dissi niente. Ero un po' confuso, sconvolto,
credo. Udii il clic della porta che si richiudeva, e il
ticchettio dei tacchi di Jacky sulle mattonelle dell'atrio.
Poi la porta d'uscita che veniva aperta e richiusa.
Le corsi dietro. Spalancai la porta, per mi
ero deciso troppo tardi. Jacky era gi sparita.
Ma forse era meglio cos. Non potevo pi tornare
indietro, ora. E quando non si pu tornare indietro,
si deve andare avanti.
Quella notte fece pi caldo che mai. Dormii profondamente,
ma non feci altro che sognare. Sogni
angosciosi, opprimenti, che si trasformavano in incubi...
Finalmente mi alzai e mi feci un caff, nero, forte.
Era gi giorno, oramai, e una nebbiolina sfilacciosa
come lana bianca si levava dal suolo per disfarsi
quasi subito nell'aria calda.
Tutto convergeva su Joanna Lang. Dov'era? Chi,
che cosa era? C'era forse una pietra che non avevo
sollevato, nel mio processo di ricerca?
Improvvisamente ebbi un'idea. La gente torna
sempre sul luogo del proprio delitto, si dice. Joanna
non era tornata. Forse aveva preferito tornare
sul luogo dei propri trionfi? A Norchfolk? Da quella
gente con cui aveva abitato. Dove era stata cos
cara e buona con la donna e la bambina. Era mai
possibile?
Valeva sempre la pena di tentare, non fosse altro
per riempire le ore vuote che mi stavano davanti.
Mi sbarbai e mi rivestii, e uscii di casa che erano
passate da poco le otto. Prima di pranzo scesi
dal treno a Wyburn, la stazione immediatamente
prima di Northfolk.
Quando arriv la corriera per Northfolk, ricordando
le quattro passeggiate al giorno di Joanna
Lang, chiesi al conducente di un garage a circa
due miglia da Northfolk.
 Non conosco il nome dei proprietari, dissi,
 ma se pu servirle per capire chi sono, so
che hanno una bambina che era ammalata...
L'uomo probabilmente era al corrente delle storie
familiari di tutti coloro che abitavano lungo la
sua strada.
 Deve essere il Garage della Stella Rossa... di
Bailey.
Gli dissi, per favore, di farmi scendere quando
arrivavamo davanti al garage.
Era ad un bivio. Un forte vento soffiava dal mare
verso terra, ma sotto quel sole feroce il vento
non recava sollievo, solo agitava un gran polverone
e annebbiava l'atmosfera.
Appena dietro la stazione di servizio si levava
un bugalow bianco, costruito di recente. Suonai il
campanello della stazione di servizio.
Venne a rispondermi un uomo basso, dalle spalle
larghe e il collo bovino, due occhi d'un azzurro
brillante in una faccia scura e cotta dall'aria.
 'giorno, signore. In che cosa posso servirla?
 Sto cercando, gli dissi, una certa Miss
Joanna Lang, che a quanto so ha abitato a casa sua
per un certo periodo.
 Ah, davvero, signore? Fece un espressione-
sorpresa, direi. Ma forse pi che sorpresa. Poi sorrise.
 Vuole attendere un momento? Si avvicin
alla porta del bungalow e chiam: Jane!
Subito dopo comparve sulla soglia della costruzione
una donna grassoccia, dalla carnagione fresca,
asciugandosi le mani su un grembiule.
 Questo signore qui, disse l'uomo, conosce
Joanna... Miss Lang.
 Oh, signore... lei disse, venendomi incontro
a passi affrettati, davvero? Abbandon le
braccia lungo i fianchi, poi si lisci con le mani il
grembiule. In un primo momento era diventata pallida,
ora stava riacquistando il consueto colorito.
Sorrise. Prima a me, poi a suo marito.
 Ci porta un messaggio... qualche notizia da
parte di Miss Lang?
 No, mi dispiace, dissi.
Il viso della donna perse ogni vivacit.
 Oh... mi sembrava troppo bello...
L'uomo dal collo grosso pos una mano sulla
spalla della moglie in gesto di conforto.
 Meglio che entriamo in casa, disse. Vuole
accomodarsi, signore?
Io non risposi. Mi precedettero all'interno della
casa, e io li seguii. Entrammo in un piccolo soggiorno,
pulito ed ordinato come una sala operatoria.
Su tutte le poltrone, erano sistemati dei posa-testa
di pizzo. Sopra una mensola del caminetto,
uno specchio ottagonale. Sulla parete di fronte, una
fotografa di Joanna.
 Prego, si accomodi, disse la donna.
Mi sedetti. Si mise a sedere anche lei. Ma il marito,
quasi in un atto di ribellione, rimase in piedi.
 Non ha notizie di Miss Lang? chiese.
 No, dissi. Aspettavate di averne?
 Ecco... vede? Ci aspettavamo di averne, -
disse la donna, torcendosi le mani. Ci aveva scritto,
capisce? Disse che aveva intenzione di tornare
qui, di venire ad abitare nuovamente con noi. Eravamo
tutti... be', contenti. E la bambina, poi, era
al settimo cielo, vero?
 Al settimo cielo, ripet il marito cupamente.
 Alcune settimane fa ci aveva scritto dicendo
che sarebbe arrivata in tempo per il compleanno
della bambina, continu la moglie. E aveva
promesso... di portare dei vestitini per la bambola
di Pip. Quando era prima qui con noi, vestiva sempre
la bambola di Pip. E proprio poco prima di andarsene,
le aveva fatto una pelliccetta... ma cos bella...
col cappellino uguale. Diceva che cos la bambola
sarebbe stata ben coperta, equipaggiata per
l'inverno... Pip era innamorata di quella pelliccia e
di quel cappello. Joanna aveva scritto che avrebbe
portato degli altri vestiti per la bambola. E Pip non
riesce a credere che Joanna non verr...
 Non  mai... arrivata? chiesi.
 No. E non abbiamo saputo pi niente. Nemmeno
una parola, un rigo... disse l'uomo. E
nemmeno... un vestito per quella bambola, aggiunse.
  questo che mi preoccupa, disse la moglie.
 Poteva anche aver cambiato idea, d'accordo.
Succede, no? Ma non  da lei non aver mantenuto
quella promessa fatta a Pip, capisce? Perch
avrebbe sempre potuto spedire i vestiti per la bambola
della bambina!
 Avrebbe dovuto spedirli! disse l'uomo.
 Sono sicura che c' una spiegazione. Deve
esserci, disse la donna.
L'uomo non disse nulla, ma la sua espressione
era abbastanza eloquente. Quale spiegazione?, egli
pareva chiedersi, e chiedere agli altri.
 Pip non vuole crederci, capisce? disse la
donna, aggrottando la fronte. Ogni mattina che
si alza chiede: Oggi arriva?. E pensare che stava
cos bene, prima di questa storia, Era ormai molto
tempo che stava proprio bene...
 Quando avrebbe dovuto arrivare qui Miss
Lang? chiesi.
 Adesso glielo dico con esattezza, esclam
la donna, alzandosi dalla poltrona. And a prendere
la busta da dietro l'orologio sulla mensola del caminetto
e ne estrasse un foglio.
 Ecco qua, vede?
Joanna Lang avrebbe dovuto arrivare a Northfolk
il giorno dopo la morte di Madeleine Fawcett.
 Mi dispiace, dissi. Vorrei tanto avervi
portato buone notizie. Ma nemmeno io so dove sia,
avevo sperato di scoprirlo proprio da voi. Mi dispiace,
 dissi ancora, quando lei non rispose.
Scosse la testa, come a voler riprendere il controllo
di se stessa.
 Deve accettare una tazza di t, disse.
 Va' a chiamare Pip, disse a suo marito, mentre
io metto il bricco sul fuoco.
Uscirono entrambi dal soggiorno e io rimasi solo,
davanti alla fotografia di Joanna Lang. Dopo un
momento udii uno strano suono. Come il suono di
un piccolo mantice. Mi guardai intorno. Sulla soglia
era comparsa una bambina. Non bella. I capelli
le pendevano smorti, sulle guance. Aveva la
candela al naso. Le mani erano avvolte in bende
macchiate.
Diavolo, pensai senza rendermi veramente conto
di come stavano le cose. Possibile che sua madre
non potesse cambiarle quelle bende? E farle soffiare
il naso?
Poi, di colpo, ricordai. Le bende erano macchiate
dall'unguento che doveva essere trapelato da sotto.
E il nasino di quella povera bimba aveva una continua
perdita. Quel suono di mantice., era l'asma
che la tormentava.
L'asma e l'eczema.. quei due disturbi che Joanna
con il suo amore aveva fatto scomparire, erano
tornati, in pieno.
 Ciao, disse. Entr nel soggiorno. Anche se
aveva perduto i due denti davanti era pi graziosa
quando sorrideva.
 La mamma ha detto che tu sei un amico di
Joanna, disse.
 Non proprio un amico. La... la conosco, -
dissi, senza avere l'impressione di mentire.
 Viene, vero? disse Pip. Che giorno verr,
lo sai? Magari luned? O marted? O mercoled?
O...
Si ferm. Quel suono sibilante, da soffietto, aveva
ripreso pi forte di prima.
 Non lo so, Pip, dissi il pi gentilmente
possibile. Non posso farti una promessa precisa.
Non credo di aver mai odiato nessuno cos intensamente
come odiai Joanna Lang in quel momento.
Dolcezza, pensai.
Dolce ladra di mariti. Dolce attrice che non paga
i debiti. Dolce ingannatrice di bambini. E, come
conclusione, dolce assassina.
Accadde il luned. Mentre uscivo dal portone di
casa, trovai un agente ad aspettarmi.
 Il signor Gibbon? David Gibbon ? chiese.
 S.
 Vuole essere cos gentile da venire al commissariato?
 Adesso? chiesi. Sto andando a lavorare.
 Oh, non adesso, subito, signore. Non  necessario.
Non  cos urgente. Lei termina il lavoro... a
che ora?
 Potrei essere libero per le quattro.
 Capisco. Consult la sua agenda. Allora,
diciamo... alle quattro e trenta? Quattro e un
quarto?
Meglio al pi presto possibile, pensai.
 Quattro e un quarto.
 Molto bene, signore.
In qualche modo feci passare quella giornata,
desiderando in cuor mio di essermi recato subito
al commissariato, questa mattina stessa, e al diavolo
il lavoro: tutto, piuttosto che quell'agonia di
attesa.
Alle quattro in punto schizzai fuori dalla banca.
Il commissariato di polizia era a meno di cinque
minuti di distanza, considerando di fare il percorso
a piedi.
Camminai avanti e indietro sul marciapiedi di
fronte, sino a quando furono le quattro e tredici
minuti. Poi entrai.
 David Gibbon, dissi all'uomo all'entrata
dietro la scrivania.
 Il signor Gibbon? S,  atteso. Consult un
registro. S. Ma pare che lei sia arrivato un poco
in anticipo, signore. Le spiace aspettare?
 In anticipo? chiesi.
 Io qui vedo il suo appuntamento fissato per
le quattro e trenta. Forse c' stato qualche sbaglio?
Io sapevo che sbaglio non c'era, da parte mia
almeno. Ma dissi lo stesso:
 Va bene cos. Non si preoccupi.
Mi fecero passare in un corridoio col pavimento
a mattonelle, e delle panchine allineate contro la
parete di fronte alle porte a vetri dei vari uffici. Si
udivano delle voci provenienti da quei locali.
 Dir all'ispettore che lei  qui, signore.
Non sapevo per che cosa ero stato convocato.
Non sapevo niente e quella cortesia fin per deprimermi.
 E va bene, dissi. Sono in anticipo. Aspetto,
guardi.
Le voci dietro alle porte a vetri continuarono a
risuonare poi si fecero pi vicine, e la porta si apr.
Sulla soglia dell'ufficio, davanti a me comparve il
dottor Fawcett.
 Grazie, signore.  tutto per ora, sentii
qualcuno dire. Ci metteremo in contatto con lei
se avremo bisogno di altri chiarimenti.
E di fianco, quasi alle mie spalle, l dove il corridoio
faceva una curva, risuon la voce di una
donna:
 Qui?
E una voce maschile rispose con formale cortesia:
 Da questa parte, prego.
Il dottor Fawcett, che si era fermato un istante
accanto alla porta, a dire qualcos'altro che non avevo
afferrato, ora si mosse e la voce disse quasi alle
mie spalle:
 Da questa parte, Miss Lang.
Mi girai. Indossava un tailleur leggero grigio,
molto semplice; e il cappello con una piccola tesa,
pure grigio, che le teneva in ombra la parte superiore
del viso. Semplici guanti marrone e borsa
uguale, semplici scarpe marrone, col tacco basso.
Non pare un'attrice, pensai stupidamente.
Poi la guardai in faccia.
Era pallida, bruna, teneva gli occhi bassi, le ciglia
folte le risaltavano scure sulle guance pallide,
cos che non vidi subito i suoi occhi. Assomigliava
a Madeleine, e non le assomigliava. L'altezza, la corporatura,
la forma del viso, i lineamenti fini, ben disegnati...
erano gli stessi. Ma il pallore era... non del
tutto sano, pensai. C'era qualcosa di morto in lei,
una quiete mortale che era ben diversa dalla profonda
fresca tranquillit che avevo tanto amato in
Madeleine.
Poi, improvvisamente, lei alz gli occhi, e senza
che il suo viso cambiasse realmente d'espressione,
parve che una sorta d'insolenza si impossessasse di
lei, una sfida, un'aria di bravata...
Un baleno, appena, e quell'espressione... che non
era un'espressione, ma come il riflesso di qualcosa
che lei aveva dentro, scomparve. Ma era stato abbastanza
perch io pensassi alla cattiveria, al male.
Il mio cuore prese a battere furiosamente. La
donna continu ad avanzare a passo deciso. Oramai
il dottor Fawcett era quasi al mio fianco. Il corridoio
era piuttosto stretto, e quando lei si spost leggermente
per far posto al dottor Fawcett, sentii la
sua mano sfiorarmi il ginocchio. Il dottore la vide.
Si ferm di colpo. Non vide me. Vedeva solo lei. E
tremava.
 Tu... egli sussurr. Tu...
Era diventato pallido come un morto. Il suo stupore
era stato improvviso, acuto, genuino. Lei non
si ferm, non gli rivolse una sola parola.
 Da questa parte, Miss Lang, disse una volta
ancora l'agente, nell'aprire la porta davanti a noi.
Entrarono nell'ufficio. Il dottor Fawcett rimase
per un momento a guardarla, poi un poco alla volta,
lentamente, si ricompose. Rialz la testa. Sollev
le spalle. Si port una mano al nodo della cravatta.
Poi si allontan, a passo veloce, soprapensiero.
Sul pavimento, davanti ai miei piedi, vidi un pezzettino
di carta. Lo guardai senza sapere che fare.
Poi mi chinai velocemente, lo raccolsi, ma non osai
mettermi a leggerlo. Per prima di ficcarmelo in tasca
vidi la firma: Joanna.
Era un biglietto scritto per lui, per il dottor Fawcett...
ma consegnato a me.
Cominciai a pensare... a pensare... a pensare. Ma
sicuro! Perch non l'avevo capito prima? Era lei
l'assassina. Lei aveva la ragione, il motivo per farlo;
aveva i mezzi, attraverso l'amante, per farlo; aveva
l'opportunit. Era stata l'ultima a vedere Madeleine,
da viva.
Aveva anche, lo sentivo, la capacit di uccidere.
Lasciami tranquilla sino a domattina, aveva
detto Madeleine a Ren. E Ren le aveva obbedito.
Cos... Joanna aveva avvelenato la cugina, le aveva
fatto bere una bibita mortale, poi era uscita da sola
di casa, aveva telefonato ai Blenkinsop, era
scomparsa sino a quando le sarebbe parso il momento
opportuno di rifarsi viva con il dottore senza
suscitare sospetti, senza correre inutili rischi. Aveva
pensato agli Annunci Personali per mettersi in
contatto con il suo amante e...
 L'ispettore adesso pu riceverla, signore, -
disse in quel momento l'agente.
L'ispettore sedeva dietro una larga scrivania, con
la sua solita espressione allegra e cordiale.
 Si accomodi, signor Gibbon, disse.
Mi sedetti di fronte a lui.
 Allora, mettiamo prima di tutto in chiaro
questa faccenda. Quand' che lei ha incontrato per
la prima volta la signora Fawcett?
Dovetti fare uno sforzo, anche solo per prestare
attenzione a ci che mi stava dicendo. Egli ripet
la domanda e io risposi:
 Nella banca dove lavoro. In quella occasione
ebbe una specie di svenimento.
 E poi ancora, dove?
 Ai Kew Gardens.
 Pi di una volta.
 Due.
 Vi eravate dato appuntamento?
 No, dissi.
 Capisco. Tutte e tre le volte si  trattato di
un caso. Poi la signora le ha scritto questa lettera?
L'aveva sulla scrivania, davanti a s.
 E basandosi su questa lettera e su quei tre incontri
avvenuti per caso, lei fece quanto la... la signora
Fawcett le chiedeva?
 S, dissi.
Rimase un istante soprapensiero. Poi chiese:
 Immagino che la signora Fawcett, prima di
morire, le avr detto qualcosa su di s, sulla sua
vita...
 S.
 Vorrei sapere che cosa le ha detto.
 Non ho idea di che cosa... e di quanto... lei
voglia che io le dica.
 Non tralasci niente, anche se le pu sembrare
poco importante.
Immagino che avrei anche potuto rifiutarmi di
rispondergli. Ma ormai mi sembrava fuori questione,
inutile. Gli ripetei, brevemente, il succo delle nostre
conversazioni... Il mio tono, la mia voce, erano
automatici come un disco.
 Capisco. E su quella base... la base di quanto
la signora le aveva detto, e su quanto aveva scritto
nella lettera, senza porsi un dubbio, senza esitare,
lei ha fatto quanto la signora le chiedeva.
 S, risposi.
 Allora forse vorr dirmi esattamente a che
punto  arrivato con la sua inchiesta personale.
Gli elencai i miei movimenti, automaticamente,
senza avere la sensazione che ero io a parlare, io a
recitare.
 Vedo. Proprio un detective in gamba! l'ispettore
disse amabilmente. Bene, per il momento
 tutto. Se avremo bisogno di lei la faremo chiamare...
Allora mi sentii dire:
 Senta... voi della polizia siete riusciti a trovare
Miss Lang. Sarebbe troppo chiedervi come avete
fatto?
Mi guard con una certa sorpresa e io stesso,
credo, mi sorpresi per quella che avrebbe potuto
essere considerata la mia temerariet.
 Lei... l'ha vista di fuori, nel corridoio? disse
l'ispettore.
 Solo per un istante.
 Bene. Potrebbe tornare utile per la sua professione
di scrittore, vero? C'era davvero una nota
di sarcasmo nella sua voce o la immaginavo soltanto?
Era difficile dirlo con sicurezza. Vidi che continuava
a guardarmi con una certa benevolenza. -
Dopo tutto, lei ha raccontato un sacco di cose, ci
ha messi sulla pista buona con quell'Annuncio Personale.
Potrei anche ricambiarle la gentilezza... Non
c'era l'indicazione di nessuna casella postale in calce
all'annuncio. Lei non avrebbe avuto la possibilit
di saperne di pi. Ma il giornale, naturalmente,
richiede sempre l'indirizzo di chi fa l'inserzione cos,
per noi della polizia... Capisce? Non  stato difficile.
Rimasi seduto immobile. Non avrei nemmeno
potuto muovermi, tanto quel pensiero mi aveva paralizzato.
Avevo ragione, dunque, stavo pensando.
Era suo quell'annuncio. Suo, di Joanna Lang.
 Bene, signor Gibbon,  tutto. Per ora. Premette
il campanello che aveva sul lato della scrivania
e, quando venne avanti l'agente, gli disse: Accompagna
fuori il signor Gibbon, per piacere.
Non mi resi esattamente conto di nulla dal momento
in cui mi alzai da quella sedia, a quando mi
ritrovai fuori, nella strada.
Poi tornai alla vita.
Entrai in un bar vicino e davanti alla tazza di
caff mi tolsi dalla tasca il biglietto spiegazzato e
lo lessi.
C'era un indirizzo, in un quartiere sul fiume, a
Wraysbury, seguito da poche parole: Sar qui domani
dalle quattro del pomeriggio in poi. Ti aspetto.
Il buon senso, quel poco di buon senso che avevo,
mi disse di riportare immediatamente quel biglietto
al commissariato di polizia. Invece non mi
mossi. Visto che ero arrivato sin l, decisi di andare
sino in fondo. E da solo.


Capitolo Sesto.

Alle tre e un quarto il giorno dopo, in banca, Jenkins
disse:
 Ti vogliono al telefono, ragazzo mio.  una
signora.
Era Jacky.
 Ascolta, Dave, disse. So che non ti piace
essere chiamato al lavoro, e prima non l'ho mai
fatto, ma... Ti prego, portami fuori, questa sera. Andiamo
in qualche posto.
Rimasi immobile, con il ricevitore in mano, a
guardarlo. Sentii Jacky dire con una vocetta debole
e distorta:
 Dave... Dave? Mi riportai la cornetta vicino
all'orecchio. Per favore vediamoci questa sera e...
 Mi dispiace, non posso, dissi.
 Non puoi proprio... non so... rimandare questo
tuo impegno?
 Jacky, mi dispiace...
 Dave, disse lei, molto quietamente, e se
te lo chiedo io? Non ti ho mai chiesto niente, prima...
Ci fu una lunga pausa, poi io dissi:
 Perdonami, non posso, Jacky, questa sera.
Ci fu una pausa ancora pi lunga poi Jacky disse:
 Va bene, Dave. Solo non dire: perdonami.
Era una piccola costruzione, un bungalow, di fianco
al fiume. Quando mi avvicinai sentii molte voci,
voci di giovani, sull'acqua e la musica di un grammofono.
Suonai il campanello. Una voce dall'interno
disse:
 La porta  aperta. Entra.
Era aperta, infatti, ed io entrai.
Un debole strano odore mi sal alle nari, un odore
che non riuscivo ad identificare bene, acre, muffoso,
e uno strano silenzio, pesante, statico.
Alla mia sinistra, in fondo ad un corridoietto,
intravidi una cucina con una pigna di padelle nell'acquaio
e sul ripiano del lavandino un ammasso di
tazzine usate, sistemate in precario equilibrio. Davanti
a me, sulla destra c'era una porta socchiusa.
La spalancai e mi feci avanti.
Una porta finestra guardava su un giardino, in
lieve discesa sino al fiume. Di fuori c'era un tendone
per il sole a strisce bianche e rosse. Sottili tendine
arricciate coprivano i vetri, e sopra le tendine
pendevano tendaggi pi pesanti, opachi. Per questo
il locale era in penombra.
Tutto il locale aveva quell'aria vagamente irreale,
raffazzonata, degli appartamenti in affitto completi
di mobilia, quell'assenza di una personalit
qualsiasi. Su un tavolino basso tra il divano e le
poltrone c'era un posacenere colmo di mozziconi di
sigarette, un vassoio con delle bottiglie di liquore,
una pigna di libri all'apparenza almeno nuovi, e un
tagliacarte.
Mentre osservavo tutto ci dalla soglia, una mano
bianca si allung a prendere il tagliacarte, e
un'altra prese gi dalla pigna il primo dei libri. Poi
le due mani, come fossero prive del proprio corpo,
aprirono il libro e cominciarono a tagliare le pagine.
Cercai di ricompormi, con un violento sobbalzo.
Alzai gli occhi e vidi la donna allungata sul divano.
Era bruna, come gi sapevo. Era pallida. Gli occhi
scuri, nel viso pallido, in ombra, brillavano di
una luce innaturale. Mi guardava, sorridendo. Intravidi
il lampo dei suoi denti candidi.
 Miss Lang? chiesi.
Emise una piccola risata bassa, di gola.
 Lei non... non aspettava me, vero? dissi.
Rise di nuovo, poi fece una pausa, quindi esclam:
 Ah... no? Aveva la voce profonda, lenta,
carezzevole, con una sfumatura di difficolt di linguaggio.
La voce di un'attrice, pensai. E pensai anche:
questa voce non mi  nuova. Lei crede davvero
che non la stessi aspettando? ripet, e si mise
a ridere.
Mi feci avanti nella stanza, e lei non si mosse.
Poco dopo disse:
  buio qui dentro. Oramai la vampa del sole
 passata. Vuole tirare le tende, per favore? E arrotolare
il tendone bianco e rosso?
Quando tirai i pesanti tendaggi, la chiara luce
della sera invase il locale.
 Venga qui a sedersi.
Tornai vicino al tavolo.
Giaceva distesa sul divano, immobile, e mi sorrideva.
Aveva gli occhi cos vividi, brillanti... e una
carnagione traslucida. Non avevo mai visto, prima,
una donna cos bella. Mai. Solo... qualcosa non andava,
non andava proprio.
 Sono proprio vera, sa? disse.
Continuai ad osservare con aria scioccamente
staccata quegli occhi spalancati, le ciglia arcuate dal
mascara. Poi la vidi: sulla destra della scriminatura
dei capelli, la mche dorata, che ora cominciava
a sbiadirsi. Chiusi gli occhi.
 Lei! gridai. E, dopo una lunga pausa: -
Madeleine Fawcett.
 S, proprio io. Torn a ridere dopo un momento.
  meglio che si sieda.
Mi sedetti.
 Si versi qualcosa da bere, disse subito dopo.
 E ne dia un bicchierino anche a me.
Scarsamente conscio di ci che facevo, con la
mano incerta tra le bottiglie, versai del gin per lei
e del whisky per me. Le porsi il suo bicchiere e alzai
il mio, e vidi che mi tremava la mano.
 Non  possibile! mi sentii dire, rendendomi
conto, nell'istante stesso che sentivo quelle poche
parole, che erano le stesse pronunciate dal dottor
Fawcett.
  possibile... io sono vera, disse lei tranquillamente.
 Sono qui. Sono stata ad aspettare.
 Lei aspettava me.
 Naturalmente.
 Ma non capisco...
 Non capisce? Non capisce che cosa? Oh, comprendo,
 disse. Non capisce che era Joanna la
morta, non io. S, lei  morta. Lei s. Ma io sono
qui.
Non riuscivo a capire.
Per il momento le implicazioni pi complete di
quanto lei mi aveva detto mi sfuggivano, inutile
cercare di cavarne qualcosa di logico. Stavo impazzendo...
Per questo mi fissai sui dettagli. E dissi:
 Ma come poteva sapere... Lei non lo sapeva
ieri, al commissariato di polizia, che io sarei stato
l.
 Non lo sapevo, prima. Poi ho sentito fare il
suo nome, dall'agente all'entrata. Era per via dell'orario
dell'appuntamento con l'ispettore. Avevano
fatto un po' di confusione, a quanto pare. Ma comunque
avrei lo stesso trovato il modo di farle pervenire
il mio biglietto, se non l'avessi trovato l,
pronto, che aspettava...
Sorrise. Era quieta e tranquilla.
Ingollai il liquore in un sorso solo. Mi corse gi
per la gola, fuoco liquido. Respirai due, tre, quattro
volte, a fondo, penosamente. E poi...  difficile
descrivere ci che provai. Mi sentii all'improvviso
molto tranquillo, immobile. Una calma profonda e
pesante come un sonno cominci a incatenarmi.
Lei mi tese la mano. Io rimasi seduto a guardare
quella mano. Poi lei sorrise. Io mi chinai in avanti
e presi la mano. Era fresca, come la ricordavo. Una
mano ben rifinita, da scultura.
 Si sente... bene? chiese dolcemente. Io
ho sempre pensato a lei. E lei ha pensato a me?
La mia voce, leggermente impastata come la
sua, rispose la verit:
 Sempre.
Lasci andare la mia mano. Si port la sua, a
palmo in fuori, sulle tempie.
  passato cos tanto tempo... tanto tempo,
 disse. Ma adesso  qui, con me...
Sorrise in maniera diversa, ora. Quasi le si formarono
le fossette, sulle guance.
 Mi versi ancora da bere, disse.
Poi parve dimenticarsi di me per un po'.
 Come  cominciato tutto quanto? Come fanno
le cose a cominciare? disse lei all'improvviso,
crogiolandosi in una sorta di delizia.  cominciato...
oh, sapesse quanto tempo fa!
Era l, distesa sul divano, che sorrideva al soffitto.
  forse cominciato al Parco? si chiese alla
fine, con voce sognante. Oppure a Ceylon, quando
ero bambina? Ero una bambina, allora! Disse
quell'ultima frase con una voce da bimba. Fu
quando corsi nella giungla... gliel'ho detto, ricorda?
Quando mi svolazzavano intorno magnifici uccelli e
lanciavano il loro richiamo. Uccelli splendidi, erano.
Avevo voluto ucciderla. Avevo cercato di ucciderla,
s, lei, Joanna.
Pareva che non stesse nemmeno parlando a me.
 Per questo mi lasciarono andare, disse
con una strana voce piatta, lenta, come se stesse
scoprendo solo ora la verit. Erano preoccupati
per lei. Erano ansiosi per lei. Sempre per lei, lei,
lei... Avevo voluto ucciderla, s, stavamo giocando
ad un gioco con la palla e la racchetta e lei vinse.
Allora le strappai di mano la racchetta, e gliela
sbattei con forza sulla testa, avrei voluto spaccarle
quella brutta faccia stupida...
Rise, una risatina breve e acuta come il ticchettio
di un'unghia contro il vetro.
 Non volevano credermi, disse. Nessuno
mi credeva mai. Si gir a guardare me sorpresa.
 E nemmeno lei, Joanna, mi credeva. Glielo dicevo
la notte: Volevo ucciderti, e ci riprover! Ma lei
non mi credeva. Non poteva credermi.
Scosse la testa, come disperandosi di fronte ad
una noiosa stupidit.
 Mia madre mor quando venni al mondo, -
disse, annodandosi le mani sotto la testa reclinata
all'indietro. Sua madre invece era viva. Lei aveva
tutto, tutto. Tutti volevano bene a lei... non a me.
A me mai. Si metter a ridere quando glielo dico.
Era lei la sola che mi amava. Lei sola.
Vi fu un altro lungo silenzio. Si stava accarezzando
i capelli con il dorso della mano, la mano
scese sino al collo, si gir, prese tra le dita lo chignon
raccolto sulla nuca. Girando la testa di lato,
sorrise di nuovo.
 Poi mor anche la sua di madre, disse, e
adesso la sua voce era pi aspra, pi acuta e, mi
parve, pi vecchia. Mor, quando noi due eravamo
ancora ragazze. Di mal di cuore. Io venni rimandata
a scuola in Inghilterra. Joanna rimase a Ceylon.
Avevo pensato che quando fossi tornata a casa sarebbe
stato diverso. Invece fu lo stesso. Tutti notavano
lei, sempre. Era come se io non ci fossi. Tutti
si accorgevano di lei, e le volevano bene.
Si fece seria, perplessa.
 Tutti l'amavano, disse. Quando andavamo
a Kandy, al club, a ballare, tutti le si facevano
intorno. Una volta mi vestii come lei; mi acconciai
i capelli come faceva lei, presi la macchina e andai
a Kandy da sola, prima che Joanna fosse pronta.
Lei aveva un abito blu, blu scuro, blu notte. Il mio
era di un pallido azzurro... ma identico, come una
copia carbone. Per un momento tutti pensarono che
io fossi la cara dolce Joanna. Fintanto che dur la
finzione fu meraviglioso... meraviglioso! Poi... Joanna
si accorse che l'abito era sparito e pens che le
avessi voluto fare uno scherzo. Cos indoss il mio,
quello azzurro pallido, e poi si fece accompagnare
al club da qualcuno... Ma quando lei entr nel locale,
vestita come me, tutti capirono. Tutti sentirono
da chi di noi due emanava la vera dolcezza... Era
inequivocabile.
Rimasi seduto, immobile. E una voce dentro di
me intanto diceva: Qualcosa non va in questa storia.
I particolari non combinano, i pezzi del mosaico
non collimano. Qualcosa non va. Ma allora non
sapevo ancora che cosa. Poi pensai. S. S, Joanna
sapeva recitare... ma quella sera non aveva recitato
affatto. Per lei era stato un gioco. Ma per Madeleine
non lo era. Era stata Madeleine a recitare, in quell'occasione.
Adesso lei aveva cominciato a girare per la stanza.
In fretta, sempre pi in fretta.
 Avevo un po' di soldi. Tornai in Inghilterra,
 disse. Poi conobbi Howard. E lui mi adorava.
Ci sposammo. E lui continu ad adorarmi per... s,
quasi per sei settimane. Sei settimane! ripet,
voltandosi dalla mia parte, a guardarmi.
Si ferm. Qualcosa cambi nella sua espressione.
Era come se fino a quel momento avesse descritto
la trama di un film. All'improvviso le immagini erano
scomparse dal riquadro luminoso, e lei adesso
non sapeva pi che dire, non aveva pi parole, pi
materia per proseguire nel suo racconto.
Camminava ancora pi in fretta, torno torno la
stanza. And a sbattere contro la seconda poltrona,
inciamp, quasi cadde. Mi rialzai con uno scatto e
le andai vicino. La sentii pesante, senza vita, tra le
mie braccia. L'aiutai a tornare sul divano.
 Nella mia camera. Ci sono... delle pillole. In
una scatolina. Sulla toletta, disse. Le mancava
il respiro... ansimava.
Abbandonata sul divano ora giaceva inerte. La
sua faccia, pallida prima, adesso era bianca. Ricordai
quel giorno al parco, sul porticato del piccolo
museo, con le ombre delle foglie e dei rami che le
rigavano il volto, e io che pensavo:  cos che
sar da vecchia.
Adesso aveva quella stessa espressione. Gli occhi
privi di vita, la pelle morta come carta velina
spiegazzata. Stava male... di questo ne ero sicuro.
 Vado a prenderle, dissi. Torno subito.
Andai nel corridoio e l'attraversai, dirigendomi
verso una porta chiusa oltre la cucina. L'aprii e mi
fermai di colpo, sulla soglia. La stanza davanti a
me era come una grottesca replica di quell'altra
camera che avevo gi visto. C'erano tanti sbuffi,
tanti veli arricciati, sul letto, alle finestre. Ma qui
tutto era in disordine, mal tenuto. Il letto era sfatto.
Sul tavolo di fianco al letto un posacenere era stracolmo
di mozziconi.
Era proprio vero che un tempo io avevo pensato
che la stanza tutta fronzoli avrebbe dovuto appartenere
a Joanna; e che la stanza casta, austera di
Joanna avrebbe dovuto essere quella di Madeleine?
Mi avvicinai alla toletta. Sul ripiano del mobile,
tra un ammasso di vasetti, di bottiglie, di cipria rovesciata,
una spazzola piena di capelli, un pettine,
c'era una scatoletta di cartone schiacciata.
Ricordai di aver pensato... e mentre ricordavo
mi sal dalla gola una risata amara... ricordai di
aver pensato, quel primo giorno in banca: Le sue
pillole saranno conservate in una scatolina d'argento.
Che cosa mi spinse a farlo, non lo so. Forse stavo
cercando quella scatolina. Aprii un cassetto. Era
pieno zeppo di calze, sciarpe, fazzoletti, guanti.
Aprii l'altro, immediatamente sotto. Era pieno...
pieno zeppo anche quello di mazzette di banconote.
Era cos, naturalmente, che aveva potuto continuare
a vivere, adesso che era morta. Era cos
che aveva potuto vivere come Joanna Lang. Ritirando
in anticipo i soldi dalla banca, un poco alla
volta, mettendoseli da parte... Come si era messa da
parte, probabilmente, anche le pillole, gentilmente
prescritte dal dottor Walters.
Riportai la scatoletta nel soggiorno. Gliela misi
in mano.
 Mi versi qualcosa da bere, disse.
Le versai un po' d'acqua minerale in un bicchiere
e glielo tesi. La sua mano cerc a tastoni il bicchiere.
Si gir a guardarlo, sorseggi il liquido, e
disse:
 No, da bere, ho detto. Un liquore.
 Ma lei non si sente bene, dissi. Non 
forse meglio...
Allora cominci a gridare:
 Da bere... un liquore, un liquore, liquore, liquore,
liquore...
Feci come mi diceva. Alcool e pillole. E quella
strana irreale bellezza che era la sua... S, certo, c'era
un nesso tra queste cose. Quella bellezza, l'alcool
e le droghe.
Non so quanto a lungo rimase l distesa. Poi
all'improvviso si drizz a sedere, posando i piedi
per terra. Forse dieci minuti. Ma potrebbe essere
stato anche di pi. Sedeva composta con i piedi vicini
l'uno all'altro sul pavimento, le mani posate
sul divano, le braccia allineate lungo i fianchi. Teneva
lo sguardo fisso davanti a s.
Avevo visto la raffigurazione di qualcuno una
volta... non so se era una regina egiziana, una regina
comunque, che aveva la sua stessa espressione. Orgogliosa.
Coraggiosa. Altezzosa.
 Howard mi adorava, disse. Dur... no,
non sino al compimento della sesta settimana. Poi
cominci a odiarmi. Almeno, io lo chiamo odio...
quel niente gelido, quell'aria pia. Era cos buono,
cos gentile, cos tenero, cos comprensivo. Da principio.
Poi, poi pi niente, niente del tutto. Il vuoto
venne tra noi due.
Si sporse verso il vassoio e si vers un altro bicchiere
di liquore. Alz gli occhi a guardarmi da sotto
le ciglia coperte di mascara. Era un'occhiata astuta...
come se volesse flirtare con me. Ma no, era
qualcosa di meno, e qualcosa di pi. La sicurezza
del suo potere su di me.
Poi sollev il viso verso il soffitto e assunse nuovamente
un'espressione sognante.
 E cos si and avanti per tanto tempo, mi
disse. Anni. Alle volte avrei avuto voglia di qualcosa...
Una cosetta da poco, una piccola scenata.
Qualche... fastidio, per fargli capire che io sapevo il
vuoto che aveva nei miei confronti. Ma lui non voleva
stare al gioco. Non c'erano scenate tra noi, n
piccole n grandi. E cos and avanti. Per anni.
Inclin la testa di lato e prese ad osservarmi.
Eppure, mi dissi, con tutta probabilit lei nemmeno
mi vedeva.
 Una volta, continu, ancora nei primi
tempi, mi disse che pensava non stessi bene, e mi
port da un medico. Era uno specialista in malattie
mentali. E uno sciocco. Era sciocco, sciocco! E Howard
fu stupido in quell'occasione.
Si port il bicchiere alla bocca, dischiuse le labbra,
batt con l'orlo del bicchiere contro i denti
serrati.
 Lei l'avrebbe pensato che sarebbe venuta anche
qui, in Inghilterra, la dolce Joanna? L'avrebbe
mai pensato? ripet. Lei non l'avrebbe pensato,
no?, che mi avrebbe seguito a Londra, per prendersi
ci che avevo? Fu molto buffo. Rise, quasi.
 Pensai, non voleva venire... a trovarmi, a casa
mia, voglio dire. Non voleva vedermi. Ma dopo sei
mesi venne a vivere vicino a me. Gliel'aveva chiesto
mio padre... immagino perch gli mandasse mie notizie,
che stavo bene e cos via. E lei lo accontent.
Era sempre cos gentile, obbediente... E poi... ma se
era buffo! disse. Un giorno si fece vedere, perch
in fondo non ce la faceva proprio a star lontana
da me. Io ero stata la sua compagna di giochi, colei
che aveva condiviso la sua infanzia. E aveva un segreto,
e sentiva il bisogno di confidarlo a qualcuno.
Non rivelare a nessuno quello che sto per raccontarti,
mi disse. Me lo prometti? E io promisi. E
allora... oh,  davvero molto buffo, a pensarci. Io
che l'avevo invidiata tanto, perch aveva quello che
io non avevo seppi che in realt lei aveva la stessa
malattia di cuore di sua madre. Era andata a farsi
visitare da un medico. Capisce? Malata di cuore, vizio
congenito. Non le rimaneva molto da vivere. E
non voleva che nessuno lo sapesse, mi disse, voleva
continuare a vivere come sempre, finch era possibile,
senza che gli altri lo sapessero. Come se lei
stesse bene, come se niente fosse...
S'interruppe, poi riprese il suo racconto.
 E How...ard... Howard si innamor di lei. -
Sorrise. Dopo di allora Joanna prese a venire a
casa nostra con maggiore frequenza. Si sentiva, suppongo,
un poco come a casa sua. Ci assomigliamo
molto, sa? Siamo della stessa statura. Abbiamo la
stessa carnagione, la stessa forma di viso, gli stessi
lineamenti, e... Parlava come se Joanna fosse ancora
viva. Poi il sorriso le si spense sulle labbra. -
Lei era la donna che Howard voleva, capisce? Quella
che egli aveva pensato, creduto che io fossi. Quella
che aveva adorato in me quelle prime settimane.
E ora... ora egli trovava in lei tutto ci che un tempo
aveva creduto di aver trovato in me.
Ripose il bicchiere sul vassoio, ma tenne le dita
strtte attorno al bicchiere per mezzo minuto, forse,
prima di lasciarsi ricadere la mano lungo il fianco.
 Quando cominci? disse, alzandosi in piedi,
e riprendendo a girare per la stanza. Oh, non
 che cominci in effetti... Crebbe, il male, perch
era una cosa congenita. Latente c'era sempre stato.
Il mal di cuore, voglio dire. S'impara molto, sa?, ad
essere la moglie di un medico. Il mal di cuore  un
disturbo che si nasconde facilmente, se  questo che
si vuole. Ed  anche molto difficile farne la diagnosi...
precisa, sicura, senza timore di sbagli, di equivoci.
S, ci sono un paio di sintomi che per un medico
sono indicazioni sicure, che gli permettono di
capire di che cosa si tratta senza ombra di dubbio.
Ma non sempre... non necessariamente... si verificano.
A parte questi ci sono altri disturbi, ma molto,
molto difficile da controllare, da valutare in giusta
misura. Svenimenti. Mancanza di respiro. Quel genere
di cose che possono esserci anche per altre
cause che non sia il mal di cuore. Joanna stava morendo,
era malata ,ma nessuno lo sapeva all'infuori
di me. Cos cominciai a pensare: Lei  ammalata.
Perch non anch'io?
Era accanto alla porta finestra, ora, una mano
appoggiata al listello della porta sopra la sua testa,
e guardava fuori, verso il giardino in discesa, il
fiume.
 Oh, si amavano molto, lei disse. Si adoravano.
Si adoravano cos tanto da non accorgersi
nemmeno che io avevo capito.
Si gir di scatto a guardarmi in faccia.
 Non avevo fatto nessun progetto, non avevo
pensato a niente... prima, disse. Solo, le cose
mi vennero in mano, da sole, cos per dire. Gli avvenimenti
pareva che obbedissero a quello che era
il mio desiderio, ancora prima che io stessa lo avessi
formulato nella mia mente, prima che ne fossi realmente
conscia. Prima la sua malattia di cuore. E poi
la mia. E poi Ren venne a casa nostra. Ren venne
press'a poco nel periodo che conobbi lei...
Fece una pausa, avanz di qualche passo, rimase
a guardarmi, intenta, passandosi una mano sulla
nuca, poi sul mento.
 Ren era una sciocchina, disse con tono
gentile. Credeva a qualsiasi cosa le si volesse far
credere. Gliene ha parlato? Del serpe maligno che
striscia tra l'erba e cos via? Fu cos che le feci
credere fosse la dolce Joanna. E cos lei la vedeva.
La mano si mosse dal mento. Con la punta dell'indice
si sfior la punta del naso. E sorrise.
 Anche il dottor Walters  uno sciocco, disse.
 Molto giovane. Piuttosto vanitoso. Molto pieno
di s. Credeva a tutto ci che gli raccontavo. Non
si pose mai delle domande sui miei... sintomi. E
lei... La mano le ricadde lungo il fianco, poi si
rialz, a palmo in su, verso di me. Non  stato
anche lei piuttosto sciocco? disse, con una nota
tenera nella voce. Anche lei... piuttosto sciocco,
ma lei mi piaceva!
Dovevo ben cercare di dire quelle parole che mi
stringevano alla gola. Cos alla fine riuscii a chiederle:
 Aveva progettato tutto? Ha finto la... la sua
malattia? E ha fatto anche in modo che Ren ed
io...? Solo che... come poteva sapere...
 Ma non era ovvio? Sorrise. Presto o
tardi lo sapevo che lei sarebbe entrato in casa. E
l c'era anche Ren, Ren l'avrebbe vista. E lei era
un uomo. E Ren, mio caro, anche se viveva in un
mondo piccolo e meschino nella sua rispettabilit,
era pronta a fare qualsiasi cosa per un uomo...
Madeleine rise e quasi le rispuntarono le fossette
sulle guance.
 Gliel'ha dette bene le sue lezioni? chiese.
 Gliele avevo insegnate cos bene, ci avevo perso
del bel tempo. Lei era come un papagallo, imparava
tutto a memoria. Ha... ha giocato bene le mie carte?
Ricordai, allora, e mi resi conto di tante cose.
Le dissi cupamente:
 S. S! Ha giocato benissimo le sue carte.
Ognuna delle carte che le aveva messo in mano.
Ma fu come se avessi parlato ad un'altra, lei non
lo sent nemmeno. Non avvert il tono della mia
voce. Non si avvide dell'espressione che mi si doveva
esser dipinta in faccia. Tutto perso, per lei.
Faceva molto caldo, nella stanza, ma io mi sentivo
freddo, terribilmente freddo. Madeleine era
tornata sul divano. Si distese, dapprima, per poi
raggomitolarsi come un gatto, spingendosi i cuscini
sotto la testa.
 Mi dia ancora da bere, disse.
Feci come mi aveva chiesto.
 E cos, sospir, tutto mi cadde bellamente
in grembo. In maniera cos perfetta... Howard
aveva il suo convegno medico. Era facile supporre
che si sarebbe preso un altro giorno di libert,
farglielo ammettere, come se l'idea fosse stata sua.
Cos fui sicura che la domenica lui non sarebbe
stato in casa. Poi chiesi a Joanna di venire da me.
Sar sola in casa, oggi, le dissi. Joanna venne da
me, e io le feci una scenata. Ridammelo... restituiscimi
mio marito!. Lo sa? Joanna non poteva sopportare
le scenate. Io lo sapevo. Era sempre stato
cos. Avrebbe fatto qualunque cosa, qualunque, pur
di evitare una scenata.  un vantaggio che si ha
sulle persone che non sopportano le scene. Sorrise,
un sorriso astuto, furbastro. Un vantaggio
che io avevo su una persona che non poteva sopportare
di vedermi soffrire. Joanna non ce la faceva
a sopportare le scenate, e non ce la faceva nemmeno
ad affrontare la verit. Se mi avesse creduto, se
avesse creduto che facevo sul serio quando, tanti
anni addietro, le avevo urlato che era stata mia
intenzione ucciderla...
Madeleine si strinse nelle spalle, e sospir.
 Perci, le cose andarono cos. Eravamo insieme
in camera mia, al piano di sopra. Le raccontai
una storia di un abito mio che volevo darle. Scesi
da basso e dissi a Ren: Va tutto bene... penso che
andr tutto a posto. Miss Lang ha intenzione di
andar via, di partire. Io voglio dormire, bada di
non disturbarmi, per piacere, quando Miss Lang
uscir....
Fece una pausa. Parve raccogliere i pensieri, i
ricordi.
 S. L'abito. Si tolse il suo per provare il mio.
E fu facile. Un bicchiere versato, e dovette toglierselo,
infilare la mia vestaglia. E poi la scenata. Doveva
andare subito via, le dissi, darci la possibilit di
aggiustare il nostro matrimonio, di rabberciare la
nostra unione. Ma doveva andar via subito, immediatamente,
perch lei mi aveva rubato l'amore di
mio marito. Doveva scrivere una lettera ad Howard,
ora, subito. E, lei trover difficile crederlo, Joanna
si sedette e scrisse quella lettera. Si sedette e la
scrisse. Gliela dettai io. Scrisse seduta davanti alla
mia toletta. Le misi di fianco il bicchiere con un'altra
bibita, al posto di quella che si era rovesciata.
Con una cosina dentro... una piccola cosa... ma capace
di uccidere una donna con un vizio cardiaco
congenito. Una piccola, cara dose di droga... Avevo
messo la bottiglia dell'whisky sul vassoio, perch
l'whisky ha il sapore abbastanza forte da cancellare
il sapore delle pillole che le sarebbero state fatali.
A Joanna l'whisky non piaceva. Ma bast che le dicessi:
Oh, ma allora... dimmi che cosa ti piace, vado
da basso a prendertelo che lei mi rispose subito:
Ma no, non scomodarti, per favore. Mi va
bene questo, non ti preoccupare. E cos fui a posto.
Le preparai una bibita piacevole, un long
drink profumato all'arancia, e i due sapori sgradevoli
lei non li avvert nemmeno, n quello della
droga, n quello dell'whisky. Mi ringrazi, pensi,
perch aveva allungato l'whisky e avevo aggiunto
quel sapore d'arancia. Poi bevve tutto d'un fiato. E
intanto scriveva, scriveva tutto ci che le dicevo.
Una sola riga non le dettai. L'ultima. Madeleine
si mise a ridere. Guardai al di sopra della sua
spalla. La guardai mentre scriveva. Con tutto il mio
amore, per sempre. Buffo, sa?, quando ci si pensa.
Mi sentii il cuore sconvolto da una compassione
infinita, disperata. Potevo vederla, come fosse davanti
ai miei occhi, Joanna in quella stanza opprimente
da attrice cinematografica, che si toglieva il
suo vestito per provare quello della cugina, un abito
che lei non voleva. La vedevo seduta a scrivere, sotto
dettato, un addio finale, definitivo, all'uomo che
amava. La sentivo chiedere ammenda per un peccato
che non aveva commesso, a quella cugina che in
effetti da lei non aveva ricevuto nessun torto.
 Buffo... disse Madeleine, se non avesse
scritto quell'ultima riga, quelle ultime parole... be',
non so. Ma lo fece. E qualcosa allora esplose dentro
di me. Come una molla tesa, tesa all'estremo che
alla fine salta. Le dissi, allora, ci che avevo fatto,
che cos'era quel gusto poco buono. Che cosa le avrebbe
fatto. Come sarebbe morta. E lei mi credette.
Questa volta mi credette.
Una pausa prima di continuare.
Immagino che lo choc abbia facilitato la fine.
Non lo so. Si spense come una candela. Le ossigenai
una striscia di capelli lungo la scriminatura; ebbe
anche lei la sua mche dorata. Presi la lettera che
aveva scritto. Avevo gi una busta pronta, con l'indirizzo
scritto a macchina. Mi vestii con i suoi abiti,
scesi da basso, uscii di casa, e andai a telefonare ai
Blenkinsop avvertendoli che non sarei tornata nell'appartamento
quella sera. Telefonai anche a Howard.
Ebbi fortuna. Lui usciva sempre in macchina
la sera quando era preoccupato, irritato. Perci io
lo sapevo... ero sicura... che Howard o sarebbe tornato
a casa, o ancora pi probabilmente sarebbe
rimasto in giro, in macchina, per chiss quante ore.
Povero Howard... e pensare che avrebbe avuto un
cos buon alibi... Il certificato di morte non mi
preoccupava minimamente, prosegu. La gente
vede ci che si aspetta di vedere. Joanna ed io ci
assomigliavamo molto. E d'altra parte, nessuno pu
sapere in anticipo come sar, da morta, una persona
che ha visto viva. E il dotor Walters... avevo capito
il tipo, io, non per niente mi scodinzolava appresso
come un cagnolino, faceva tutto quello che gli dicevo
io. Tutto mi cadde in grembo, torn a dire,
 e in maniera cos perfetta. Roba da non crederci.
Davvero. Cos giunsi al momento opportuno per il
messaggio sulle colonne degli Annunci Personali...
Mi guard e si mise a ridere. Una risatina tenera,
saltellante.
 Lei non mi crede, vero? disse, e incurv la
bocca in un radioso sorriso. Lei non crede che
sia vero? Ma  vero. E un giorno, molto presto...
vedr... lei mi creder...
Mi inumidii le labbra. Chiusi gli occhi. Le credevo?
In un certo senso, certo, s, le credevo. Credevo
a quanto mi aveva detto... i fatti, gli avvenimenti.
Ma non credevo che le cose fossero avvenute
come aveva detto lei. Era pazzesco... Lei parlava in
quel modo solo perch, oramai, le cose erano avvenute
e lei aveva adeguato il suo racconto a quanto era
gi successo.
Ma era impossibile che avesse pensato, in anticipo,
a tutto quanto, consciamente, chiaramente.
Non sempre, per esempio. Ricordai di quando mi
aveva raccontato della sua fuga nella giungla.
Allora non si era nemmeno ricordata che quella
sua fuga era avvenuta subito dopo quel primo puerile
tentativo di uccidere la cugina. Tutto ci che
aveva ricordato, l nel parco, seduta al mio fianco
sotto il porticato era stato che si era quasi persa,
nell'intrico fitto della vegetazione equatoriale.
E quei suoi atteggiamenti affascinanti, dolci, in
banca, al parco. Non stava recitando, allora. Non
nel senso comune della parola. Lei ci credeva, a quel
suo modo di fare. Aveva vissuto realmente, quelle
parti di donna malinconica, fragile, dolcissima...
Joanna credeva evidentemente alle parti che accettava
di recitare sul palcoscenico. Ma una cosa
era la vita vera, un'altra la sua arte in scena.
E quell'ultimo giorno, vicino al piccolo museo.
Madeleine che sedeva cos immobile, con quell'abito
spiegazzato e cascante, con quell'espressione da vecchia.
Era stato allora che il suo cervello, tutto il suo
essere, avevano cominciato a cedere? Era stato quello il principio della fine? Cos come oggi era la fine
vera e propria, nuda, terribile, crudele?
Nuda, terribile, crudele... per me. La mia fine.
Riaprii gli occhi. Su una mensola della libreria
c'era un grosso orologio. Guardai il quadrante, rimasi
ad ascoltare il suo ticchettio. Solo che presto
o tardi, prima o dopo, dovevo guardare lei. Dovevo
guardarla ora, subito.
 Mi versi ancora da bere, lei disse.
La guardai. Le riempii il bicchiere.
Adesso quell'estrema stanchezza che mi aveva
appesantito le membra e oscurato le facolt percettive
cominciava ad affievolirsi, a scomparire. Mi
sentivo come un nuotatore che ha rischiato di annegare
in un mare profondo, e che ha ritrovato abbastanza
energia da nuotare verso l'alto, sempre pi
in alto, sino a riemergere all'aria pura.
Cos lottai per risollevarmi da quella nebbia letale.
Le credevo... credevo a quello che aveva fatto, e
che il cielo mi aiutasse!
 Ma lei mi amava... tu mi amavi, vero? disse
all'improvviso. Tu mi credi, e mi ami.
Quella foschia di prima, quella nebbia... avevo la
impressione che mi avvolgessero di nuovo, che mi
tenessero prigioniero nelle loro spire fumose.
 Vieni qui, lei disse.
In uno stato quasi di sonnambulismo mi avvicinai
al divano. Sentii che mi stavo inginocchiando al
suo fianco.
 Tu mi ami, disse. Tu sai la verit, e mi
ami. Anche Joanna mi amava... ma lei non mi conosceva
come sono veramente. Howard s, mi conosceva,
e Howard non mi amava. Ma tu... tu... 
diverso con te...
 Tu l'hai uccisa! io dissi.
Il suo viso era vicino, vicinissimo al mio.
 Ah, l'ho uccisa... s, certo. Tanto, sarebbe morta
lo stesso molto presto.
 E lui? dissi. Lui... Howard... tuo marito?
Lei rise.
 Perch pensare a lui? Non voleva liberarsi di
me? Lo impiccheranno, alla fine. Che vada pure a
farsi impiccare. Rise. Lei  morta. Noi siamo
qui...
Tese in fuori una mano e mi accarezz la guancia,
una volta sola. Io mi ritrassi. Sentivo il suono
sibilante del mio stesso respiro.
Una cosa soltanto era chiara nella mia mente. Il
bisogno... la necessit di farle capire, in qualche
modo, in qualsiasi modo, ci che evidentemente lei
non aveva ancora afferrato.
 La polizia, le dissi con la gola costretta dall'ansia.
 Non ti rendi conto? Ma proprio non sai
che gente sono, esperti, furbi, in gamba? La confusione
circa il mio appuntamento. Il nostro incontro,
al commissariato. Per caso. Be', non  stato per
caso. Non capisci? Non ti rendi conto? Che  tutto
un piano, una trappola che ti hanno tesa?
Ma lei non mi stava ascoltando; non aveva comunque
udito le mie parole.
 Forse sar meglio che aspettiamo un poco, -
disse, sfiorandosi i capelli con quella sua morbida
bella mano. Forse fino a quando la mia mche
sparir del tutto. Ma nessuno sospetta di me. Non
hanno indovinato niente. Sono degli stupidi. Hanno
creduto a tutto ci che ho detto loro. Ma dobbiamo
aspettare un poco ancora, forse. Per adesso, adesso,
noi siamo qui...
C'era un ordine nel suo sguardo. E le sue labbra
erano un invito.
Mi alzai in piedi, e arretrai barcollando, andando
a sbattere contro il tavolino. Le bottiglie sul vassoio
tintinnarono luna contro l'altra.
 Sei sconvolto, lei disse, nel mettersi a sedere
ritta sul divano, ma  comprensibile... Sar diverso
col tempo, in seguito. Vieni qui, disse, sorridendomi.
 Vieni qui, baciami...
Arretrai ancora, mettendomi con la schiena contro
il muro. Lei si mise a ridere.
 E va bene, disse, rialzando un angolo della
bocca in un piccolo gesto sgradevole. Molto bene,
allora. Verr io da te.
Mi sentii stringere alla gola dal disgusto, disgusto
amaro come la bile. E dall'orrore. Ma sul mio
viso non si rifletteva n il disgusto n l'orrore. Mi
sentivo la faccia vuota, ed era terribile sapersi cos
privo di qualsiasi espressione.
Medeleine si ferm.
La maschera sorridente che portava sul viso cominci
a contorcersi, poi si spacc del tutto. Arricci
le labbra sui denti scoperti. Adesso l'aveva visto...
quel niente che era la mia espressione. Quel
vuoto che era la mia faccia. Il pi grande insulto
che un essere umano possa gettare ad un altro.
Ci fu un lungo silenzio. Un lungo, lunghissimo
silenzio. Poi un basso suono sibilante, una sorta di
fischio, come quello di un serpente, quando lei si
gir di scatto e allung la mano verso il tagliacarte.
Vidi le sue lunghe belle dita stringersi attorno alla
lama.
Qualcuno, di fuori, aveva messo in movimento un
grammofono, l fuori sul fiume. Una canzonetta dolce,
d'amore. Ma io, per lei, ero una belva. Madeleine
si ritrovava nella sua giungla, dove volavano magnifici
uccelli, ma dove la morte era sempre in agguato.
Mi avvicinai a lei, le afferrai la mano. Il tavolo
si rovesci. Andammo a sbattere insieme, contro la
porta finestra socchiusa. I vetri sbatterono all'infuori.
La lama ebbe un baleno nella luce. Afferrai, stringendoglielo
in una morsa, quel suo polso sottile,
ma lei riusc a divincolarsi. Mi parve dotata di una
forza diabolica, di una energia infernale.
Cademmo a terra, rotolammo sul pavimento. Io
respiravo a fatica. Le torsi il polso sino a quando,
con un grido, lasci andare il tagliacarte.
 Povera sciocca, io dissi, afferrando con la
mano libera il coltello dove era andato a finire. -
Non puoi uccidermi con questo... Mi rialzai in
piedi e rimasi a guardarla, ancora l, a terra, sotto
di me.
 Io volevo ucciderti... ucciderti, ucciderti! -
lei grid, in ginocchio, ora, le braccia intrecciate sul
petto, dondolandosi avanti e indietro. Volevo ucciderti.
Ucciderti, ucciderti... piagnucol.
Orribilmente contratta, ora, con la testa come
affondata nel petto, le mani incurvate ad artiglio,
Madeleine cominci a piangere.
 Volevo ucciderti. Mi crederai questa volta, mi
devi credere... anche prima, l'altra, non mi credeva...
Quando il grammofono di fuori si ferm, nel silenzio
risuon, lamentoso, un pianto di bambino...
Uscii barcollando da quella casa come un ubriaco.
Di fuori, la polizia stava aspettando. Mi avevano
messo alle calcagna un uomo, che mi aveva seguito
dalla banca fin l. Quando ero entrato nel bungalow
egli aveva telefonato al Commissariato.
All'interno della casa penetrarono adesso quelli
della polizia. Io rimasi l fuori, senza provare nulla.
Non ancora. Non provavo piet per lei, e nemmeno
dolore. Forse, con il tempo, sarei stato capace di
avere nei suoi confronti quei sentimenti. Poteva anche
darsi. Non lo sapevo.
Tutto quello che riuscivo a pensare per il momento
era che lei si era creata un'immagine, l'aveva
vissuta, e tutto per ottenere amore in cambio. E per
mantenere quell'immagine, per far s che nessuno la
distruggesse, era stata disposta ad uccidere.
E anchi'io avevo creato un'immagine, un'illusione,
e l'avevo amata... non avevo amato lei, ma il
mio sogno.
Poi cominci a piovere. Prima fu soltanto un tenero
picchiettio di goccioline sulle foglie, poi le gocce
s'infittirono, premettero in basso le foglie, le lavarono.
E la pioggia si fece uguale, continua. Poi fu
un diluvio.
La portarono fuori dalla casa sino alla macchina
della polizia... ma non era pi un essere umano.
Non una persona. Un qualcosa. Un niente.
Girai le spalle al bungalow, a tutto. Pass molto
tempo prima che arrivassi in una cabina telefonica.
Molto tempo.
Quando finalmente riuscii a staccare il ricevitore
formai il numero di Jacky. Mentre lo facevo, qualcosa
mi accadde. Quel malessere, quel torpore che
mi avevano appesantito le membra e la mente sparirono,
si dissolsero. Vedevo chiaramente Jacky nel
suo vestito verde a fiori. La rivedevo con il berretto
da marinaio ma senza nastro blu. O con l'abito marrone
fluttuante, non pi una fanciulla, ma una
donna... Per la prima volta, credo, vidi davvero
Jacky.
Non ricevetti nessuna risposta, dopo aver formato
il numero, cos posai nuovamente la cornetta. Ma
subito dopo tornai a fare quel numero.
Mi sentivo impaziente, sempre pi impaziente;
spinto da un'ansia e da un'urgenza che mi era
quasi impossibile sopportare.
Il telefono continu a suonare, a suonare, nel
vuoto. A suonare...
...
.
...
FINE.